3^ Lezione della Prof.ssa Spina "Le fonti della letteratura occidentale L’Iliade poema di guerra e non solo Lezione terza 20/4

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Le fonti della letteratura occidentale
L’Iliade poema di guerra e non solo

Lezione terza:
Il duello di Ettore e Achille. S’innalza il rogo per Patroclo. L’incontro di Priamo e Achille.

La rissa sul cadavere di Patroclo
Sul cadavere di Patroclo si accende, tra Greci e Troiani, una mischia furibonda: gli uni vogliono riportare alle navi il corpo dell’amico di Achille, gli altri vogliono darlo in pasto ai cani selvaggi e agli uccelli rapaci.
Alla lotta feroce partecipano anche gli dei, schierati su fronti avversi; numerosi sono i guerrieri che muoiono in entrambi i campi. Alla fine i Greci riescono a trarre in salvo il corpo dell’eroe.

Teti e Achille
La notizia della morte di Patroclo viene portata ad Achille, che, come abbiamo visto, prorompe in manifestazioni di dolore lancinante. Alle sue urla accorre la madre, seguita da un corteo di Nereidi. Al figlio, che manifesta il proposito di uccidere immediatamente Ettore che lo ha privato dell’amico, Teti ricorda che, così facendo, affretta la propria morte, perché il Fato ha stabilito che la morte di Achille segua a breve quella di Ettore.
Achille, pur di vendicare Patroclo, si dichiara preparato ad accettare il proprio destino; la madre riesce, però, a ritardare il suo rientro in combattimento, facendogli notare che le sue famose armi sono in mano ad Ettore e che bisogna perciò provvedere a sostituirle; gliene promette di nuove: sarà Efesto in persona, il fabbro degli dei, a forgiare la splendida armatura.

Teti nella reggia di Efesto
Teti sale alla reggia di Efesto; si tratta di un edificio meraviglioso, costruito dal dio stesso. La dea lo trova intento al lavoro: sta forgiando dei tripodi, a cui ha applicato delle ruote d’oro perché possano andare alle assemblee degli dei e tornare da soli: “una meraviglia a vederli!”, è il commento del narratore.
Charis, la bellissima moglie del dio, va incontro all’ospite e la accoglie con molta cortesia; la invita a sedere su un seggio intarsiato e ornato d’argento e le offre uno sgabello per poggiare i piedi.
Efesto è brutto e deforme; è un fabbro, attività che sembra, agli occhi di noi moderni, poco confacente al rango di un dio, ma è un artefice prodigioso e il mito che lo riguarda testimonia la consapevolezza di quanto fosse stata importante per l’umanità la scoperta della lavorazione dei metalli.
A compensazione della deformità fisica gli viene concesso da Zeus l’amore di donne bellissime, della stessa Afrodite, ottenuta per aver fabbricato i fulmini per il re degli dei. Qui lo vediamo in compagnia di Charis, la Grazia per eccellenza.

Le nuove armi di Achille
Efesto zoppicante si fa incontro a Teti, sorretto da due fanciulle da lui stesso forgiate in oro e dotate di vita; si tratta, dunque, di due automi, usciti dalla fantasia dei Greci qualche millennio fa, automi quali oggi la moderna tecnologia è in grado di realizzare!
Il fabbro divino ha nei suoi confronti motivi di gratitudine, perché, al momento della nascita, Era, la madre, vergognandosi di lui che era nato zoppo, lo aveva scagliato dall’Olimpo; rotolando giù, era precipitato in mare, dove era stato accolto da Teti ed Eurinome, altra divinità oceanina, che lo avevano tenuto con loro quasi dieci anni; per gratitudine il dio aveva creato per le due divinità degli splendidi gioielli.
Teti dà sfogo con Efesto alla sua angoscia di madre ed espone la sua richiesta; il fabbro divino si mette subito al lavoro; getta nel fuoco bronzo, stagno, oro, argento e fabbrica per Achille uno scudo gigantesco, composto di cinque piastre sovrapposte, circolari e concentriche, di grandezza crescente, disposte in modo tale da formare in superficie cinque zone, che il divino artefice orna di splendidi rilievi: nel centro rappresenta l’universo (cielo, terra, mare), nella prima fascia la città in pace e la città in guerra, nella seconda le opere dei campi (aratura, mietitura, vendemmia), nella terza scene di vita pastorale, nella quarta l’Oceano, raffigurato come un fiume che circonda la terra.
Completata l’opera con corazza, elmo, schinieri, Efesto depone le armi ai piedi di Teti, che veloce come un falco scende dall’Olimpo, portando con sé il prezioso carico.

TESTO
(Iliade, XVIII, 369-427, trad. di M. G. Ciani)

E Teti dai piedi d'argento giunse alla reggia di Efesto, eterna nel tempo e splendida come una stella, la dimora di bronzo che fra tutte le case divine spiccava: I'aveva costruita lui stesso, il dio zoppo. E lo trovò in affanno, in sudore, che si aggirava intorno ai suoi mantici; venti tripodi stava forgiando, per metterli alle pareti della sala bellissima; e ruote d'oro aveva applicato a ciascuno, perché da soli potessero andare alle assemblee degli dei e da soli poi ritornassero alla dimora: una meraviglia, a vederli! Ed erano quasi finiti, solo le anse cesellate mancavano; stava lavorando a quelle e ne forgiava gli attacchi. Mentre si adoperava con il suo abile ingegno, gli venne vicina la dea, Teti dai piedi d'argento. La vide Charis dai veli splendenti, la bella sposa dello Zoppo glorioso,le andò incontro, le prese la mano e chiamandola per nome le disse:
«Teti dal lungo peplo, dea venerata ed amata, perché vieni alla nostra dimora? Non eri solita farlo, prima;ma vieni avanti, seguimi, perché possa degnamente ospitarti».
Così parlando la fece entrare, la dea, e su un seggio bellissimo la fece sedere, tutto intarsiato e ornato di borchie d'argento, con una panca per appoggiare i piedi; poi chiamò Efesto, l'artefice illustre, e gli disse:
«Vieni, affrettati, Efesto; Teti ha bisogno di te».
Le rispose lo Zoppo famoso:
«Augusta e potente è la dea che è entrata nella mia casa; lei mi salvò, dolorante, quando caddi scagliato lontano dalla mia abominevole madre che voleva nascondermi perché ero zoppo; avrei sofferto dolori tremendi se non mi avessero accolto nel mare profondo Teti ed Eurinome, la figlia di Oceano che scorre in cerchio. Accanto a loro, per nove anni forgiai molte opere belle, spille, bracciali ricurvi, orecchini e collane, nella grotta profonda: intorno scorreva l’onda infinita di Oceano, ribollendo di schiuma; non lo sapeva nessuno, degli dei e degli uomini, solo Teti ed Eurinome che mi salvarono. Ed ecco che oggi Teti viene nella mia casa; è mio dovere pagare alla dea dai bei capelli il prezzo della mia vita; ma tu ora falle degna accoglienza,mentre io ripongo i mantici e tutti gli arnesi».
Disse così, e si levò dall'incudine, mostruoso essere ansante e zoppicante, che muoveva a fatica le gambe sottili. Scostò i mantici lontano dal fuoco e in uno scrigno d'argento raccolse tutti gli arnesi con cui lavorava; con una spugna si deterse il volto ed entrambe le mani e il collo robusto e il petto coperto di peli, poi indossò una tunica, prese un grosso bastone ed uscì, zoppicando; sorreggevano il loro signore due ancelle d'oro, che sembravano vive; avevano intelletto e ragione e voce e forza e abilità nel lavoro per dono degli dei immortali; si affannavano ora a sorreggere il loro signore. A fatica egli raggiunse il luogo dov'era Teti, sedette su di un trono splendente, poi le prese la mano e chiamandola per nome le disse:
«Teti dal lungo peplo, dea venerata ed amata, perché vieni alla mia dimora? Non eri solita farlo, finora. Dimmi quello che hai nell'animo; io voglio esaudirti, se è in mio potere e se è possibile farlo».

