Adolfo Nobili presenta la lezione "Pietro Fontana e il Dipartimento del Trasimeno"

Pietro Fontana e il Dipartimento del Trasimeno.

Guardando la carta politica della parte meridionale dell’impero napoleonico, ci torna in mente un periodo della storia della nostra città che non abbiamo presente o a cui non abbiamo prestato sufficiente attenzione, anche perché molto breve: breve ma importante per i grossi cambiamenti politici e di costume che ha comportato, direi “rivoluzionari”.

Anche se poi qui da noi è venuta una Restaurazione paciosa ma implacabile che ha spento, soffocato tanti motivi di cambiamento, e non ci resta come simbolo di quel tempo che un nome nuovo per la vecchia Spoleto: “Spoléte”
In quei cinque anni dal 1809 al 1814, quelli del dipartimento del Trasimeno, Spoleto è stato non solo effettivamente “caput Umbriae” ma anche il capoluogo di una provincia dell’impero napoleonico; questo fatto non è così presente alla memoria degli spoletini come il saccheggio del Barbarossa o la venuta di Lucrezia Borgia, anche perché non ci sono rimaste di esso tracce visibili, edifici o monumenti.
Di questa dimenticanza ha sofferto anche la figura del grande protagonista di quel tempo, Pietro Fontana, che per la nostra città fu “l’uomo giusto al posto giusto”.
Non si possono infatti separare le vicende spoletine dei cinque anni del Dipartimento del Trasimeno e poi anche quelle di tutta la prima metà dell’ottocento dalla personalità seria, intelligente e fattiva di Pietro Fontana.
Senz’altro lo si può definire il nostro concittadino più “influente” dei suoi tempi, eminente per doti di cultura, impegno, concretezza e onestà, apprezzato dai politici e dal clero e amato dai comuni cittadini: più che il suo unico ritratto giunto fino a noi è la sua scrittura chiara e ordinata, segno di un intelligenza riflessiva e di uno spirito equilibrato, che ci consegna le idee e le considerazioni illuminanti sul presente e sul futuro della città fatte da un uomo che, pur sotto un potere straniero, è sempre riuscito a fare tanto per il bene della sua comunità.
In ogni caso, questo che è stato lo spoletino più importante della prima metà dell’Ottocento non ha avuto, nella memoria dei posteri, uno spazio degno di lui.
Lo studioso novecentesco Filippo Bandini, che pure gli era parente e conservava il suo archivio, per ricordare il centenario della sua morte se la cava con due smilze paginette in fondo a un numero di Spoletium, molto succinte e abbastanza inespressive.
Ma non basta perché la tomba del Fontana nella chiesa di San Filippo, citata anche da Toscano nel suo “Spoleto in pietre”, e che era vicina all’altare di San Giuseppe fatto erigere dal nonno Pier Biagio, è sparita nell’ultima ristrutturazione durata oltre un quarto di secolo e che ci ha restituito un interno della chiesa patinato in un pallido e opaco grigio- azzurrino, un perfetto esempio di stile “bagno termale”.
Voi ricordate quegli intonaci bianchi che si accordavano così bene con gli stucchi seicenteschi e che rendevano luminosa la chiesa col loro candore?
Ma per il momento non potrete andare a controllare quello che vi dico perché a poco più di un anno dalla fine di quegli eterni
lavori di ristrutturazione la chiesa è chiusa, dopo le ultime scosse di terremoto, “per motivi di sicurezza”.
Quanto alla riconoscenza e agli onori dei posteri Pietro Fontana è stato ricordato solo da Achille Sansi che, nelle vesti di commissario municipale alla toponomastica, gli ha fatto intitolare la piazza davanti al palazzo in cui il nostro protagonista era nato e aveva vissuto: piazza sorta su un terreno di proprietà del Fontana, adibito ad orto, e che egli aveva donato al Comune nel 1802.
Pietro Fontana apparteneva all’aristocrazia spoletina, era nato nel 1775 in una delle maggiori famiglie patrizie di Spoleto, era figlio di Filippo, ex ufficiale dell’esercito pontificio (morto quando Pietro non aveva ancora dieci anni), e della marchesa Marina Pallavicino di Genova e sposò la contessa Teresa Laderchi di Faenza, appartenente ad una famiglia che si distinse nei moti risorgimentali.
