Relazione del Presidente sull'Uscita a San Galgamo e a Sant'Antimo

Visita San Galgano e Sant’Antimo
E’ l’ultima visita culturale di questo Anno Accademico, mettendo un poco alla prova la resistenza fisica degli Associati che hanno usufruito la settimana precedente della combinazione del secondo Pullman per la visita alla Oasi di Ninfa e all’Abbazia Visciola. Il magnifico paesaggio che abbiamo potuto godere lungo lo spostamento è stato un continuo e suggestivo accompagnamento. Collinette, strade raramente dritte, ma sempre armoniosamente disegnate con la natura, hanno rappresentato, esse stesse, un piacevole vedere. Partenza da Spoleto alle 07,20, dopo le varie soste per la salita dei partecipanti. Temperatura fresca ma non fredda, precisione ad ogni imbarco secondo quanto ormai di norma. Una nebbiolina iniziale ci ha accompagnato fino ad Assisi, preannunciando una giornata bella. L’umidità accumulata dalla terra dopo le piogge dei giorni scorsi, saliva al cielo per il sole che cominciava a riscaldare il terreno. Sosta abituale lungo il percorso, peccato che l’Auto Grill avesse una recettività limitata nei servizi; veloce colazione e via. Agostino ci intratteneva con informazioni relative a quanto avremmo visto e come sempre rimandava a dopo il completamento delle nptizie. Il percorso veniva coperto in poco più di 3 ore, comprendendovi la sosta. Devo sottolineare ancora la bellezza del panorama e la ricchezza di vigneti nella zona Montalcino, zona nella quale si produce il prestigioso vino conosciuto in tutto il mondo. Arrivo in Pullman nei pressi dell’Abbazia di San Galgano alle 10,45.
Abbazia di San Galgano
L’Abbazia sembra sia stata voluta da Galgano che si convertì dopo una giovinezza che potremmo definire disordinata, e che si ritirò a vita eremitica per darsi alla penitenza. Si narra che in un duello con un avversario, suo amico, ne abbia procurato la sua morte. Il momento culminante della conversione avvenne nel giorni di Natale del 1180, quando Galgano, giunto sul Montesiepi, infisse nel terreno la sua spada, trasformando l’arma in una croce, Attualmente nella Rotonda c’è un masso dalla cui fessura spunta un’elsa e un segmento di una spada, il tutto ora protetto da una teca in plexiglass.
Breve storia
Per volontà del Vescovo di Volterra (Ugo Saladini), nel luogo della morte di San Galgano fu edificata una cappella, poi il Vescovo successivo ( Ildebrando Pannocchieschi) volle la costruzione di un vero e proprio monastero, mettendosi in contatto con i Cistercensi i quali fondarono la prima comunità di monici (già attiva dal 1201). Sotto l’impulso dei monaci, di notabili senesi e alcuni monaci provenienti dall’Abbazia di Clairvaux nel 1218 si iniziarono i lavori dell’abbazia nella sottostante piana di Merse. I lavori proseguirono rapidi facilitati dalle numerose donazioni e dalle concessioni ecclesiastiche, e anche perla presa in possesso dei beni delle abbazie benedettine dei dintorni. Nel 1288 venne consacrata e l’Abbazia, con la grande ricchezza acquisita in campo economico e culturale divenne già nel 1257, centro importantissimo. il monaco Ugo divenne camerlengo di Biccherna (responsabile dell’erario della Repubblica), ma fu solo il primo di una serie di monaci di San Galgano ad occupare questa carica. Nel XIV secolo la situazione cambiò in modo peggiorativo sia per la carestia del 1328 e soprattutto per la peste del 1348, che colpì i monaci duramente. Nella seconda metà del secolo , come tutto il senese, fu saccheggiata dalle compagnie di ventura (ben due volte da quelle di Giovanni Acuto), portando ad una profonda crisi la comunità, tanto che, a fine secolo, i monaci erano ridotti a solo otto unità. Nel 1474 i monaci fecero costruire a Siena il Palazzo di San Galgano trasferendovisi e lasciando il monastero. Si scatenò una