Il valore consolatorio dell’arte
L’episodio ambientato nella reggia di Efesto è uno dei rari momenti di grazia che è dato di incontrare nell’Iliade. Il valore che qui si celebra è il culto del bello, tanto caro ai Greci: bella è la reggia del dio, anche se lui è brutto; belli sono gli oggetti di cui si circonda, usciti dalle sue mani; bellissime le armi che fabbrica per Achille.
La circostanza che spinge Teti ad andare da Efesto è triste, anzi angosciosa: le armi serviranno per il rientro del figlio nel campo di battaglia e ne accelereranno la morte, ma la bellezza risarcisce il dolore, ha un valore consolatorio; lo testimonia la gioia che Achille proverà quando vedrà le nuove armi, anche se sarà una gioia di breve durata: “Achille godeva di aver fra le mani gli splendidi doni del dio” (XIX, 18).

Achille torna a combattere
Nell’assemblea generale dell’esercito greco Achille e Agamennone si riconciliano: Briseide viene riconsegnata al Pelide insieme a molti preziosi doni.
Prima del combattimento i soldati si rifocillano, ma Achille, tutto chiuso nel suo dolore, rifiuta ogni tipo di cibo; c’è, però, Atena che provvede a mantenerlo in forze, infondendogli nel petto nettare e ambrosia, il nutrimento degli dei.
Achille indossa le nuove armi; si svolge ancora una volta l’importante cerimonia della vestizione del guerriero. L’eroe prova le armi per capire se sono adatte a lui “e fu come se gli spuntassero ali e sollevassero il condottiero di eserciti” (XIX, 386).
Il Pelide monta sul cocchio tirato dai due immortali cavalli, Balio e Xanto, e li incita a riportarlo vivo dal campo di battaglia, contrariamente a quello che hanno fatto con Patroclo, e Xanto, chinando mesto il capo, afferma che lo salveranno, ma gli predice la morte non lontana per mano di un dio e di un mortale. Sappiamo che il dio è Apollo e il mortale è Paride, che colpisce Achille nell’unico punto vulnerabile, il tallone, mentre si avvia all’altare per sposare Polissena, figlia di Priamo.
La predizione non turba Achille che ancora una volta accetta con fierezza il suo destino: è disposto a morire, se prima avrà tolto per sempre ai Troiani la voglia di fare la guerra.
Si riaccende il combattimento; Achille compie azioni di tale ferocia da provocare, come a suo tempo abbiamo visto, l’indignazione del fiume Xanto, dalle cui acque in piena il Pelide si salva a stento.
Anche gli dei partecipano, nei due opposti schieramenti, al combattimento, senza esclusione di colpi.
Ripresosi, il Pelide prende a massacrare i Troiani, che fuggono e, solo grazie all’intervento di Apollo, riescono a riparare in città. Solo Ettore rimane fuori le mura.

Il duello di Ettore e Achille

Ettore in attesa di Achille
Ettore, dunque, sta da solo davanti alle porte Scee, in attesa di Achille.
Inutilmente, dall’alto delle mura, il padre Priamo e la madre Ecuba lo supplicano di riparare in città: Ettore rimane sordo ai loro richiami.
Tuttavia, il dubbio lo tormenta; tra sé e sé considera la possibilità di mettersi in salvo in città, ma teme il giudizio dei suoi; tornare a Troia sì, ma da vincitore o da morto; pensa ad una trattativa con il nemico: deporre le armi e restituire Elena.
Scarta tutte le ipotesi e decide di aspettare a pie’ fermo Achille, ma quando vede avvicinarsi sempre più il Pelide, simile nell’aspetto ad Ares, il dio della guerra, con le armi che emettono bagliori di fuoco, Ettore è preso dal terrore e si dà alla fuga.

La fuga intorno alle mura
Fugge rasente le mura, inseguito da Achille; passano accanto al posto di vedetta, al caprifico, alle due fonti (una di acqua calda, una di acqua fredda), ai lavatoi, dove si recano le donne troiane a lavare le belle vesti.
Ettore cerca di andare sotto le mura per essere coperto dai suoi, ma Achille lo costringe sempre a deviare verso la pianura.
Inseguito e inseguitore corrono, ma l’inseguitore è più veloce; per tre volte i due fanno il giro della città.
Intanto gli dei dall’alto dell’Olimpo assistono alla scena e Zeus, preso da pietà per Ettore, che è stato sempre prodigo di sacrifici in suo onore, chiede agli altri dei se si debba sottrarre Ettore alla morte o lasciarlo uccidere da Achille.
Pronta gli risponde Atena, che si oppone alla salvezza dell’eroe, decisione che sarebbe criticata da molti dei, essendo il Priamide ormai consacrato alla morte e, ottenuta da Zeus libertà d’azione, scende rapida sulla terra. Per Ettore non c’è più scampo.
Alcune efficaci similitudini sottolineano la situazione dei due eroi. Nella prima Ettore è paragonato ad un capriolo, che, inseguito da un levriero, cerca inutilmente di raggiungere la tana; si nasconde tremante sotto un cespuglio finché il cane, che corre avanti e indietro fiutando le sue orme, lo scova. Nella seconda i due vengono paragonati ai protagonisti di un incubo che si inseguono senza che l’uno abbia la forza di fuggire, l’altro di inseguirlo.

La psicostasia (la pesatura delle anime)
Quando per la quarta volta i due raggiungono le fontane, Zeus prende la bilancia d’oro e su di un piatto pone il destino di Achille, sull’altro quello di Ettore; il destino di Ettore pende inesorabilmente verso il basso, cioè verso il regno dei morti.
Zeus, gli dei, anche Apollo, che fino a quel momento aveva soccorso Ettore infondendogli vigore ai piedi, abbandonano l’eroe troiano.
Intanto Atena, confortato Achille con la promessa della vittoria, assume l’aspetto di Deifobo, fratello di Ettore, e si avvicina all’eroe troiano per incoraggiarlo a combattere, garantendogli il suo aiuto.
Ettore si prepara al duello ed ecco i due, uno di fronte all’altro.

Il duello
Prima di affrontare il nemico, Ettore gli propone un patto: chiunque vinca, si impegni a restituire la salma del vinto ai familiari per gli onori funebri, ma Achille respinge con odio e con disprezzo ogni trattativa e scaglia la lancia contro Ettore, che piegandosi riesce a schivarla; gioisce l’eroe troiano di questo primo successo e, a sua volta, scaglia la sua lancia contro l’avversario, ma l’asta è respinta dallo scudo divino e finisce così lontana che Ettore non riesce a recuperarla, mentre Achille non ha problemi a riavere la sua, perché gliela riporta Atena. Il troiano si rivolge, a questo punto, al fratello Deifobo, ma Deifobo non c’è; Ettore si rende conto dell’inganno della dea e capisce che per lui è finita.
Affronta con coraggio l’avversario, ma questo si copre con lo scudo gigantesco e studia dove colpire meglio l’odiato nemico.

Ferimento e morte di Ettore
Achille ha trovato il punto: colpisce Ettore nella parte più delicata, dove la gola è scoperta, e lo ferisce mortalmente.
Ettore, prossimo a morire, supplica il nemico di restituire le sue spoglie al padre e alla madre, che gli daranno in cambio un generoso riscatto; Achille spietato respinge con parole crudeli la richiesta del morente ed Ettore, dopo avergli predetto la morte per mano di Apollo e di Paride, abbandona la vita e scende nell’Ade lamentando il suo destino e la giovinezza perduta.