Ebbe due figlie di cui una, Maddalena, nel 1820 sposò Solone Campello.
Della sua infanzia e giovinezza sappiamo poco: nelle storie spoletine lo incontriamo la prima volta alla fine del 1796, quando l’esercito della rivoluzione francese, guidato dal Bonaparte, invase le terre del Papa.
Il governo pontificio raccolse come poté delle truppe improvvisate e il nostro ventunenne protagonista si ritrovò a fare l’ufficiale dei soldati in partenza per la frontiera settentrionale.
Riuniti i suoi uomini presso il casino Loccatelli ( l’attuale Villa Redenta) fu festeggiato da personalità e cittadini e, a dimostrazione di una schiettezza che gli fa onore, si lasciò andare ad una dichiarazione spontanea:”Andiamo al macello!”
Una breve parentesi: per il periodo successivo in cui il Fontana fu politico ed amministratore importante, specialmente nel periodo napoleonico, come sempre ci soccorrono i documenti conservati nella sezione spoletina dell’Archivio di Stato (in particolare il vasto Fondo di rapporti, studi e lettere del Fontana), come pure il libro tratto dalla consultazione di quelli da Ubaldo Santi ed Elio Fortunato, pubblicato nel 1989 a cura dell’UNITRE, dal titolo “Spoleto nell’età rivoluzionaria e napoleonica”.
Più recentemente dalla Facoltà di Lettere e Storia dell’Università di Perugia sono usciti vari studi (Blandini, Coletti, Covino ed altri) che, nel dare un quadro più ampio del periodo, allargato a tutta la Regione, non mancano di evidenziare puntigliosamente e polemicamente la grande ingiustizia che i Perugini ritennero di aver subito quando fu fissato il capoluogo del Dipartimento a Spoleto.
Ma torniamo al 1796; le truppe pontificie si ritirarono, diciamo così, molto velocemente fino a Roma e si dovette venire a patti coi francesi.
Nonostante la pace di Camerino firmata da Bonaparte con gli emissari del Papa, le truppe francesi avanzarono nelle province pontificie giungendo fino a Foligno: gli spoletini pensarono di essersi risparmiate le violenze e le ruberie dei soldati della Rivoluzione.
Ma all’inizio del 1798, in conseguenza dell’uccisione del generale Duphot durante dei moti di piazza a Roma, il generale Berthier ordinò l’avanzata delle truppe verso la capitale pontificia e l’occupazione di tutte le province del Papa.
Nacque il 15 febbraio 1798 una Repubblica Romana chiaramente egemonizzata dai rappresentanti del Direttorio rivoluzionario che impose modi di governo, amministrazione e sistema fiscale tutti a vantaggio dell’occupante e che resero di fatto la repubblica una colonia francese.
A Spoleto, abbattute tutte le strutture del potere temporale, una nuova Municipalità fu nominata dagli amministratori centrali, con grosse difficoltà a trovare chi accettasse di far parte della stessa.
Le truppe francesi occuparono La Rocca e diversi conventi cittadini mentre gli ufficiali alloggiarono nelle case patrizie, non sappiamo quanto bene accolti.
Spoleto fu scelta come capoluogo del Dipartimento del Clitunno che comprendeva il territorio umbro da Amelia a Spello, per cui questa volta fu evitato lo scontro con Perugia, che era capoluogo del Dipartimento del Trasimeno, cioè del nord dell’Umbria, ma non con Foligno ed altri centri che erano contrari a dipendere dalla nostra città.
Il circondario fu diviso in cantoni rurali ed anche qui fu difficile trovare chi assumesse cariche pubbliche.
A parte le celebrazioni rivoluzionarie dei pochi giacobini, la vita repubblicana del territorio spoletino era turbata dalle vivaci resistenze alle esazioni fiscali, dalle prepotenze francesi e dall’attività reazionarie del clero e degli aristocratici pontifici.
In Valnerina scoppiarono moti violenti e si formarono bande di ribelli che assalivano i soldati francesi.
Ma la Repubblica Romana durò poco: dal febbraio 1798 alla fine di luglio del 1799.