contesa per l’acquisizione del vasto patrimonio fondiario fra la Repubblica di Siena ed il Papato. Nel 1503 l’Abbazia venne data ad un abate commendatario accelerando la fine dell’Abbazia, infatti uno di loro alla metà del secolo fece rimuovere e poi vendere la copertura di piombo del tetto della chiesa. Naturalmente le strutture lasciate all’intemperie del tempo e senza manutenzione deperirono rapidamente. In una relazione fatta nel 1576 risultava esserci un solo monaco che, tra l’altro, non portava l’abito monastico. Le vetrate dei finestroni distrutte, le volte delle navate crollate. A seguito di questo squallore furono avviati lavori di restauro ma non furono sufficienti per arrestare il progressivo degrado. Nel 1662 si legge sempre in una relazione “La chiesa non può essere tenuta in peggior grado di quello che si trova e vi piove da tutte le parti” Nel settecento (1781) crollò il poco che rimaneva della volta e nel 1786 un fulmine fece crollare il campanile. Si salvò la campana maggiore del trecento ma poco dopo venne fusa e venduta come bronzo. L’Abbazia venne sconsacrata e abbandonata e i locali del monastero divennero sede di una fattoria
L’Abbazia
La chiesa rispetta i canoni della abbazia cistercense, canoni stabiliti dalla regola di San Bernardo, che prevede norme precise sullo sviluppo e la distribuzione degli edifici. Fra queste regole era prevista di far sorgere le abbazie lungo le più importanti vie di comunicazione ( in questo caso la via maremmana ), poste vicino ai fiumi (Merse) per usufruire della forza idraulica ed ancora in posti boscosi o paludosi per poterli bonificare e poi impiegarli per le coltivazioni. Dal punto di vista architettonico dovevano essere formalmente sobri. La chiesa è orientata con l’abside volta ad est, lo spazio interno ha tre navate. L’aula liturgica ha tre portali, il portale maggiore ha un fregio a foglie di acanto. Le fiancate laterali svelano le caratteristiche principali dell’edificio. Nella parte inferiore , per tutta l’altezza delle navate laterali, vi sono aperture monofore strombate con arco a tutto sesto, mentre nella parte superiore delle pareti della navata centrale, ci sono grandi bifore, meno che nelle due ultime campate vicino al transetto dove, al posto delle bifore, sono sostituite da monofore ad arco a tutto sesto sovrastate da un oculo. La maggiore attenzione è posta nell’abside, che è la parte maggiormente in vista d chi arrivava dalla via Maremmana. Si presenta tra due contrafforti con due ordini di aperture di tre monofore ad arco a sesto acuto, che si conclude in alto con un grande oculo con sopra uno più piccolo. Sulla fiancata destra si trova il chiostro completamente distrutto ma in piccola parte ricostruito , con i materiali originali. L’interno della chiesa è privo della copertura e del pavimento. Pianta a croce latina (69 m lunghezza, 21 m di larghezza), ampio transetto, tre navate di 16 campate a pilastri. Nella parete di fondo del transetto destro c’è la porta di accesso alla sagrestia e una apertura in alto sulla destra per mezzo della quale i monaci, con una scaletta di legno, accedevano direttamente alla chiesa per le funzioni notturne e mattutine. La sacrestia è coperta da due grandi volte a crociera e sono ancora visibili tracce di affreschi. Alla sala capitolare si accede da un portale con arco a sesto acuto. Si tratta di un ambiente molto vasto e importante. Vi si riuniva il capitolo dei monaci per deliberare gli atti che riguardavano il governo della comunità, Due grandi bifore con colonne binate, aperte sul chiostro. Terminata la visita di ciò che è rimasto dell’Abbazia ci si spostava verso l’eremo di Monte Siepi. Alcuni hanno preferito di raggiungere la sommità a piedi, altri hanno approfittato del Pullman per risparmiarsi la breve ma impegnativa salitella.
