Relazione del Presidente Carlo Augusto Dal Miglio sull'Uscita all'Oasi di Ninfa

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Visita Oasi Ninfa-Abbazia Valvisciola-Sermoneta

Introduzione

Avevo avuto notizie molto positive sulla visita all’Oasi di Ninfa. che, con il secondo pullman, 7 giorni dopo il primo, ho intrapreso il viaggio con la massima attesa, ma devo dire che, nonostante fossi pronto a vedere queste meraviglie, sono rimasto ugualmente colpito dalla bellezza della natura e delle località visitate. A differenza del primo gruppo guidato da Nobili. Laureti e Agostino, siamo stati accompagnati dalla Direttrice Angela e Agostino. La partenza prevista per le 06,15 ci accomunava con i precedenti Soci al piacere di godere di una sveglia precoce, con temperatura decisamente fresca ma con una giornata che non prometteva bel tempo, ma che con il passare delle ore volgeva decisamente al bello e una temperatura mite. Partenza con la massima puntualità e abituale sosta intermedia per una rapida colazione ed altro. Il Mitico Agostino ci intratteneva lungo il percorso sulle bellezze che avremmo gustato e non potendo descrivercene la magia ci intratteneva maggiormente sulle notizie storiche.

Consiglio Regionale
Devo a questo punto fare un’apparente divagazione. Sono reduce, insieme alla Direttrice dei Corsi, della riunione delle Unitre Umbre, che il Presidente Nazionale Cuccini aveva indetto per approfondire alcune tematiche di interesse generale. Presenti i rappresentanti di circa 20 Unitre Umbre e nel corso dello svolgimento della discussione c’è stata l’occasione, da parte di alcuni Presidenti, di presentare quello che loro ritenevano essere il fiore all’occhiello della loro vita associativa. Orbene per merito del nostro staff dirigenziale e soprattutto della nostra Direttrice, ma anche per la partecipazione degli Associati, devo dire che la nostra Unitre non solo non ha da imparare nulla dalle altre Unitre, ma anzi è all’avanguardia nei programmi e nello svolgimento dei suoi corsi. Siamo un gruppo di circa 250 anime, che si conoscono, si frequentano e sono presenti con un’assiduità meravigliosa. Alcune Unitre dell’Umbria, più numerose di noi, hanno una suddivisione in tanti rivoli d’interesse, che potrebbero essere praticati anche da noi al di fuori della nostra attività base dei corsi, ma avremmo il risultato di uno sgretolamento del nostro nucleo, vero patrimonio eccezionale della nostra Unitre. Mi dicevano alcuni Presidenti che i loro Soci non si conoscono nemmeno, alcuni fanno le gare di burraco, altri ginnastica, altri ancora corsi di ballo. Tutte attività lodevoli e piacevoli ma che si possono fare al di fuori dell’Unitre, utilizzando le varie organizzazioni che operano in questi settori. Qui termino e ritorno allo scopo principale di questo diario. Torniamo quindi al viaggio e a ciò che abbiamo visto e fotografato con la mente e gli altri sensi.