Durante la spedizione di Bonaparte in Egitto gli eserciti austriaco e russo rioccuparono l’Italia ; il Papa Pio VI, che era prigioniero prima in Francia e poi a Savona, morì prima di poter rientrare a Roma e solo nel 1800 fu eletto il suo successore, Barnaba Chiaramonti, Pio VII.
A Spoleto, liberata il 9 agosto 1799 dalle truppe austriache,riprese il monotono tran-tran pontificio e in conseguenza del concordato tra la Chiesa e Napoleone del 1802 non ci furono per un lungo periodo interferenze francesi nelle province del Papa.
Pertanto il nostro Pietro Fontana nella sua momentaneamente tranquilla Spoleto aveva preso ad interessarsi, oltre che di letteratura, di storia e di arte secondo i gusti del suo tempi, anche di scienze naturali ed agronomia, discipline che gli torneranno così utili nella sua attività successiva.
A parte le sue visite a monumenti ed archivi un po’ dappertutto in Italia centrale, conobbe Antonio Canova con cui mantenne cordiali rapporti anche epistolari: questa è una lettera del grande scultore che ringrazia per un invio di tartufi
Si preoccupòo, da semplice membro del Consiglio grande, nel 1801, di far staccare gli affreschi dello Spagna dal loggiato della Rocca, per portarli in Municipio a costituire le prime opere della Pinacoteca comunale.
In campo scientifico, studiò la flora e la fauna del territorio spoletino e la geologia della regione e pubblicò degli scritti (tra l’altro le sue “Lezioni agrarie”, teoricamente ponderose ma molto valide in campo pratico, un po’ in stile “encyclopediste”) che poi gli valsero (oltre alla presidenza della spoletina Accademia degli ottusi) l’ammissione all’Accademia dei Lincei nonché la cattedra di agronomia all’Università.
Fu tra i primi ad intravvedere le possibilità dello sfruttamento delle ligniti della zona.
E fece numerose proposte di modernizzazione dell’agricoltura locale, mettendole in pratica per primo egli stesso; si occupò anche della coltivazione del tartufo, come ci ha ricordato il dr. Manna nella sua lezione.
Era tra i cittadini più ascoltati e ammirati della Spoleto pontificia all’inizio del XIX secolo.
Tutto quindi sembrava procedere tranquillamente quando, nel 1808, Napoleone pretese che lo Stato Pontificio partecipasse attivamente al Blocco continentale con cui l’imperatore voleva sconfiggere gli Inglesi impedendone il commercio con tutta l’Europa.
Poiché il Papa si oppose l’imperatore francese passò ai suoi sbrigativi sistemi cioè, al solito, alle armi.
Le Province pontificie furono invase e divise in due parti: le Legazioni e le Marche entrarono a far parte del Regno d’Italia e l’Umbria e il Lazio furono annessi all’Impero Francese.
A Spoleto arrivò con le sue truppe il generale Sextius Miollis, che poi sarà il capo della Giunta di governo che tenne per un breve periodo sotto il dominio francese tutto il territorio Pontificio trasformato in provincia imperiale.
Tra gli spoletini che andarono, diciamo così, a prendere ordini da lui ci fu anche Pietro Fontana e l’impressione che il generale Miollis ricevette della personalità e dell’intelligenza di quel trentatreenne aristocratico fu tale che ne trasse beneficio notevole l’immagine della città e ne fu condizionato anche il suo futuro.
A Spoleto fu destinato poi come comandante militare Balthazar Miollis, fratello di quello stesso Sextius Miollis che a Roma era divenuto una specie di viceré e guidava una Consulta straordinaria che riassumeva tutti i poteri dello stato ed era formata da funzionari e militari francesi.
Poi con uno dei suoi improvvisi e drastici provvedimenti organizzativi Napoleone decise di rendere più stretto il legame di Umbria e Lazio con l’impero, creando due nuovi dipartimenti, quello del Tevere (o di Roma) e quello del Trasimeno (chiamati secondo l’uso francese dal particolare geografico che li caratterizza) e si trattò di fissarne il capoluogo.