TESTO
(Iliade, XXII, 300-363; trad. M. G. Ciani)

«Ahimè, la morte è sicura, gli dei mi hanno chiamato. Credevo di avere Deifobo accanto a me, ma lui è dentro alle mura, Atena mi ha ingannato. Ora la morte crudele non è più lontana, è qui, vicino a me, non la posso evitare; questo era, da tempo, il volere di Zeus e di suo figlio, il signore dei dardi, che pure una volta mi proteggevano benevolmente. Ora mi ha raggiunto il destino. E tuttavia non voglio morire senza lotta e senza gloria, voglio fare qualcosa di grande che sia tramandato anche agli uomini che verranno».
Disse così, ed estrasse la spada affilata,lunga e pesante, che portava sospesa al fianco, si raccolse su di sé e prese lo slancio, simile a un'aquila dall'alto volo che attraverso le nuvole oscure punta sulla pianura per rapire un tenero agnello o una timida lepre. Così Ettore si lanciò agitando la spada affilata.
Achille si lanciò a sua volta con l'animo pieno di furia selvaggia: gli copriva il petto lo scudo, luminoso, bellissimo, oscillava sul capo I'elmo splendente, a quattro punte, volteggiava intorno la bella criniera d'oro che Efesto aveva fatto ricadere, folta, intorno al cimiero.
Come la stella della sera che sale tra le altre stelle nel cuore della notte – Espero, l'astro più bello dell’universo – così splendeva la punta acuta della lancia che Achille impugnava nella destra meditando la morte di Ettore glorioso e spiando sul suo bel corpo il punto più vulnerabile.
Tutto il corpo di Ettore era coperto dalle armi di bronzo, le belle armi che aveva tolto al forte Patroclo dopo averlo ucciso. Ma là dove la clavicola separa il collo dalle spalle – la gola – quel punto era scoperto.
Quella è per la morte la via più breve: là il divino Achille colpì con la lancia Ettore che gli si scagliava contro. La punta trapassò da parte a parte il collo delicato, ma la pesante arma di bronzo non recise la trachea così che egli poteva proferire ancora qualche parola. Cadde nella polvere. E il divino Achille trionfante disse:
«Ettore, quando hai spogliato Patroclo delle sue armi ti credevi al sicuro, non ti curavi di me, che ero lontano. Illuso. Lontano da lui, presso le concave navi, c'era un guerriero molto più forte: io ero rimasto, io che ti ho colpito a morte. Cani e uccelli ti faranno a pezzi, vergognosamente; a lui invece gli Achei renderanno gli ultimi onori».
Gli rispose in un soffio Ettore dall'elmo splendente:
«Per la tua vita, per le tue ginocchia, per i tuoi genitori io ti supplico: non lasciare che i cani mi divorino presso le navi dei Danai; accetta il bronzo, I'oro, quanto ne vuoi, accetta i doni che ti offriranno mio padre e mia madre, ma restituisci il mio corpo perché lo portino a casa, perché i Troiani e le loro spose lo consegnino alle fiamme del rogo».
Gli rispose, guardandolo con odio, Achille dai piedi veloci:
«Non supplicarmi, cane, né per le ginocchia né per i genitori. Ira e furore mi spingerebbero a farti a pezzi e divorare la tua carne cruda, tanto è il male che mi hai fatto. Nessuno potrà tenere i cani lontano da te, nemmeno se mi portassero qui e mi posassero davanti un riscatto dieci, venti volte più grande e altrettanto me ne promettessero, nemmeno se Priamo, figlio di Dardano, volesse pagarti a peso d'oro. No, la tua nobile madre non ti deporrà sul letto funebre, non potrà piangerti, lei che ti ha dato la vita. Cani e uccelli divoreranno il tuo corpo».
Gli rispose, mentre moriva, Ettore dall'elmo splendente:
«Basta vederti, per capire, piegarti non era possibile: hai nell'animo un cuore di ferro. Ma bada che io non diventi per te causa dell'ira divina nel giorno in cui Paride e Febo Apollo ti daranno la morte alle porte Scee, anche se sei valoroso».
Aveva appena parlato e la morte lo avvolse, l'anima abbandonò il corpo e volò verso l'Ade piangendo il suo destino, la forza e la giovinezza perdute.

Il duello finale
Il duello tra Ettore e Achille è l’avvenimento da lungo atteso: tutti i fatti narrati in precedenza convergono verso questo evento cruciale. L’esito deciderà della sorte di Troia, della famiglia reale, dei Troiani tutti. Per questo tutti corrono ad assistere allo scontro; anche gli dei dal cielo seguono lo spettacolo.
I due protagonisti vi si sono a lungo preparati, anche dal punto di vista psicologico. Dei due il favorito è Achille, perché è, in assoluto, il più forte tra tutti quelli che combattono a Troia; è un semidio ed è protetto dagli dei. Tanto più è ammirevole, per il suo coraggio, Ettore che lo affronta.

La solitudine di Ettore
Ettore è completamente solo; può contare sull’affetto dei suoi, padre e madre, che lo seguono angosciati dall’alto delle mura e lo invitano a rientrare in città, un invito a cui, tuttavia , non può aderire, pena la perdita dell’onore agli occhi dei Troiani.
Quelli che dovrebbero aiutarlo, invece, i suoi compagni, si sono rifugiati all’interno delle mura; in più, gli dei gli sono ostili; lo ingannano, addirittura, come fa Atena. Il concetto di giustizia, come abbiamo visto in altri casi, è estraneo alla divinità omerica; si affermerà solo più tardi nella religione greca.
Anche gli dei, peraltro, debbono sottostare al Fato, di cui, in qualche modo, diventano gli esecutori ed è il Fato che ha stabilito la sorte di Ettore. Lo dimostra l’esito della “psicostasia”, la pesatura dei destini dei due contendenti.
Non è facile capire il rapporto tra l’onnipotenza di Zeus e la forza del Fato; se il dio sottopone agli altri dei la sorte di Ettore, significa che si potrebbe decidere in senso contrario al Fato, ma Zeus, così facendo, infrangerebbe l’ordine naturale, di cui è il garante.

Ettore conosce il dubbio
Ettore, che finora si era dimostrato ben determinato ad affrontare Achille e il proprio destino, è colto da un momento di umani dubbi: è preso da pensieri confusi e contraddittori, da tentazioni come quella di rifugiarsi dentro le mura o di scendere a trattative con il nemico. Il fatto è che Ettore, a differenza di Achille, è inserito in una rete di forti vincoli affettivi e ama ancora la vita.
Il suo monologo interiore si risolve, alla fine, in una più decisa volontà di affrontare il proprio destino. Quando, però, vede Achille che si avvicina sempre più nel fulgore delle sue armi, è colto da terrore e si dà alla fuga.

Una gara che ha per posta la vita
La corsa di Ettore e Achille ha un indubbio valore agonistico e spettacolare: come nelle gare sportive, c’è un pubblico; anche gli dei stanno a guardare; c’è chi parteggia per l’uno, chi per l’altro. Anche lo spazio, nella sua ampiezza, con la città che funge da “meta”, cioè da punto attorno a cui gli atleti girano, suggerisce la tipologia di uno stadio. Le mura di Troia garantiscono ai cittadini una visione dall’alto e, ancor più, l’Olimpo offre agli dei una visione aerea.
I Greci erano animati da un forte spirito agonistico, che si esplicava, oltre che nella guerra, nei tanti tipi di giochi sportivi a cui diedero vita, primi tra tutti le Olimpiadi. Con i ludi onoravano anche i morti; una grande parte del libro XXIII dell’ Iliade è occupata dalla descrizione dei ludi funebri in onore di Patroclo.
C’è, dunque, un’analogia tra la gara sportiva e quella che si svolge tra Achille e Ettore, solo che la tensione è in questo caso tragica e la posta in gioco non è un tripode, un cratere, un toro, una schiava, ma la vita di Ettore.