Informazioni storiche sull’Oasi di Ninfa

Il nome sembra tragga origine da un tempio di età classica dedicato alle Ninfe, situato su un isolotto del piccolo lago. Centro agricolo in epoca romana, verso la metà del VIII secolo il papa Zaccaria l’ebbe in dono da Costantino V da Copronico per aver contrastato l’avanzata dei Longobardi intercedendo presso il re Liutprando. A seguito dell’avanzamento della palude che rese impraticabili le vie consolari Appia e Severiana il traffico fu spostato sulla via pedemontana che transitava presso Ninfa. L’imposizione di un pedaggio a chiunque avesse voluto utilizzare la via, creò una fonte di ricchezza facendo divenire Ninfa un piccolo centro urbano, con numerose case e chiese. Tra il X e l’XI secolo nonostante i territori appartenessero allo Stato Pontificio ebbe come padroni assoluti i conti di Tuscolo. Inizio XII secolo il papa Pasquale II ottenne nuovamente il controllo di Ninfa. Nel 1159 alla morte di Adriano IV, furono eletti due papi Alessandro III (al secolo Oddone Frangipane) e Vittore IV (al secolo Ottavio de Monticelli), il primo sostenuto dai Frangipane e il secondo da Federico Barbarossa. Alessandro III fatto prigioniero, fu liberato da Oddone Frangipane che lo gli offrì rifugio a Ninfa e dove nella chiesa principale Santa Maria Maggiore fu eletto papa. Nel 1171 Federico Barbarossa per vendicarsi, saccheggiò ed incendiò la città. Le fortune dei Frangipane ebbero fine al termine del XII secolo sommersi dai debiti che li costrinse a vendere la maggior parte delle loro proprietà. A merito della famiglia Frangipane durante il loro governo, decisero la costruzione della prima parte del castello e delle mura di difesa. Durante il XIII secolo vi furono momenti che portarono al potere gli Annibaldi e poi i Colonna. Con la salita al soglio pontificio di Bonifacio VIII, i Colonna furono scomunicati e tutti i beni confiscati; nel 1297 Pietro Caetani acquistò Ninfa per 200 mila fiorini d’oro. Vi fu un periodo di prosperità, le mura vennero rinforzate, il castello ampliato e costruita una torre. Furono inoltre fatte opere per il contenimento delle acque della sorgente in modo di ampliare il lago esistente, costruiti nuovi mulini e due ospedali. Trovarono prosperità botteghe artigiane e commerciali ed in questo periodo vennero fatti interventi per il risanamento della palude circostante. Alla morte di Bonifacio VIII le famiglie nemiche dei Caetani rivendicarono i territori usurpati. Gli Annibaldi saccheggiarono Ninfa, poi la situazione politica variò ancora e i Caetani si riappropriarono della città. Nel 1317 Ninfa fu data a Benedetto III , conte palatino, e nel 1355 a suo nipote Giovanni ma anche loro per problemi economici dovette vendere i territori. Nel 1369 la famiglia Caitani di Fondi, con a capo Onorato I, saldò i debiti e restaurò la cinta muraria. Il papa avignonese Clemente VII , alleato di Onorato, gli confermò la carica di rettore della zona. I Palatini estromessi provocarono una violenta lotta che sfociò nel 1380 con l’assedio di Ninfa, saccheggiata e completamente distrutta a colpi di piccone. Dopo ciò Ninfa non fu più ricostruita e pochi contadini in capanne lavorarono le campagne poi cacciati dall’avanzata della palude e la malaria. Nel 1471 i Caetani aprirono una ferriera ma pochi anni dopo la chiusero. Il castello venne utilizzato come prigione e nel 1447 avvenne l’episodio dell’eccidio di Ninfa, quando per l’uccisione da parte di un recluso di un carceriere, per punizione Onorato III fece lanciare dalla torre tutti i reclusi tra cui un diacono. Eventi inammissibile dalla chiesa e per evitare la scomunica e la confisca di tutti i beni Onorato si fece pubblicamente frustare. Nel XVI secolo Nicolo III Caetani, avvalendosi dell’architetto Francesco Capriani fece costruire un giardino nell’area di Ninfa costituito da due viali ad angolo retto con due nicchie dalle quali fuoriusciva acqua che si riversava nel fiume per l’allevamento di trote. Il giardino cadde in rovina con la morte del cardinale nel 1585. Nel XVIII secolo di Ninfa non rimaneva più traccia con la chiusura dell’ultimo mulino. Dopo altri tentativi per risollevare il destino di Ninfa, nel 1921, Gelasio Caetani iniziò la bonifica ed il restauro di alcuni ruderi la torre e il municipio (divenuta residenza estiva). Sotto la guida di Ada Wilbraham, che aveva maturata esperienza con un orto botanico a Fogliano, iniziò a piantare diverse specie botaniche che portava dai suoi viaggi all’estero. Il clima è particolarmente favorevole, molto umido (fiume Ninfa) e rupe di Norma che blocca il passaggio delle nubi basse con frequenti piogge. L’allestimento del giardino fu proseguito da Roffredo Caetani e dalla moglie e figlia dando al giardino una struttura all’inglese. Divenne luogo di ospitalità per diverse personalità del ‘900. (D’Annunzio, Pasternak, Mussolini). Leila Caetani, senza eredi, fu l’ultima rappresentante della famiglia Caetani, che dopo oltre 700 anni estingueva il suo casato. Prima della sua morte, avvenuta nel 1977, creò una fondazione, chiamata Roffredo Caetani di Sermoneta, che si occupa del parco. A partire dal 1976, intorno al giardino, è stata istituita un’oasi del WWWF a sostegno della flora e della fauna del luogo, che la bonifica della palude aveva portato alla scomparsa, Nel 2000 tutta l’area di Ninfa è stata dichiarata monumento naturalistico e il giardino è stato considerato dal The New York Times, come il più bello al mondo.