Per quello del Tevere non ci furono problemi, Roma è Roma, ma per quello del Trasimeno invece si;
perché dal seicento Perugia era diventata nelle province umbre il polo di attrazione di tutte le iniziative politiche ed amministrative dello Stato Pontificio, mentre Spoleto perduta lentamente la sua importanza militare si era vista spinta un po’ nell’angolo.
Quando si accese la gara per la primazia amministrativa del Dipartimento, però, Spoleto si trovò ad avere diversi vantaggi rispetto alla città antagonista:
strategicamente era molto forte, vicina ai confini con il Regno Italico e col Regno di Napoli, prossima (a un tiro di schioppo) ai centri di opposizione e di brigantaggio contro i Francesi, ben collegata con Roma e più centrale di Perugia rispetto ai territori che componevano la regione.
E infatti gli spoletini seppero sfruttare il supporto di Terni, Narni e Amelia per sopravanzare i rivali.
Mandarono a Roma a sostenere la candidatura della città un gruppo scelto di cittadini capaci tra cui il Fontana, che si fece nuovamente apprezzare dal generale Miollis per carattere ed intelligenza.
D’altra parte i Perugini fecero qualche passo falso interessando alla loro candidatura poteri estranei alla Consulta (il re di Napoli e i suoi ministri) e quelli della Consulta se la presero a male; per questo ( ma giovò anche l’influenza di Balthazar Miollis, ormai spoletino di adozione) da Roma partì una relazione per l’imperatore molto favorevole alla nostra città, relazione che influenzò fortemente la decisione finale.
Quindi Spoleto divenne capoluogo del Dipartimento del Trasimeno e sede di Prefettura.
Pietro Fontana stava nel frattempo compilando il lavoro che più lo ha reso noto ed apprezzato, la “Statistica del Circondario di Spoleto” che rappresentava in maniera completa e approfondita le caratteristiche economiche, produttive ed istituzionali del nostro territorio.
I governanti francesi, interessati a sfruttarlo nel modo migliore ai loro fini lo apprezzarono tanto da nominare il Fontana prima consigliere provinciale e poi segretario generale del Dipartimento.
Il Fontana non avrebbe voluto accettare gli incarichi (forse perché non sentiva di poter aderire al nuovo regime date le sue profonde convinzioni religiose) ma pressato da tante insistenze dei suoi concittadini alla fine cedette comprendendo la possibilità di fare in quelle funzioni il bene della sua città.
Dobbiamo pensare che la creazione del Dipartimento non era visto dai Francesi come un beneficio per Spoleto e il territorio circostante quanto come il sistema per farne una fonte di materie prime per l’economia francese e, nel contempo, un mercato di sbocco per lo stessa. Vogliamo dire, nuovamente, una “colonia”.
I soli risultati positivi del governo napoleonico furono la riduzione drastica del potere della Chiesa con la laicizzazione delle strutture politiche e amministrative, l’eversione della feudalità, la soppressione dei conventi, la dotazione di infrastrutture stradali soprattutto a fini militari, l’adozione del Codice civile napoleonico e di sistemi di misura moderni (comprese la definizione delle ore del giorno) e la creazione di una estesa struttura laica d’istruzione che a Spoleto culminò con la creazione di un’Università.
Nel contempo l’amministrazione francese comportò un carico fiscale pesantissimo, il mantenimento delle truppe d’occupazione, l’impoverimento dell’economia per mancanza di mercati ora presi dalle manifatture francesi, e dazi doganali legati alle frontiere molteplici tra stato e stato nonché l’odiatissima coscrizione obbligatoria.
E per gli aspetti esteriori, oltre a imporre il francese nella stesura dei documenti ufficiali, si arrivò a datarli da “Spoléte”: abbiamo avuto l’onore di essere considerati francesi!
Ma non solo, perché nel periodo 1811-1812 prese a girare per il Dipartimento mr. Dominique-Vivant Denon, direttore del Louvre (allora Museum centrale des Arts), per “rastrellare” opere d’arte da chiese, conventi, edifici pubblici ed anche privati, destinate ad arricchire il suo Museo. Quello che era rimasto dopo i prelievi di Napoleone e dei suoi.
E veniamo alle note statistiche di Pietro Fontana.