Il valore delle similitudini
Nella lunga sequenza del confronto tra Ettore e Achille Omero ricorre a similitudini di grande efficacia.
La similitudine del cerbiatto inseguito dal cane suscita un profondo moto di pietà nei confronti di Ettore. L’altra similitudine tra lo stato d’animo dei due avversari, che continuano a correre senza che nessuno dei due riesca nel suo intento, e la sensazione di immobilità che si prova in un incubo, in una situazione analoga, contribuisce grandemente ad accrescere la tensione angosciosa.

Le serene immagini del tempo di pace
Mentre Ettore corre attorno alle mura, gli vanno incontro serene immagini del tempo di pace.

TESTO
(Iliade, XXII, 145-156; trad. M. G. Ciani)

Passarono oltre il posto di vedetta e l'albero di fico battuto dal vento e allontanandosi sempre più dalle mura si lanciarono lungo la strada. Giunsero alle fontane dalle belle acque, dove sgorgano due correnti dello Scamandro impetuoso, una di acqua calda, da cui si leva un vapore come da fuoco ardente, l'altra che in piena estate versa acqua gelata come la grandine, la fredda neve o il ghiaccio. Vi sono, accanto, dei lavatoi di pietra, larghi, belli, dove le mogli e le belle figlie dei Teucri lavavano le splendide vesti, prima, in tempo di pace, prima che giungessero i figli dei Danai.

La scena è colta dal punto di vista di Ettore; è una specie di film che passa davanti agli occhi dell’eroe in fuga.
Si tratta di immagini che suscitano una profonda nostalgia per momenti di vita serena, di cui sono protagoniste le donne dedite alle attività femminili, o meglio erano protagoniste, perché si tratta di scene che appartengono a un tempo passato, precedente l’arrivo dei Greci.
Ancora una volta, come nel congedo di Ettore e Andromaca, è dolorosamente acuto il contrasto tra tempo di pace e tempo di guerra.

Ettore aquila, Achille espero
Quando si vede ingannato e abbandonato anche dagli dei, Ettore recupera tutta la sua forza e anche la sua dignità e si accinge a morire in modo che la sua morte diventi, secondo l’ideale eroico, una proiezione nell’eternità.
Il poeta lo paragona a un’aquila che piomba in picchiata sulla preda; Achille, o meglio la punta della sua lancia, viene paragonato ad Espero, “l’astro più bello dell’universo”, che porta, come dice il nome, la sera, cioè la morte per Ettore.
Da quando Achille indossa le nuove armi, la sua figura è associata sempre più spesso a immagini luminose: al fuoco, a Sirio, al sole. In questo passo, come osserva Ida Biondi, “nella rappresentazione di Achille i particolari descrittivi, benché precisi (lo scudo, le criniere auree dell’elmo, il bagliore della punta della lancia) finiscono per fondersi in un’ unica impressione di luminosa rapidità, somigliante più ad un’epifania divina che ad una presenza mortale” (p. 235)

La bellezza dell’eroe preservata anche dopo la morte
Come abbiamo visto a proposito dello scontro sul cadavere di Patroclo, il valore in gioco è quello della “bella morte”: al nemico si vuole negare la “bella morte”, a cui è indissolubilmente connesso il rispetto del corpo nella sua bellezza.
Gli eroi dell’Iliade sono tutti belli, anche perché sono giovani. Valore, gloria, bellezza, nell’ideologia eroica, sono qualità strettamente congiunte; sfigurare il nemico, sottrarne il corpo significa togliergli la gloria.

Il funesto scambio delle armi
Il fatto che Patroclo prima, Ettore poi abbiano indossato le armi di Achille, come per impadronirsi di una personalità che non era la loro, si è rivelato un tragico errore; in più, Ettore, negando la restituzione delle armi al morto, ha commesso una sorta di sacrilegio; Achille non manca di rinfacciargli il gesto.
Il sarcasmo con cui Achille infierisce su Ettore caduto non deve meravigliarci, perché fa parte della ritualità; meno consueto sarà il trattamento riservato al cadavere dell’eroe troiano.
Patroclo cadendo profetizza all’eroe troiano la morte imminente ad opera di Achille, così Ettore morente preannuncia ad Achille la morte per mano di Paride e Apollo.
In questo scontro Achille rivela una ferocia disumana che Ettore non riesce a piegare; arriva ad esprimere il desiderio di mangiare le carni crude del nemico (per i Greci l’antropofagia era la negazione di ogni umanità: pensiamo al selvaggio Polifemo, che divora i compagni di Ulisse, dopo averli fracassati contro le rocce del suo antro). Ettore, invece, dimostra dignità e misura e, pur vinto, appare migliore del vincitore.
Come tutti gli eroi dell’epica classica, va nel regno dei morti rimpiangendo la vita perduta prematuramente.

Lo scempio del cadavere
Non contento di avere ucciso Ettore, Achille fa scempio del cadavere: dopo aver forato i tendini tra caviglia e tallone, vi passa delle corregge e lega il corpo al carro, lasciando che la testa venga trascinata per terra; poi lancia i cavalli di corsa intorno alla città; il bel volto e la chioma di Ettore si insozzano nella polvere.

Il dolore del padre, della madre, dei cittadini
Alla vista dell’atroce spettacolo Ecuba lancia un grido; si strappa i capelli e getta via il suo splendido velo; il padre scoppia in singhiozzi dolorosi, si rotola per terra; manifesta l’intenzione di andare tutto solo in mezzo ai nemici a recuperare il cadavere del figlio.
I cittadini fanno eco al suo pianto. “Era come se la città intera, come se l’alta Ilio bruciasse dalle fondamenta” (XXII, 410-11).

Il dolore di Andromaca
L’unica che non sa ancora niente è Andromaca, a cui nessuno ha riferito la tragica notizia. È intenta ai suoi lavori femminili; ha ordinato alle ancelle di preparare un bagno caldo per quando Ettore tornerà dalla battaglia.
Quando sente gli ululati provenire dalla torre è scossa da un tremito; il cuore le sale alla gola; le cade la spola dalle mani; si precipita alla torre, seguita da due ancelle e, alla vista del corpo del marito trascinato dai cavalli, sviene.

TESTO
(Iliade, XXII, 437-515; trad. M. G. Ciani)