Visita ai ruderi disseminati nel giardino

Escudo per decenza che cerchi di elencare tutte le specie arboree incontrate, si è di fronte ad una tale ricchezza di piante, di colori, di atmosfera che sembra di passeggiare in un ambiente surreale in cui i profumi, in alcuni momenti così inebrianti, danno la sensazione di vivere una realtà non terrena. Rinunciando, pertanto a cimentarmi nel parlare di piante, le elencherò più avanti localizzandole con i ruderi visitati, cercherò di indicare alcune cose viste. Come avevo ricordato nelle brevi indicazioni storiche, nel periodo di massimo splendore Ninfa era una città ricca di case (circa 150) con solaio e granaio, chiese (quattordici), strade, mulini e ponti, due ospedali, un castello ed un Municipio. Difesa da una cinta muraria lunga 1400 metri con almeno undici torri, ma forse molte di più. Il castello , nei pressi del lago, fuori le mura, ha subito molteplici danneggiamenti e ricostruzioni ed ampliamenti, oltre ad aver avuto svariati utilizzi (anche come prigione). Nella vicinanza della torre, appoggiata al muro di cinta fu costruita una casa signorile, che aveva un ampio salone in cui si aprivano delle finestre bifore in stile gotico. Tra le chiese principali: Santa Maria Maggiore, San Giovanni, San Paolo, San Pietro, San Biagio, San Salvatore dentro le mura perimetrali della cittadina e fuori le mura Sant’Eufemia, Sant’Angelo, San Clemente, San Martino, San Quintino, San Leone, San Parasceve e San Vincenziano. Senza dubbio Santa Maria Maggiore era la chiesa più importante la cui costruzione risale al X secolo, ampliata inizio XII secolo. Nel ‘400 Onorato III ne fece un restauro generale ed anche dopo la fine di Ninfa rimase in attività fino al XVI secolo, per essere poi abbandonata. Attualmente rimangono ruderi del perimetro esterno, dell’abside e del campanile, in stile romanico. Chiesa a tre navate, l’abside è semicircolare e sono ancora visibili due affreschi, uno raffigurante San Pietro (circa 1160/1170). Altri affreschi sono stati recentemente staccati per essere conservati nel castello di Sermoneta. Rimangono solo pochi ruderi di San Giovanni che ne rendono difficile la ricostruzione originale. Probabilmente era a navata unica con cappelle laterali con abside semicircolare con tracce di angeli e fino all’inizio del ‘900 si osservavano degli affreschi della guarigione di un cieco e la traslazione del corpo di un santo. Gli affreschi salvati dalla chiesa di San Biagio (un Cristo in Gloria e la Vergine tra gli Apostoli XII e XIII secolo) anch’essi esposti al castello di Sermoneta. Infine San Giovanni fuori le mura così nomata perché effettivamente un centinaio di metri fuori le mura nei pressi del lago, venne ampliata nel XII secolo, secondo un gusto gotico, abbastanza grande a tre navate e con un abside in opus reticolatum ed inserti in cotto, affrescata con una Teofonia, risalente al XII-XIII secolo, di cui si possono notano ancora angeli, il bordo decorato e drappeggi. Di questa chiesa nulla abbiamo veduto perché fuori dell’itinerario e le notizie le ho tratte da Google. Il fiume Ninfa era attraversato, nella cittadella, da tre ponti, di cui uno di epoca romana, il più antico, ed uno chiamato il Macello, a due campate, a ridosso delle mura. Il suo nome trae origine da due ipotesi. La prima narra di una battaglia nella quale gli invasori passati attraverso il fiume furono, proprio all’altezza del ponte, respinti e trafitti da numerose lance tanto da rendere l’acqua di color rosso dal copioso sangue versato. La seconda ipotesi, più accreditata, è quella che vuole che sorgesse nei pressi del ponte un edificio utilizzato per la macellazione, completamente perduto.