Esse gli vennero richieste dal prefetto provvisorio Olivetti quando egli era consigliere di prefettura; furono poi trasmesse alla Giunta straordinaria che, quando entrò in carica il Prefetto Roederer, le mise a disposizione di quest’ultimo.
Già dalla composizione della prima pagina si avverte la precisa organizzazione di notizie, osservazioni, commenti, dati numerici e proposte per il futuro.
La Statistica, come la chiama il Fontana, inizia con la presentazione topografica e geologica del territorio spoletino e con i dati sulla popolazione e sulla sua distribuzione.
Poi ci sono bene in evidenza le caratteristiche agronomiche e forestali, le produzioni del tempo e quelle auspicabili per il futuro.
Chiaramente legate a queste sono le notizie sul clima.
Segue la descrizione della città: palazzi, chiese, il teatro, gli edifici pubblici, gli acquedotti, le strutture viarie, le mura, la Rocca, i conventi e gli istituti di beneficienza.
A tal proposito c’è un preciso riferimento (o avvertimento!) relativo a culto, a mentalità religiosa, al clero e alla sua influenza sull’ambiente, facendo comprendere da dove potevano venire certe resistenze al nuovo e al moderno.
Tratteggia molto accuratamente la situazione scolastica della città, mostrando di dare all’istruzione pubblica un’importanza nuova rispetto ai canoni clericali precedenti.
Per terminarne questa rapida panoramica scorriamo le pagine della Statistica su Ordine giudiziario, medici e ospedali, istruzione pubblica, produzione agricola e industriale, commercio, fiere e mercati, il tutto redatto con una competenza ed una precisione mirabili circa i singoli apprestamenti e le caratteristiche dei prodotti.
Per farvi apprezzare anche lo stile del Fontana vi leggo un piccolo brano relativo alle attività industriali di Spoleto:
“La Città Capo-Luogo ha degli stabilimenti molto ben avviati nelle manifatture della Lana, Seta e Canape. I fondi essenziali non sono adattati alla realizzazione attiva delle buone intenzioni degli abitanti. Essendo così limitati resta impedito ogni buon successo, e le manifatture non esercitandosi continuamente dai Lavoranti, si deteriorano.”
Un opera, che il nostro Archivio di Stato possiede in una brutta copia incompleta (la versione definitiva è nel Fondo Roederer degli Archivi Nazionali di Parigi), ma ai suoi tempi questo panorama statistico-economico, oltre ad essere apprezzato per ricchezza di informazioni e chiarezza espositiva, risultò di utilità enorme per i governanti francesi ed in particolare per il nuovo prefetto.
E’logico che questi al suo arrivo ricorresse subito alla preparazione e all’efficienza del Fontana, che quindi, già Consigliere di Prefettura, venne nominato Segretario Generale del Dipartimento, in effetti alter-ego più che braccio destro del nuovo prefetto.
E veniamo a quest’ultimo personaggio che,seppur ancora giovane (27 anni), aveva alle spalle un illustre famiglia e degli inizi di carriera più che promettenti.
Era il figlio del barone Louis Roederer, importante protagonista della Rivoluzione francese, membro della Assemblea Costituente e di quella Legislativa (durante la giornata del 10 agosto 1792 quando la folla parigina invase le Tuileries fu lui a portare in salvo la famiglia reale), poi ministro di Napoleone e primo ministro del re di Napoli.
Il giovane Antoine-Marie Roederer, nato nel 1782, dopo gli studi di Legge era entrato al Ministero degli Affari esteri come collaboratore niente meno che di Taillerand ed era poi divenuto auditore al Consiglio di Stato.
Quando venne a Spoleto si era appena sposato con una nipote del generale Berthier, il grande capo di stato maggiore di Napoleone.
Ambizioso e preparato, il Roederer svolse con stile rigido e severo il suo compito di esattore fiscale e di pignolo arruolatore di soldati per l’imperatore, cercando di contenere la resistenza passiva del clero e la ribellione conservatrice della montagna, intervallando questa sua attività con frequenti impegni mondani che, secondo le sue intenzioni, dovevano servire ad accattivarsi l’aristocrazia e l’alta borghesia del Dipartimento .