Ma la sposa di Ettore nulla ancora sapeva. Nessun messaggero fidato era venuto ad annunciarle che fuori dalle porte era rimasto il suo sposo.
Lei tesseva una tela – nel cuore dell'alto palazzo – una tela di porpora, doppia, e vi ricamava ogni sorta di fiori. Aveva ordinato alle ancelle dai bei capelli di mettere al fuoco un grande tripode perché Ettore trovasse caldi lavacri al ritorno dalla battaglia. Non sapeva ancora che, molto lontano dai suoi lavacri, Atena, la dea dagli occhi azzurri,lo aveva ucciso per mano di Achille.
Udì singhiozzi e gemiti che venivano dalla torre. Fu scossa da un tremito, a terra le cadde la spola. E subito disse alle schiave dai bei capelli:
«Due di voi mi seguano, andiamo! Voglio vedere che cosa è accaduto. Ho udito la voce della mia nobile suocera e il cuore nel petto mi è balzato fino alle labbra, le mie ginocchia si piegano. Una sventura incombe sui figli di Priamo. Non vorrei sentirmi annunciare questa notizia, ma temo, temo che Achille divino abbia tagliato fuori dalla città il valoroso Ettore – solo – e che lo insegua nella pianura e riesca a stroncare quelI'audacia indomabile che lo possiede: perché lui non resta mai in mezzo agli altri guerrieri ma è sempre avanti a tutti e tutti supera col suo coraggio».
Disse così e si slanciò fuori dalle sue stanze come una pazz a, il cuore in tumulto; andavano, insieme a lei, le ancelle. Quando giunse alla torre, in mezzo alla folla, si arrestò sulle mura guardando intorno. E lo vide, trascinato davanti alla città. I cavalli veloci lo portavano, indegnamente, verso le concave navi dei Danai.
Una notte cupa le scese sugli occhi, cadde all'indietro, priva di sensi. Scivolarono dal capo i nastri lucenti, il diadema, la cuffia con la benda intrecciata e il velo, il velo che le aveva donato la bionda Afrodite il giorno in cui Ettore dall'elmo splendente la condusse sposa dalla reggia di Eezione, dopo aver offerto per lei doni infiniti.
Le cognate le si affollarono intorno e la sostennero, esanime per il dolore. E quando fu tornata in sé ed ebbe ripreso il respiro, in mezzo alle donne di Troia disse scoppiando in un pianto dirotto:
«Ettore, me sventurata! Siamo nati con lo stesso destino, entrambi, tu a Troia nella reggia di Priamo, io a Tebe sotto il Placo coperto di boschi, nel palazzo di Eezione che mi allevò da bambina, padre infelice di un'infelice. Vorrei non essere nata. Ora tu te ne vai sotto terra, nelle profonde dimore di Ade, e lasci me vedova nella tua casa, immersa nel più tremendo dolore. Il figlio che abbiamo messo al mondo tu ed io, sventurati, è piccolo ancora; non gli sarai di sostegno, Ettore, perché sei morto, né lui potrà esserlo a te. Anche se riuscirà a sopravvivere alla dolorosa guerra dei Danai, in avvenire soffrirà sempre pene e dolori; altri gli porteranno via i suoi averi. Il giorno in cui rimane orfano, il fanciullo perde gli amici; è sempre a occhi bassi, le guance rigate di lacrime; spinto dal bisogno si rivolge ai compagni del padre, tira il mantello a uno, la tunica all'altro; alcuni hanno pietà e gli offrono per un momento la coppa, tanto da bagnargli le labbra, non il palato. E chi ha padre e madre lo scaccia dal banchetto, lo percuote e lo copre di insulti: va via, tuo padre non siede insieme con noi. Piangendo torna dalla madre vedova il fanciullo, Astianatte, lui che prima, sulle ginocchia del padre, si nutriva solo di midollo e di grasso di montone; e quando, finiti i giochi,lo prendeva il sonno, dormiva nel suo letto tra le morbide coltri, nelle braccia della nutrice, con il cuore sazio di gioia.
Ma ora che ha perduto il padre, molto dolore attende colui che i Troiani chiamavano "il signore della città", perché eri tu solo a difendere le porte e le alte mura.
Tu che adesso, accanto alle concave navi, lontano dai tuoi genitori, sarai preda dei vermi, dei cani che si sazieranno di te divorando il tuo corpo, nudo.
E nella reggia vi sono abiti di raffinata bellezza, tessuti da mani di donna. Io li getterò tutti nel fuoco ardente, non per te, che non potrai esservi avvolto, ma per la tua gloria davanti agli uomini e alle donne di Troia».
Così diceva, piangendo. Singhiozzavano, intorno, le donne.

I bagni caldi!
Ad Andromaca Omero riserva un’attenzione particolare: la immagina ancora ignara per rendere con più efficacia il dolore alla notizia inaspettata. Sta tessendo (il marito al momento dl congedo l’ha invitata a dedicarsi ai suoi lavori e alla cura della casa); i fiori che sta componendo sulla tela evocano immagini serene; ancor più, i “caldi lavacri” suggeriscono un’atmosfera familiare confortante. È il poeta stesso che commenta la distanza tra i caldi lavacri e l’orribile realtà.
Una grande intellettuale del Novecento, Simone Weil (1909-1943), in un prezioso piccolo saggio dedicato all’Iliade, così scrive: “Quasi tutta l’liade si svolge lontano dai bagni caldi. Quasi tutta la vita umana si è sempre svolta lontano dai bagni caldi” (p.41).
Il saggio della filosofa, di origine ebraica, è una riflessione sulla violenza del potere e fu scritto quando sull’Europa stava per addensarsi la tempesta della seconda guerra mondiale ed erano già cominciate le persecuzioni contro gli ebrei.
Bagni caldi, cura dei bambini, attività femminili, lavatoi, fontane, tranquille attività all’aperto rappresentano bene la vita umana nei tempi di pace.

Le speranze vacillano
Poi le speranze di Andromaca cominciano a vacillare; parla del marito già al passato: “non restava mai in mezzo agli altri guerrieri, ma era sempre avanti a tutti” (XXII, 458-59). Nel testo greco i verbi sono al passato.
I timori diventano orrore di fronte all’orrendo spettacolo del corpo del marito oltraggiato da Achille; alla vista la moglie è colta da un malore che somiglia alla morte.
Il poeta indugia sugli elementi dell’abbigliamento principesco che cadono a terra: nastri lucenti, diadema, cuffia; è il velo, in particolare, che suscita malinconia, perché è un regalo di nozze, che Andromaca ha ricevuto nel momento in cui è andata sposa a Ettore, nientedimeno che da Afrodite: l’importanza del dono, nel mondo antico, era commisurata al rango del donatore e del ricevente.
Il dono, che evoca per un istante il giorno felice delle nozze, rende più acuta la percezione del contrasto tra la felicità passata e la miseria presente.

Il pianto di Andromaca
Poi Andromaca prorompe in un pianto dirotto, che anticipa la lamentazione rituale che terrà al momento del funerale.
La donna depreca il momento della propria nascita (un motivo ricorrente nella letteratura greca successiva sarà questo: per sfuggire al dolore della vita, meglio non essere mai nati). Il pensiero centrale è, però, per il piccolo, di cui la madre vede, con lucidità, la sorte futura di bambino decaduto dalla condizione di figlio del principe, di orfano disprezzato da tutti (nel mondo antico la condizione dell’orfano era molto negativa).
Come nell’episodio dell’incontro di Ettore e Andromaca alle porte Scee, le immagini di più commovente tenerezza sono quelle che riguardano il bambino, che perde il suo paradiso terrestre, fatto di protezione paterna, di giochi, di sonni nel tepore del lettino.
L’ultimo pensiero è per il marito, il cui corpo è esposto alla decomposizione e all’assalto degli animali.

Si accende il rogo per Patroclo

Preparativi per il funerale
Recuperato il cadavere di Patroclo, i Mirmidoni, per ordine di Achille, lo lavano, lo ungono con olio abbondante, versano nelle ferite un balsamo invecchiato, lo pongono sul letto funebre e lo avvolgono in lini.
Viene allestito il banchetto funebre; il Pelide viene portato a forza nella tenda di Agamennone, dove mangia qualcosa; poi, vinto dalla fatica e dal dolore, si addormenta lungo il mare.

Lo spettro di Patroclo appare in sogno ad Achille
Mentre Achille dorme, gli appare in sogno lo spettro di Patroclo, in tutto e per tutto simile a come era in vita: occhi, voce, abiti. L’amico defunto lo rimprovera per non avergli ancora dato la sepoltura, che gli consente di scendere nell’Orco: solo quando l’anima si è liberata del corpo può andare tra le ombre ed avere pace.
Chiede ad Achille di porgergli la mano per l’ultima volta, perché dopo non si vedranno più e non potranno più avere colloqui intimi come facevano in vita; lo prega, infine, di ricongiungere in un’unica urna le proprie ossa alle sue, dato che anche per lui si avvicina l’ora della morte; così saranno uniti in morte , come lo erano in vita.
Achille, commosso, vorrebbe abbracciare l’amico, ma non riesce a stringere nulla: l’ombra svanisce sotto terra stridendo.