Il Giardino

Il giardino all’inglese di circa otto ettari, ospita circa un migliaio di piante, ed è percorso da ruscelli d’irrigazione e da fiume Ninfa. Il fiume trae il suo nome dall’omonimo laghetto di natura risorgiva, nelle sue acque vive la Trota macrostigma, localmente chiamata Trota di Ninfa. Nei pressi della chiesa di San Giovanni è possibile osservare un noce americano, diversi meli ornamentali e un acero giapponese a foglia rosa.Vi è ancora un faggio rosso, un acero a foglie bianche e un pino a foglie color argento. Alle spalle della chiesa Santa Maria Maggiore una bignonia gialla, un gruppo do yucca e diversi roseti, mentre presso la facciata si trova un cotinus coggygria (albero della nebbia) con infiorescenze a piumino rosa (simile a zucchero filato) ed un cedro sul cui tronco è poggiata una tilandsia (pianta senza radici che ricava nutrimento dall’umidità dell’aria). Lungo il viale dei cipressi delle erythrina crista-galli (fiori di colore scarlatto simili ad uccelli tropicali). Lungo il viale delle lavande, dei ciliegi penduli, un pino dell’Himalaya, dei banani, un pino messicano ed una acacia sudamericana. Nella zona rocciosa si trovano iberis, eschscholzia (papavero della California), veronica, alyssum, aquilegia, dianthus e melograni vari, Vicino al ponte del Macello si trovano clematis armandii a fiori viola, ortensie rampicanti, aceri, un pioppo e proseguendo lungo il fiume si trova un boschetto di noccioli. Un acer saccharinum e un liriodendron tulipifera (detto anche albero del tulipano), Nei presso del ponte romano si trova una photinia serrulata, gelsomini, glicini e prima d’arrivare al ponte di legno un gruppo di bambù provenienti dalla Cina che con il loro crescere hanno invaso la zona di una pianta enorme che privata del sostegno delle proprie radici scalzate dai bambù si è delicatamente coricata, come dormiente, continuando a vivere traendo sostanze dal poco spazio di terra lasciato dalla prepotenza dei bambù. I bambù crescono di 15 cm al giorno ed arduo il lavoro dei giardinieri per contenere in modo corretto lo sviluppo di questa piantagione.
Dal 1976, un area di circa 1.800 ettari intorno al giardino è stata proclamata oasi del WWWF che difende la protezione della fauna, realizzando un impianto boschivo ed un sistema di aree umide per permettere la sosta e la nidificazione dell’avifauna e che allo stesso tempo si è cercato di ricreare, su un’area di quindici ettari. La vegetazione tipica della zona, ossia quella prettamente paludosa, già esistente fino agli anni trenta prima che la zona pontina venisse del tutto bonificata. L’area si trova sulla traiettoria di una delle principali rotte migratorie percorse da uccelli che, provenienti dai paesi africani, si trasferiscono in varie aree dell’Europa. Dopo la creazione dell’oasi, nella zona si sono registrati arrivi di alzavole, germani reali, canapiglie, aironi, pavoncelle e alcune specie di rapaci.
Salutata la nostra guida, valida, gentile e capace di farsi sentire da un gruppo numeroso e spesso un poco sparpagliata che ha dimostrato di conoscere bene il suo mestiere, ci si riuniva per proseguire le visite.