Eremo di Monte Siepi
Sulla collina che sovrasta l’Abbazia di San Galgano è conservata la spada che secondo la leggenda, il cavaliere Galgano conficcò miracolosamente nella roccia e si fece eremita: ”ed essa, per virtù divina, si saldò in modo tale che nè lui nè altri, con qualunque sforzo, fino ad ora poterono mai estrarre” è scritto nei verbali del processo di canonizzazione. Si è immersi in un alone di mistero nel quale si confondono analisi scientifiche con interpretazioni mistiche ed esoteriche. La spada nella roccia esiste ma poteva essere estratta. E questo era possibile fino al 1924. Il parroco di allora, per prevenire un furto, bloccò la lama versando del piombo fuso nella fessura. Nel 1960 un vandalo la spezzò e il moncone fu risistemato e protetto da plexiglass. Subito dopo la morte di Galgano 1181, attorno alla spada nella roccia fu costruita la Rotonda. La sua forma circolare, con una cupola a cerchi concentrici di colore bianco (travertino) e rosso (mattoni) si presenta nella sua semplicità. Dalla Rotonda si accede alla cappellina rettangolare (del XIV sec) ed affrescata da Ambrogio Lorenzetti. Ivi si trova una teca con due arti umani mummificati, di origine ignota. La tradizione attribuisce gli arti di uno dei tre monaci invidiosi che furono assaliti dai lupi dopo aver tentato di sfilare la spada dalla roccia mentre San Galgano era assente. Tutto il luogo si presta ad ammirazione e ad alcune considerazioni: la Rotonda, con lasua spada nella roccia ci fa pensare alla saga di Re Artu e l’Abbazia con la sua Geometria Sacra ci invita a considerazioni sul Santo Gral
Partenza per Chiusdino
Rapida adunata e partenza per Chiusdino dove ci attendeva la pausa pranzo. Decisione unanime di rinunciare alla visita del museo per mancanza di tempo. Troppo impegnativo per il tempo che avevamo a disposizione. La Direttrice lungo il trasferimento ci ricordava il menù nel momento nel quale i primi sintomi di appetito si facevano sentire. Ambiente accogliente illuminato e spazioso. In un lato della sala era stato predisposta la presentazione di oggetti ricordo che hanno trovato un certo interesse ed accoglienza. Il pranzo si è svolto con rapidità e con soddisfazione generale per la qualità e la quantità, Rifocillati e riposati ci si preparava all’ultima parte della giornata. Viaggio fra le colline senesi particolarmente armoniose e dolci. Il paesaggio era arricchito dai vigneti che rappresentano per la zona vera ricchezza.
Abbazia di Sant’Antimo
Il nucleo primitivo dell’Abbazia di Sant’Antimo risale al culto delle reliquie di Sant’Antimo d’Arezzo, alla cui morte sul luogo del martirio venne edificato un piccolo oratorio. Nello stesso luogo sorgeva una villa romana (numerosi reperti d’epoca). Nel 770 i Longobardi incaricarono l’abate pistoiese Tao di costruire un monastero benedettino affidandogli la gestione dei beni demaniali del territorio. Doveva servire per la classica sosta dei pellegrini diretti a Roma, dei mercanti, dei soldati e dei messi del re. Secondo una leggenda medioevale, Carlo Magno, di ritorno da Roma nel 781, percorrendo la via creata dai Longobardi, chiamata in seguito Francigena perché originata dai Franchi , giunse a Sant’Antimo e pose il suo sigillo sulla fondazione del monastero. Certamente nel 814 un documento di Ludovico il Pio figlio e successore di Carlo, arricchisce l’abbazia di doni e privilegi che divenne un’abbazia imperiale. E’ l’inizio del periodo migliore e l’abate è insignito del titolo di conte palatino (conte e consigliere del Sacro Romano Impero). Numerosissime le proprietà poste sotto la giurisdizione dell’abbazia. Nel 1118 il Conte Bernardo degli Ardengheschi, cede all’abbazia tutti i suoi averi e l’abate stipula un accordo con il fratello di Bernardo; accordo per tacitarlo ed assicurare il pieno godimento del lascito. A seguito del lascito si dà inizio alla costruzione della nuova chiesa e viene preso come riferimento l’abbazia benedettina di Cluny. L’abate richiede l’intervento degli architetti francesi per progettare ispirandosi alla chiesa benedettina di Vignory. Preesistendo una chiesa di cui rimaneva solo il campanile costruito staccato dalla navata, secondo la tradizione medioevale, nel 1118 tenendo