Il sacrificio dei capelli
Intanto, per ordine di Agamennone, i soldati tagliano una grande quantità di legna sul monte Ida e preparano la catasta per il rogo; la salma viene trasportata sul luogo della cremazione.
Si forma un corteo di carri e di fanti; i Mirmidoni gettano sulla salma le loro chiome recise, che la ricoprono per intero; anche Achille recide la bionda chioma e la sacrifica all’amico; l’aveva lasciata crescere per offrirla al dio del fiume Spercheo, una volta tornato in patria, ma il ritorno non ci sarà.
Per capire il valore del sacrificio dei capelli bisogna riflettere sul fatto che i capelli non sono solo un elemento di bellezza (i Greci tenevano molto alla loro capigliatura, come dimostra l’appellativo che più di frequente li definisce: “lungochiomati”), ma con la loro crescita sono anche un segno di vitalità; sacrificarli per un amico defunto significava sacrificare una parte importante di sé.

Il sacrificio di animali e di uomini
Congedati i soldati, solo Achille e i duci restano a celebrare il rito funebre. La salma viene posta sulla pira.
Molte pecore e buoi vengono sacrificati attorno alla pira; Achille prende il grasso degli animali e ne ricopre la salma di Patroclo; vi pone accanto anfore di miele e di olio inclinate.
Sgozza e butta sulla pira quattro cavalli, due cani e dodici giovinetti troiani, che aveva catturato nel corso della lotta nel fiume Xanto. La descrizione della loro cattura suscita grande pietà: “dal fiume egli trasse dodici giovani vivi, a compenso di Patroclo morto. Li tirò fuori, come cerbiatti spauriti, e con le salde cinture che portavano sulle corazze leggere legò loro le mani dietro la schiena: poi li consegnò ai compagni che li portassero alle concave navi” (XXI, 27-32). Dodici vite contro una, un numero che evoca le barbariche rappresaglie di tempi da noi non molto lontani!
Con gli onori funebri tributati a Patroclo contrasta il trattamento riservato al corpo di Ettore abbandonato ai cani; per fortuna gli dei ne hanno pietà e lo proteggono, in vari modi, dalla corruzione, dagli animali e dagli agenti atmosferici.

Il rogo non arde ma Borea e Zefiro intervengono
Dopo aver salutato l’amico dichiarando di aver mantenuto tutte le promesse fattegli (sacrifici e trattamento del cadavere di Ettore), Achille appicca il fuoco al rogo, ma la pira stenta ad ardere.
Allora il Pelide invoca l’aiuto di due venti, Borea e Zefiro, che con il loro potente soffio, imprimono vigore alle fiamme e il rogo arde tutta la notte; per tutta la notte Achille fa libagioni di vino alla terra e continua a piangere.
All’alba tutto è finito e Achille fa erigere un tumulo, dove il rogo si è consumato.

TESTO
(Iliade, XXIII, 166-232; trad. M. G. Ciani)

E molte pecore grasse e buoi dalle corna e dai piedi ricurvi scuoiarono e prepararono davanti alla pira; da tutte le bestie prese il grasso il nobile Achille e ne ricoprì il cadavere dalla testa ai piedi e intorno ammassò le carcasse scarnificate; pose anche anfore di olio e di miele e le appoggiò al funebre letto. E quattro cavalli dalle teste superbe gettò sulla pira, piangendo. Nove cani domestici aveva, due ne sgozzò e li gettò sulla pira insieme a dodici nobili figli di illustri Troiani, che uccise egli stesso: funesti pensieri nutriva nel cuore. Poi appiccò il fuoco, violento, indomabile, perché consumasse tutto, e piangendo chiamò per nome I'amico:
«Anche nelle dimore di Ade ti saluto, Patroclo; tutto è ormai compiuto quello che ti promisi; dodici nobili figli di Troiani illustri insieme con te il fuoco divora; ma Ettore figlio di Priamo lo darò ai cani, non alle fiamme».
Così minaccioso diceva. Ma ad Ettore non si avvicinavano i cani, notte e giorno li teneva lontani la figlia di Zeus, Afrodite, che ungeva il corpo con olio divino, profumato di rose, perché Achille nel trascinarlo non gli lacerasse la pelle; e una nuvola scura fece discendere Apollo, dal cielo sulla pianura, e coprì lo spazio dove giaceva il cadavere perché il sole violento non ne bruciasse la carne intorno ai muscoli e ai tendini.
Ma non ardeva la pira di Patroclo morto. Allora ebbe un altro pensiero il divino Achille dai piedi veloci; si allontanò dal rogo e fece un voto a due venti, a Borea e a Zefiro, promise splendidi sacrifici; e con I'aurea coppa libando, li supplicava perché venissero, perché al più presto la fiamma bruciasse i cadaveri, prendesse fuoco la legna. E subito lris, udita la supplica, andò messaggera dai venti. Nella dimora di Zefiro tempestoso erano raccolti a banchetto; giunse Iris correndo e si fermò sulla soglia di pietra; come la videro, si alzarono tutti, ciascuno chiamandola accanto; ma essa non volle sedersi e disse queste parole:
«Non posso restare; vado alle acque di Oceano, nella terra degli Etiopi che offrono ecatombi agli dei, per avere anch'io la mia parte di offerte. Ma Achille supplica Borea, e Zefiro tempestoso, e promette splendidi sacrifici perché vengano e diano fuoco alla pira dove giace Patroclo, per cui piangono tutti gli Achei».
Così disse e partì. Si alzarono i venti con immenso clamore, cacciando avanti le nuvole; veloci raggiunsero il mare, al soffio sonoro si levarono i flutti; giunsero alla fertile terra troiana e si abbatterono sulla pira, crepitò con violenza la fiamma divina. per tutta la notte alimentarono insieme il fuoco con il loro soffio sonoro; e per tutta la notte Achille dai piedi veloci da un bacile d'oro con la coppa a due anse attinse il vino e lo versò al suolo bagnando la terra e invocando l'anima del misero Patroclo. E come piange un padre bruciando le ossa del figlio – sposato da poco, ha straziato morendo i suoi genitori – così, bruciando le ossa di Patroclo, piangeva Achille, e lamentandosi senza tregua si trascinava intorno alla pira.
Quando la stella del mattino sorge, annunciando la luce, e la segue l'Aurora dorata che si distende sul mare, allora si attenuò il fuoco del rogo, cadde la fiamma; i venti se ne tornarono a casa, attraverso il mare di Tracia che si gonfiò di onde furenti. Si allontanò dalla pira il figlio di Peleo, e si lasciò cadere, sfinito; scese su di lui il sonno soave.
Esequie tempestive e magnifiche
Per capire l’ansiosa richiesta di una sepoltura sollecita da parte di Patroclo, bisogna rifarsi all’ideologia della morte, all’idea che i Greci avevano del destino delle anime dopo la morte e al valore degli onori funebri.
L’importanza di esequie tempestive derivava dalla convinzione che solo quando l’anima si fosse liberata, grazie al fuoco, dal corpo, poteva entrare nel mondo dei morti; perciò le esequie dovevano essere più sollecite possibile per togliere il defunto da uno stato di dolorosa sospensione; invece, sia nel caso di Ettore, sia nel caso di Patroclo, assistiamo a funerali ritardati. Entrando nel mondo dei morti, i defunti non solo venivano liberati loro, ma liberavano anche i vivi dalla paura degli spettri, ossia da anime inquiete che tornavano sulla terra.
Le esequie dovevano essere anche magnifiche: la magnificenza testimoniava il rango del defunto e, se questo aveva perso la vita prematuramente ed eroicamente, come Ettore e Patroclo, lo compensavano di tale perdita e sancivano la sua “bella morte”.
Per completare la celebrazione del defunto, Achille indice in suo onore grandiosi giochi funebri. Le gare atletiche, per lo spirito di competizione che le anima, sono il corrispettivo pacifico della guerra ed hanno anche la funzione di consentire l’elaborazione del lutto e di riportare gli animi, almeno temporaneamente, ad un’atmosfera di serenità e anche di gioia.