Partenza destinazione Abbazia di Valvisciolo – Breve storia

Partenza per l’abbazia di Valvisciolo ed arrivo con il Pullman nelle immediate vicinanze. L’Abbazia è edificata in rigoroso stile romanico-cistercense, si pensa nel XII secolo da monaci greci e poi sia stata occupata e restaurata dai Templari nel XIII sec., ordine poi disciolto nel XIV secolo quando subentrarono i Cistercensi. A questa abbazia è legata una leggenda medievale, che narra come nel 1314, quando fu dato al rogo l’ultimo Gran Maestro Templare, Jacques de Molay, gli architravi della chiesa si spezzarono. Ancora oggi, osservando attentamente l’architrave del portale principale dell’abbazia, si riesce a vedere la crepa. Gli indizi della presenza Templare sono visibili da alcune caratteristiche croci: nel gradone del pavimento della chiesa, nel soffitto del chiostro e quella più famosa di tutte scolpita nella parte sinistra dell’occhio centrale del chiostro. Abbattendo un muro posticcio, sono venute ala luce, graffite sull’intonaco originale, le cinque famose parole del magico palindromo SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS, con la variante , sinora unico caso, che le venticinque lettere sono disposte in cinque anelli circolari concentrici, ognuno dei quali diviso in cinque settori, in modo da formare una figura simile ad un pentagono, forma geometrica che anticamente richiamava una sorta di protezione alchemica, una difesa templare da forze oscure che in quel periodo stavano nascendo e cercavano di sopprimere l’ordine. Queste forze (oscure) identificabili in Filippo il Bello e papa Clemente V in parte ci riuscirono, sterminando migliaia di cavalieri templari, ma rimasero la forte magia e gli antichi messaggi custoditi in questi simboli, ancora conservati in questi luoghi sacri. Dal 1411 l’abbazia fu ceduta in commenda a Paolo Caitani. Nel 1523 fu declassata da Clemente VII a priorato semplice. Tra il 1600 e il 1605 fu abitata dai cistercensi della congregazione dei Foglianti fino al 1619. Poi l’abbazia fu abitata dai Minimi di San Francesco di Paola. Poi tornarono i Foglianti fino alla Soppressione degli Ordini religiosi voluta da Napoleone Buonaparte. Pio IX volle che l’abbazia divenisse priorato conventuale dipendente dalla congregazione di Casamari. Nel 1888 il Priore riscattò il complesso monastico messo all’asta dal Comune di Sermoneta con la somma di lire 10.150

Architettura

Chiesa a tre navate di cinque campate suddivise da pilastri e colonne, priva di transetto e con abside rettangolare affiancata da due cappelle quadrate. Presenta pareti spoglie di affreschi secondo i canoni del “memento mori” dei cistercensi che evitano gli sfarzi architettonici perché non contava la materialità ma, invece, la spiritualità. Sul fondo della navata sinistra si trova la cappella di San Lorenzo, affrescata (1586-89) dal pittore Niccolò Circignani detto il Pomarancio. Sopra il portone d’ingresso si nota un bel rosone. Il chiostro sito alla destra dell’abbazia guardando la facciata ha un giardino vivacemente colorato al cui centro trova collocazione il classico pozzo, una fonte che definisce il chiostro stesso come un nuovo giardino dell’Eden, nel quale non vi è più presente l’albero del bene e del male, ma la stessa fonte della vita. L’Abbazia è posta a 116 m.s.l.m. su un contrafforte che si affaccia su una piccola valle, che per tradizione medievale , è detta “dell’usignolo”(vallis lusciniae) . Il nome del complesso monastico sembrerebbe derivare da questo, ma un’altra fonte dà credito che il nome derivi dalla presenza di alberi di visciole (ciliegie selvatiche). Posta ai piedi del Monte Corvino, l’Abbazia, è dedicata al protomartire Santo Stefano, Sorge su un bel poggio panoramico posto tra una insenatura ai piedi dei Monti Volsci-Lepini. Il piazzale posto davanti la chiesa oltre a permettere di godere della vista del complesso permette uno sguardo panoramico sulla valle (una volta zona paludosa) sin verso il mare con la visione del profilo del promontorio del Circeo.