conto dei vincoli architettonici già esistenti, adeguarono i volumi del presbiterio in modo da inserirlo tra il campanile e la Cappella Carolingia e riducendo la zona del coro che risulta più stretto. L’Abbazia per la sua posizione strategica e per i suoi possedimenti ha un periodo di splendore e potenza che termina quando Siena, limitata a Nord da Firenze (sua acerrima nemica) trovando un altro impedimento a Sud a causa dell’espansione territoriale dall’abbazia ne comincia a reclamare proprietà e territorio. Nel 1212 l’abbazia deve cedere un quarto del territorio di Montalcino. Nel 1293 ai monaci rimane solo un quinto di tutte le antiche proprietà. La decadenza prosegue inesorabile, nel 1870 l’abbazia era abitata da un mezzadro, che alloggiava nell’appartamento vescovile, utilizzava la cripta carolingia come cantina, la chiesa come rimessa agricola e il chiostro per gli animali. La rinascita inizia con il passaggio del bene sotto giurisdizione delle Belle Arti. Iniziarono così campagne di restauro che gradatamente la riportarono allo stato attuale. In particolare i primi due interventi servirono per eliminare tutto ciò che alterava la struttura originaria e permise d’aprire la grande bifora dell’abside che illumina la chiesa. Alla fine degli anni settanta l’Arcivescovo di Siena ricostituisce la comunità monastica di Sant’Antimo e affida l’incarico a un gruppo di giovani sacerdoti provenienti dalla Francia Questi fondano nel 1979 una comunità monastica ispirata alla regola dell’ordine dei canonici regolari premostratensi. Viene ristrutturato il vecchio refettorio e ai giovani si uniscono sacerdoti e laici provenienti dalla Francia e anche dall’Italia. Il 25 maggio 2015 i premostratensi annunciano di lasciare l’abbazia per trasferirsi in quella di Saint Michel de Frigolet, vicino ad Avignone. Nel gennaio 2026 ai premostratensi subentrano i benedettini olivetani provenienti dalla vicina abbazia di Monte Oliveto Maggiore.
Architettura
Dell’antica abbazia rimane solo la Cappella Carolingia, attualmente sagrestia, ed i resti della Sala capitolare e il chiostro. Delle parti esterne della Cappella Carolingia si possono vedere solo l’abside e la facciata perché addossata a destra alla sala capitolare e a sinistra dalla chiesa abbaziale. La facciata si apre su quello che era il chiostro ed è illuminata da una finestra a forma di lunetta (unica rimanenza dell’antico portale) e dalla soprastante monofora ad arco a sesto ribassato, Nella facciata della Cappella si apre la porta che conduce alla cripta sottostante. L’abside che dà di fianco a quella della chiesa abbaziale illuminata da una monofora ad arco ma con una sottostante finestra ad oculo che illumina la cripta. L’interno della Cappella Carolingia è costituita da un’unica navata rettangolare a due volte a crociera. Lungo la parete verso la sala capitolare degli affreschi monocromatici con scene della vita di San Benedetto da Norcia (XIV sec) del pittore Giovanni d’Asciano. Al disotto della Cappella Carolingia vi è la cripta costituita da due absidi contrapposte. La sala capitolare, il luogo dove si riuniva il Capitolo dei Monaci rimane poco. Era un luogo molto importante dove si svolgevano la mattina presto le letture delle biografie dei santi dal Martirologio Romano, la Sancta Regula e si decideva il programma della giornata, rimane ben conservat la bellissima trifora sorretta da colonnine con semplici capitelli. Il chiostro era posto al centro del monastero e prevedeva un peristilio, si apriva sullo spazio centrale con delle bifore. Attualmente non rimangono più tracce. L’edificio meglio conservato e più importante è la grande chiesa abbaziale. In stile romanico, posto lungo il lato nord del chiostro ed è orientata sull’asse est-ovest, con l’altare ad oriente. La chiesa è visibile da tutta la zona circostante grazie alla sua notevole altezza e soprattutto per il suo campanile. Notevole è l’esterno dell’abside che appare solenne in tutta la sua magnificenza. La facciata è volta verso occidente. Al centro sotto la bifora e la monofora ad arco a sesto acuto, si trova il portale è inglobato all’interno di una struttura tettoia. Al di sopra dell’ingresso si trova il bellissimo architrave scolpito