Teneva come referente il padre a cui scriveva lettere molto esaurienti sull’ambiente della prefettura e sul suo operato.
In effetti egli avrebbe preferito risiedere a Perugia, città grande, con una larga cerchia di aristocratici, con tre teatri e un’università, ma poi si rassegnò alle decisioni di Parigi anche perché vivere a Spoleto gli costava di meno e poi ci si trovava abbastanza bene.
Dopo aver magnificato la sua residenza di palazzo Ancaiani “arredata all’italiana”, spaziosa e ben situata, passa a descrivere l’ambiente sociale:”C’è una piccola cerchia di galantuomini che contano moltissimo; parecchi si occupano di scienze.
Tale è per esempio il sig. Fontana che è un botanico celebre, molto dotto in economia politica, al corrente di tutto ciò che succede in Europa relativamente alle arti e alle scienze; è un piacevolissimo conversatore.”
In un altra lettera al padre si lamenta di avere a che fare con 12 vescovi e 8000 tra preti, frati e monache, una struttura clericale che lo intralcia in mille modi nella sua attività di cacciatore di fonti di reddito da cui spremere risorse fiscali, imponendo tasse e contribuzioni straordinarie.
Il Roederer, in quanto erede della Rivoluzione e degli Enciclopedisti, era ateo (si diceva allora “volterriano”) e nonostante la sua stima per il Fontana venne allo scontro con questi sui rapporti con la Chiesa, tanto che il Fontana si allontanò dalla sede della Prefettura per più di un anno nel 1812 per girare per il Dipartimento svolgendo “indagini in loco”, come diceva egli stesso.
Ma poi i rapporti col Roederer dovettero tornare buoni se quest’ultimo gli scrisse addirittura nel 1839 (trent’anni dopo) una lettera che dimostra ancora sentimenti di stima e di amicizia.
Il nuovo prefetto strepita contro il brigantaggio e sembra non rendersi conto che a far crescere il fenomeno è la coscrizione obbligatoria voluta dall’Imperatore e la sua conseguente opera di reclutamento nelle campagne.
Ma in pratica il Roederer lasciò la gestione effettiva della nuova organizzazione burocratica della Prefettura tutta sulle spalle del Segretario generale cioè del nostro Pietro Fontana, anche se gli mise alle costole sei funzionari francesi.
Fontana tenne per cinque anni le redini di un Dipartimento di 350.000 abitanti e di circa 8000 chilometri quadrati di estensione, gestendone la vita amministrativa durante un rapido e profondo cambiamento di Leggi, regolamenti e abitudini, ostacolato da campanilismi, intrighi aristocratici e clericali e invidie personali.
Di questo diuturno e pesante carico di lavoro ci resta un epistolario ufficiale relativo ai rapporti con i Comuni e i cantoni del Circondario da cui si trae la netta impressione che egli cercasse di fungere da intermediario tra le Comunità e il potere e, molto spesso, di mettersi dalla parte dei suoi conterranei per alleggerire la loro condizione di sudditi di un esoso potere straniero.
Curò molto il rifacimento delle strade e degli edifici pubblici, si adoperò per l’apertura di scuole e di istituti di beneficienza, aiutò per quanto possibile le attività commerciali ed artigianali del territorio.
Svolse, anche contro il volere dei francesi, un opera di raccordo e di conciliazione tra la Prefettura e la gerarchia ecclesiastica, effettivamente molto ostile al regime imperiale: questa sua attività gli fu riconosciuta al ritorno del potere pontificio perché non solo egli non subì le pesanti ritorsioni che colpirono tanti suoi colleghi e sottoposti compromessisi coi Francesi ma fu addirittura nominato prima Consigliere provinciale e poi, per ben cinque anni, Gonfaloniere di Spoleto.
Questa è la migliore prova, dato che viene dall’avversario più accanito e dalla vittima più penalizzata del potere imperiale, cioè il clero, che il Fontana resse il suo difficile incarico con equilibrio, senza accondiscendere alle velleità ateistiche dei suoi superiori, conservando un’autonomia decisionale utile per proteggere, per quanto possibile, gli interessi legittimi dei poteri preesistenti così come quelli delle comunità locali.