L’incontro di Priamo e Achille

Gli dei ingiungono ad Achille di restituire il cadavere di Ettore
Sono passati dodici giorni dalla morte di Ettore e il suo cadavere giace ancora insepolto. Conclusisi i giochi funebri in onore di Patroclo, Achille non ha pace: continua a trascinare il cadavere di Ettore intorno alla tomba dell’amico.
Tanta ferocia indigna gli dei, che, pur divisi al loro interno tra filogreci e filotroiani, decidono di intervenire. Zeus convoca Teti e la incarica di comunicare ad Achille che è giunto il tempo di restituire la salma del figlio al padre.
Subito Teti esegue l’ordine del re degli dei e Achille si dimostra disposto ad obbedire.
Intanto Iride, la messaggera degli dei, vola da Priamo per invitarlo a recarsi da Achille con ricchi doni con cui riscattare il corpo di Ettore; gli raccomanda di andare in compagnia di un solo uomo, un anziano araldo; lo incoraggia a non temere: lo scorterà Hermes; Achille lo accoglierà onorevolmente.

Priamo prepara il riscatto
Ecuba tenta di scoraggiare il marito da un’impresa così rischiosa, ma il vecchio re appare deciso; fa aprire i suoi forzieri e ne trae pepli, mantelli, coperte, teli di lino, tuniche, lavorati meravigliosamente; da questo e altri passi si capisce quanto fosse importante il lavoro femminile se i manufatti venivano usati come preziosa merce di scambio. Aggiunge talenti d’oro, tripodi, lebeti e una coppa meravigliosa.
Niente è troppo prezioso per Priamo che non se ne possa privare per riscattare il suo Ettore.

La partenza di Priamo
Priamo parte alla volta dell’accampamento greco, in compagnia del vecchio araldo Ideo. Lungo il cammino si presenta, nelle vesti di un guerriero mirmidone, il dio Hermes, che scorta il re fino alla tenda di Achille e, dopo avergli dato dei consigli, sparisce.

L’incontro nella tenda di achille
Achille ha appena finito di cenare. Priamo entra nella tenda inosservato e si getta ai piedi del nemico, supplicandolo di accettare i doni e di restituirgli la salma del figlio.
Priamo fa leva sui sentimenti filiali di Achille: si ricordi del vecchio padre Peleo, che si trova in una situazione simile a quella di lui, Priamo, anche se meno tragica, essendo separato dal figlio e trepidando per la sua sorte.
Alle sue parole Achille commosso scoppia in pianto; prende il vecchio re per la mano e dolcemente lo allontana da sé. Entrambi piangono: Priamo per Ettore, Achille per Peleo.
TESTO
(Iliade, XXIV,468-551; trad. M. G. Ciani)

Dopo aver detto queste parole, tornò al vasto Olimpo il dio Hermes. E Priamo scese a terra dal carro, lasciò Ideo a sorvegliare muli e cavalli e si diresse alla tenda dove sedeva Achille, amato da Zeus; lo trovò che era solo, stavano in disparte i compagni: due di loro soltanto, I'eroe Automedonte ed Alcimo, stirpe di Ares, gli si affaccendavano intorno; egli aveva appena finito di mangiare e di bere; la tavola era ancora apparecchiata. Entrò il gran re, senza essere visto, e quando fu accanto ad Achille gli abbracciò le ginocchia e gli baciò le mani, le mani terribili che tanti figli gli avevano ucciso. Come quando un'acuta follia travolge un uomo, che in patria ha commesso omicidio e si rifugia in terra straniera, nella casa di un uomo ricco, e coloro che lo vedono restano attoniti; così Achille restò stupefatto nel vedere Priamo simile a un dio; stupirono tutti, guardandosi gli uni con gli altri; e Priamo si rivolse a lui con parole di supplica:
«Ricordati di tuo padre, divino Achilie, tuo padre che ha la mia stessa età ed è alle soglie della triste vecchiaia; e quelli che vivono intorno forse lo insidiano e non c'è chi lo difenda dalla sventura e dalla rovina. Ma lui, almeno, si rallegra in cuor suo sentendo che tu sei vivo, e di giorno in giorno spera di rivedere suo figlio di ritorno da Troia. Ma la mia sventura è immensa: ho messo al mondo valorosi figli nella grande città di Troia e di loro non me n'è rimasto nessuno; cinquanta ne avevo, quando giunsero i figli dei Danai; diciannove erano figli di una sola madre, gli altri nacquero da altre donne nella mia reggia; a molti di loro Ares ardente ha tolto la vita; I'unico che mi restava, colui che proteggeva la città e i cittadini – Ettore – tu l'hai ucciso mentre difendeva la patria; è per lui che io vengo ora alle navi dei Danai, per riscattarlo, e porto doni infiniti. Abbi rispetto degli dei, Achille, e abbi pietà di me, ricordando tuo padre; io sono ancora più sventurato, io che ho osato – come nessun altro fra i mortali su questa terra – portare alle labbra le mani dell'uomo che ha ucciso mio figlio».
Così parlò Priamo, e in Achille fece sorgere il desiderio di piangere per suo padre; prese il vecchio per mano e lo scostò da sé, dolcemente; tutti e due ricordavano: Priamo, ai piedi di Achille, piangeva per Ettore uccisore di uomini, e Achille piangeva per suo padre e piangeva anche per Patroclo: alto si levava, dentro la tenda, il lamento.
Ma quando Achille glorioso fu sazio di lacrime, quando il desiderio di pianto abbandonò le sue membra e il suo cuore, allora si levò dal seggio, prese il vecchio per mano e lo fece alzare; e compiangendo i capelli bianchi e la bianca barba del vecchio, si rivolse a lui con queste parole:
«Infelice, quante sventure hai patito nell'animo; come hai osato venire alle navi dei Danai, da solo, presentarti agli occhi dell'uomo che ti ha ucciso tanti figli valenti? Hai un cuore di ferro. Ma ora siedi su questo seggio, chiudiamo nell'animo, per quanto sia grande, la nostra angoscia; a nulla servono pianti e lamenti: hanno stabilito gli dei che gli infelici mortali vivano nel dolore, mentre loro non conoscono affanni. Nella dimora di Zeus vi sono due grandi orci che ci dispensano l'uno i mali, l'altro i beni; li mescola il dio delle folgori, e colui a cui ne fa dono riceve ora un male ora un bene; e chi riceve dolori diventa un miserabile, una insaziabile fame lo spinge per tutta Ia terra e lui va errando, disprezzato dagli dei, odiato dagli uomini. Ecco: gli dei diedero a Peleo splendidi doni fin dalla nascita; era superiore a tutti gli uomini per ricchezza e fortuna, era re dei Mirmidoni, e benché fosse mortale gli diedero come sposa una dea; ma poi gli inflissero anche una sventura, perché nel suo palazzo non sono nati figli destinati a regnare, un solo figlio è nato, dal breve destino; e io non sono lì per aver cura di lui nella sua vecchiaia, sono qui a Troia, molto lontano dalla mia patria, sono qui per la rovina tua e dei tuoi figli. E anche tu, vecchio, lo sappiamo, eri felice un tempo: nella terra racchiusa fra Lesbo, sede di Macaro, la Frigia e il vasto Ellesponto, eri superiore a tutti, per la tua ricchezza, per i tuoi figli; ma poi gli dei celesti ti hanno inflitto questo dolore, di vedere intorno alla tua città battaglie e carneficine. Fatti forza e non tormentarti senza tregua nell'animo; a nulla ti servirà piangere su tuo figlio, non lo farai rivivere e forse dovrai patire qualche altra sciagura».