raffigurante una pianta di vite. L’interno è opera dell’architetto lucchese Azzo dei Porcari che è ricordato in una iscrizione posta sull’architrave interno del portale con la seguente iscrizione “uomo buono, ricco di virtù in Cristo, monaco, padre e poi decano…..progettista di questa egregia aula”. Lo spazio è suddiviso in tre navate e termina con un’abside semicircolare con deambulatorio, caso quasi unico in Italia. Intervallate tra loro da una campata, vi sono tre piccole cappelle aventi la forma di tre absidiole, accolgono ognuna un altare in pietra. Quella centrale, in asse con l’altare maggiore, custodisce, dietro il piccolo altare, un bellissimo capitello che regge due archetti ciechi centrali e che reca una splendida decorazione con quattro piccole teste di Aquila. Nell’arcate di intervallo fra le capriate radiali si trova un affresco del XV-XVI secolo, attribuito a Spinello Aretino o alla scuola di Taddeo Bartolo, raffigurante San Gregorio Magno e San Sebastiano. La navata centrale è coperta da una semplice volta a capriate lignee con le mezzelune dello stemma Piccolomini. Ai due lati del portale due leoni in travertino, nelle campate si possono ammirare varie opere d’arte: il fonte battesimale in pietra, l’affresco di Gesù in Croce, San Sebastiano ed il committente in ginocchio e poi il più importante è il capitello con “Daniele nella fossa dei leoni” nel quale il Maestro di Cabestany è riuscito a scolpire in uno spazio minimo tutte le scene della vicenda biblica (capitolo 6 del Libro del profeta Daniele). Sopra le navate laterali vi sono due tribune che si aprono sulla navata centrale per mezzo di grandi bifore, Il presbiterio non occupa solo l’abside, che, a parte il deambulatorio, è di dimensioni ridotte, ma si spinge verso la navata centrale con i suoi semplici stalli lignei riservati ai canonici. Sulla sinistra vi è l’ambone con riprodotto il bassorilievo del Maestro di Cabestany “Madonna con il Bambino e gli Evangelisti” il cui originale si trova sul campanile. Al centro dell’intersezione fra la navata e l’abside, rialzato di tre gradini, si trova l’altare maggiore in pietra a forma di parallelepipede, privo di decorazioni su cui poggia una lastra di marmo di 5 cm. Dietro l’altare si trova una delle più belle e preziose opere nella chiesa, il grande Crocefisso dipinto medievale che, dopo secoli di abbandono, è stato ricollocato nel posto originario soltanto nel 1972. Magnifica rappresentazione di Cristo in Croce, un misto fra scultura e pittura, Gesù ha gli occhi chiusi, a torso nudo, cinto alla vita da una fascia di stoffa blu bordata oro. Sotto l’altare maggiore vi è una piccola cripta, volta a botte ribassata, sulla parete di fondo si trova quello che era il sepolcro di Sant’Antimo, sopra sulla parete un semplice affresco de “La Deposizione di Gesù nel Sepolcro”.
Il Rientro a Spoleto
Ormai l’ora fatta consigliava di avviarci al rientro a casa. La strada da percorrere era lunga e i tempi a disposizione dell’autista non avrebbero acconsentito ad un solo autista di concludere il viaggio. Così in occasione della sosta di avvicinamento a Spoleto un altro autista si trovava in attesa per terminare la trasferta, mentre il primo autista utilizzando lo stesso mezzo che aveva portato la seconda guida, rientrava da semplice cittadino a Spoleto. Lungo il tragitto c’è stato tempo per ringraziare Agostino e Angela, l’uno per la disponibilità e la professionalità dimostrata nel corso della visita, l’altra per come era stata organizzata senza sbavature e intralci. C’era anche l’occasione di ricordare le ultime lezioni dell’Anno Accademico e l’appuntamento per il pranzo di chiusura, giovedì 25 maggio alle Casaline e il saldo per il Tour di Sardegna, lunedì 15 maggio all’Aula Magna alle ore 15,00. Con questo breve diario della visita a San Galgano e Sant’Antimo non termino il mio fare la cronaca annuale perché mi cimenterò, con tutte le imperfezioni e mancanze delle quali avete avuto ampia possibilità di costatare, con il Tour di Sardegna del prossimo giugno.
Per adesso saluti a tutti e arrivederci alle prossime lezioni e al pranzo conclusivo dell’anno per gli auguri di buone vacanze.

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