E non credo che si sia messa molto volentieri una di quelle uniformi francesi, pompose e un po’ ridicole, che erano praticamente obbligatorie a quei tempi per tutti i funzionari.
Certamente nel breve periodo imperiale (1809-1814) non si portarono a compimento tutti i progetti innovativi che la nuova mentalità comportava, ma si iniziò almeno un percorso di modernizzazione della società basato sull’uguaglianza giuridica dei cittadini e sulla creazione di un’organizzazione efficiente dell’Amministrazione dello Stato al posto del corrotto neofeudalesimo pontificio.
Al momento del crollo dell’impero napoleonico il Fontana ereditò il compito di Prefetto dal Roederer (che se ne era tornato o scappato in Francia) e gestì il difficile periodo di transizione (tra l’altro salvando la Cassa del Dipartimento dai vari eserciti di passaggio) e lasciando la carica al ritorno del potere temporale del Papa senza atteggiamenti di pentimento o di paura, certo com’era di aver sempre fatto il bene della comunità e di non essere responsabile di iniziative ostili nei confronti dei precedenti poteri civili ed ecclesiastici.
Tornò semplicemente alla sua vita di studi, alla cura dei suoi possedimenti agrari finché fu meritatamente richiamato ad esercitare cariche pubbliche in riconoscimento delle sue spiccate capacità e della sua rettitudine.
Da Gonfaloniere di Spoleto, carica che tenne dal 1823 al 1828, operò per arricchire la città di istituzioni culturali fondando le Scuole notturne per i giovani artigiani e creando la Biblioteca comunale.
Curò il disseppellimento del Ponte Sanguinario.
Fece eseguire i lavori per l’apertura della Passeggiata e l’ampliamento della strada per Colle Attivoli fino al Convento dei Cappuccini.
Promosse e diresse la Bonifica della valle del Tessino e del Marroggia, su cui aveva pubblicato uno studio approfondito.
Migliorò l’impianto di illuminazione stradale ad olio e studiò la sua trasformazione a gas idrogeno.
Rese definitivo l’uso del Convento di San Matteo come Ospedale e istituì una Fondazione che ne curasse il funzionamento.
Ma soprattutto fu fino alla fine della sua vita un riferimento insostituibile per ogni iniziativa civile e per la creazione di qualunque infrastruttura che contribuisse al benessere della comunità spoletina.
Nel 1831 la Segreteria di Stato lo nominò Consigliere della Congregazione governativa di Spoleto e quindi tenne le funzioni di Presidente del Consiglio Provinciale fin dopo il 1834.
E non solo perché durante e dopo i moti rivoluzionari del 1831, essendosi ritirato a Roma mons. Meli Lupi di Soragna a metà febbraio, Pietro Fontana quale consigliere della Congregazione governativa tenne le funzioni di Delegato Apostolico da quella data fino a metà agosto quando dalla Segreteria di Stato venne nominato un pro-delegato civile.
Come si vede il governo pontificio aveva molta fiducia in lui: fiducia che non fu tradita durante i moti del 1848 durante i quali il Fontana si tenne in disparte, sia per l’età avanzata che per coerenza con quanto aveva fatto come amministratore sino ad allora.
Dimostrò così delle doti di carattere e di stile che molti altri in quegli anni tempestosi non seppero conservare.
A settantacinque anni come consigliere della Presidenza Umbra per la costruzione delle Strade Ferrate battagliò duramente e con successo contro i soliti competitori regionali perché il tracciato della linea ferroviaria Roma – Ancona non penalizzasse la nostra città.
E a dimostrazione di quanto detto circa la sua influenza e la sua competenza vi leggo la lettera inviatagli dal Gonfaloniere Onofri a proposito della linea ferroviaria in questione, lettera che oltre ad un ulteriore riconoscimento per una figura centrale nella vita di Spoleto per tutta la prima metà dell’ottocento, rappresenta un esempio di civiltà di rapporti e di rispetto formale del tutto scomparse ai giorni nostri.
Pietro Fontana lasciò questo mondo che aveva reso più vivibile con la sua attività nel 1854 a settantanove anni di età, rimpianto da quanti lo avevano conosciuto; poi, lentamente, il caotico fluire della storia ne ha offuscato la memoria.

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