Il tema della pieta’ nell’ultimo canto dell’iliade
L’ultimo canto dell’Iliade è dominato dai sentimenti della bontà, della cortesia, della pietà, della giustizia (anche gli dei diventano sensibili a tale valore), che riscattano le tante manifestazioni d’odio e di ferocia a cui abbiamo assistito in precedenza.
Sotto questo profilo è importante l’evoluzione dell’animo di Achille, che si va aprendo a sentimenti di pietà, e questo per un autonomo processo interiore e non per un intervento esterno, di natura divina, come avviene in altri casi, ad esempio nel primo canto quando Atena, strattonandolo per i capelli, lo fa recedere dalla tentazione di uccidere Agamennone.
Indubbiamente, però, al cambiamento di Achille contribuisce la grande umanità di Priamo, che, anche se prosternato di fronte all’eroe, non perde la sua dignità regale. La sua presenza, le sue parole fanno ridiventare umano Achille, che si riscopre figlio e piange per il vecchio padre, di cui ha davanti a sé un’immagine somigliante.

Pentimento e perdono valori estranei all’etica eroica
Achille non si mostra pentito del male che ha fatto a Priamo e che continuerà a fargli; si tratta solo di una tregua, di un momento di pace, di sospensione della guerra che poi riprenderà, né Priamo lo perdona, perché l’antichità non conosce il perdono; al contrario, pratica assai spesso la vendetta, come abbiamo visto.
Achille accetta l’immenso riscatto; mette da parte due teli di lino e una tunica di fine tessuto per avvolgere il corpo di Ettore; poi lo fa lavare, ungere e lui stesso lo depone sul feretro.
Poi il Pelide invita Priamo a consumare un pasto; l’invito è una conferma del mutato atteggiamento di Achille. Il banchetto funebre, nell’antichità, segnalava il desiderio di reagire al dolore provocato dalla morte, riaffermando i valori della vita.
Infine Achille concede al vecchio re di Troia una tregua di dodici giorni per i funerali del figlio; lo straordinario incontro si conclude con un commovente gesto di Achille: “Così parlò e posò la sua mano sulla mano destra del vecchio perché non avesse più timore nell’animo”(XXIV, 671-72).
Siamo vicini alla fine: il cadavere di Ettore viene riportato a Troia, dove viene pianto da Andromaca, Elena, Ecuba, e sepolto. Con i solenni funerali di Ettore si conclude il poema.
Questo il verso finale dell’Iliade nella traduzione del Monti: ” Questi furon gli estremi onor renduti/al domatore di cavalli Ettorre”.
Come rileva Vincenzo Di Benedetto, il fatto che Omero concluda il poema con i funerali del grande difensore di Troia, e non con la caduta della città, significa che il poeta valorizza sentimenti ed esperienze umane che vanno al di là della guerra.

Riflessioni conclusive.
L’Iliade poema di guerra e non solo

I limiti della paideia eroica
L’Iliade è il poema che ha come argomento principale la guerra: interi canti sono occupati dal racconto di scene di combattimenti, di duelli, di violenza, di orrore.
La virtù bellica è il valore supremo degli ideali eroici e per non venir meno al loro ideale gli eroi sono disposti a sacrificare tutto: affetti familiari e vita.
Indubbiamente essi combattono per difendere le loro donne dalla minaccia della schiavitù e i figli dalla morte, ma poi finiscono per perdere tutto. È una contraddizione che abbiamo visto esplodere in modo drammatico nell’incontro di Ettore e Andromaca alle porte Scee.
Ettore, nella preghiera che rivolge a Zeus, esprime l’augurio che, una volta cresciuto, Astianatte conquisti una gloria più grande di quella del padre. La gloria è, dunque, l’obiettivo più alto e appare anche un compenso adeguato alla perdita della vita.
Commentando i limiti della paideia eroica così si esprime Ida Biondi: “Essa sviluppando al massimo l’agonismo e l’individualismo come valori supremi dell’esistenza, non tiene conto della sofferenza di chi, per età o per sesso, può goderne solo di riflesso gli aspetti più esaltanti, mentre è totalmente coinvolto nelle conseguenze più tragiche di questa mentalità” (p. 253).

Omero racconta la guerra, ma non la celebra
Qual è la posizione di Omero sulla guerra? Omero racconta la guerra senza giudicarla e senza schierarsi; a stento ci si ricorda che è greco; come osserva Rachel Bespaloff (1895-1949), un’intellettuale ebrea affine per le vicende biografiche a Simone Weil: “Il greco non umilia né il vincitore né il vinto: ha voluto che Achille e Priamo si rendessero reciprocamente omaggio. Dato che la colpevolezza del divenire pesa allo stesso modo sul genere umano e sulla stirpe degli dei, la comprensione e la compassione devono estendersi ugualmente ai fortunati e agli sventurati, ad Achille come a Licaone. Omero non tradisce alcuna preferenza, alcuna parzialità per i suoi, e non è tra loro che egli ha eletto colui di cui ha fatto il modello umano per eccellenza, cioè Ettore” (p. 54).
Omero non sembra, certo, esaltare la guerra; il bilancio della guerra è negativo per tutti: per Achille che perde l’amico carissimo, per Ettore che perde la vita.
Il significato del poema va ben oltre il tema della guerra. Al riguardo così si esprime Vincenzo Di Benedetto: “La grandezza di Omero (e anche ciò che rende difficile capire appieno la sua opera) consiste nel fatto che egli fa un poema che racconta una guerra, e questo racconto è realizzato con pieno gusto del narrare e con un prodigioso senso del fattuale; e nello stesso tempo, però, il poeta svela una fascia di realtà profonda, che va al di là della guerra, come svuotandola (p. 251).

Valori che vanno al di la’ della virtu’ militare
Negli sprazzi di luce Omero fa intravvedere altro, al di là del valore militare: il valore dell’amore paterno (Ettore, Priamo),dell’amore materno (Teti, Ecuba, Andromaca); dell’amore filiale (Ettore, lo stesso Achille); dell’amore coniugale (Ettore e Andromaca); dell’amicizia (Achille e Patroclo); il valore dell’ospitalità (un duello tra Diomede e Glauco, nel VI canto, viene meno in nome di un antico vincolo di ospitalità che legava le famiglie); il valore della bellezza (del corpo degli eroi, dei tanti manufatti: tessuti, vesti, gioielli, vasellame, arredi, ecc.).
Ma l’Iliade propone soprattutto una riflessione sul senso della vita umana, del nascere, delle responsabilità, dell’impegno, del dovere, del morire.

L’Iliade come fonte della letteratura occidentale

L’Iliade è l’opera che inaugura la letteratura occidentale e che l’ha alimentata per secoli, fornendo temi e ispirazione per l’arte figurativa, la letteratura, la musica.
Nel mondo greco, tanto per fare un esempio, la vicenda di Troia con i suoi sviluppi costituisce l’argomento di alcune tragedie di livello altissimo quali sono quelle di Euripide ( Ecuba, Andromaca, Troadi, Elena).
Come le Sacre Scritture hanno fornito il soggetto a tanta arte occidentale, così l’Iliade, che ha costituito anche il testo base per l’istruzione dei giovani Greci, ha ispirato le arti figurative (pittura e scultura); gli episodi più significativi del poema omerico sono, forse, i soggetti più rappresentati nella pittura vascolare, con esiti raffinatissimi.
L’influenza di Omero è proseguita in epoca moderna; in campo letterario, soprattutto in coincidenza con il preromanticismo inglese e nel romanticismo tedesco; molto significativa è la presenza degli eroi omerici soprattutto nella pittura e nella musica.
I poemi omerici costituiscono, dunque, una fonte di ispirazione inesauribile, segno che Omero parla un linguaggio che viene sentito come moderno. “La concezione che l’uomo ha di sé – scrive Bruno Snell – guarda al futuro, e costituisce la prima tappa del pensiero europeo”.

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