Partenza per il ristoro

Tutti in Pullman per raggiungere il ristorante. Dimenticavo di dire che prima d’iniziare la visita all’Abbazia, chi ha voluto, ha potuto acquistare prodotti e ricordini presso il negozietto gestito dai frati. E’ stato necessario anteporlo alla visita in quanto alle 12,00 precise cessavano le vendite. Il viaggio per raggiungere il ristorante è stato esso stesso un bellissimo episodio di arrampicatura per strade strette e piene di curve a gomito. Salendo si avevano scorci panoramici bellissimi ma che mettevano a dura prova gli stomaci (fortunatamente ancora vuoti) dei sofferenti di mal d’auto e metteva a dura prova il coraggio di chi non gradisce gli strapiombi (senza rete) delle strade che si affacciano in modo prepotente sugli strapiombi. Bello incrociare altre vetture in senso contrario specie se di dimensioni analoghi al Pullman sul quale viaggiavamo. La stessa sensazione si provava nel successivo spostamento post prandiale, che avveniva però con molta prudenza a causa del raggio di sterzatura che obbligava il bravo autista, Mauro, a prove di abilità e toccatine del fondo del Bus che ai più sensibili equivaleva come fatta sulla propria pelle. L’ingresso al ristorante vedeva, per merito della Direttrice che voleva velocizzare il pranzo per permettere la visita a Sermoneta, già servito l’antipasto. I primi e i secondi hanno avuto il giusto ritmo e così si è potuto arrivare al termine del simposio in orario per proseguire il programma di visita previsto. Pranzo che si è chiuso con caffè e ammazza caffè.

Sermoneta

Città popolata già in epoca arcaica. L’espansione delle paludi pontine e l’invasione dei Saraceni, spinsero gli abitanti dell’antica Sulmo a trasferirsi nell’attuale Sermoneta. Libero comune si sottomisero alla famiglia Caitani. Per la sua posizione sulla via pedemontana ebbe il controllo della strada istituendo la dogana di passaggio, che ne fece la sua fortuna quando a causa della palude prese il posto della via Appia per collegare il Sud e il Nord. Può essere considerato tra i borghi medievali più belli del Lazio. Percorrendo la tortuosa strada, si gode gradatamente, mano a mano si saliva, di panorami sempre più ampi e il paese appare ad un tratto nella sua bellezza. Circondato da mura poderose attorno ad un imponente castello. Il Castello Caitani, da noi non visitato per mancanza di tempo, è meta turistica per la sua conservazione fra le migliori della Regione Lazio. Abbandonata l’idea della sua visita, che avrebbe comportato il pagamento di un biglietto d’ingresso che non avremmo potuto sfruttare per mancanza di tempo, ci siamo diretti alla Cattedrale di Santa Maria Assunta. Stile romanico sulle rovine di un tempio romano dedicato alla dea Cibele. Stile romanico-gotico con riferimenti cistercensi (a seguito della ristrutturazione del XII secolo). Interno a tre navate con volta a crociera. Colpisce per l’angusto portico gotico e per lo snello campanile romanico in pietra e mattoncini ( decapitato nel cinquecento da un fulmine). Da ammirare due acquasantiere, una medievale e l’altra rinascimentale, un coro ligneo, il crocefisso barocco e quello medievale. Sono visibili affreschi quattrocenteschi di Benozzo Gozzoli (Cappella De Marchis). Chiesa poco illuminata che a destra sulla controfacciata ha un dipinto, assai deteriorato, che raffigura in maniera dura e fosca i sette vizi capitali.

Ormai era ora del rientro e i Soci trovavano conforto, riposo e spazio di meditazione per ciò che era stato visto nell’accogliente Pullman che ci avrebbe riportato a Spoleto con negli occhi le tante meraviglie viste.
Un grazie alla disciplina dei partecipanti che hanno permesso lo svolgimento della visita secondo programma e senza sbavature e alla Direttrice Angela che ha saputo portare a termine il tutto considerando che è uno dei più lontani siti che quest’anno visitiamo. Grazie ad Agostino sempre all’altezza (e grossezza) della situazione. Lungo il percorso la Direttrice ricordava gli impegni ormai di fine Anno Accademico. Appuntamenti quanto mai importanti: le lezioni che vedono Lunedì 09 p.v. il Prof. Cuccini (storia dell’arte) e Presidente Nazuiona dell’UNITRE, , e ben altri quattro incontri con Agnese Benedetti, Leopoldo Bartoli, Maria Rutilia Coccetta, Susanna Zannoli. Da non dimenticare inoltre la visita culturale di Mercoledi 10 p.v. a Sant’Antimo e San Galgano e l’impegno, per chi andrà in Sardegna, il saldo il 15 p.v. e per finire in gloria, il pranzo di chiusura di Giovedì’ 25 p.v. alle Casaline. Come si può notare un …..fuoco pirotecnico di eventi prima delle vacanze estive. Ma per i saluti e gli auguri c’è ancora tempo per farceli. A presto

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