Tour della Sardegna 4/11 giugno 2017, raccontato magistralmente dal nostro Presidente

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Visita Culturale Tour della Sardegna
Devo premettere a tutto, che il ritardo nello scrivere il breve resoconto del Tour della Sardegna, è stato causato da una serie impressionante di piccoli, si fa per dire, problemi, che sono culminati con la messa in sicurezza dell’abitazione nella quale attualmente vivo dopo essere stato sfrattato da quella di mia proprietà, a seguito del terremoto sin dalla scossa dell’agosto 2016.
Finito l’Anno Accademico 2016/2017 con tutte le sue difficoltà, causate dal terremoto, che a più riprese ha messo a dura prova la resistenza di tutti noi, ci siamo salutati in occasione dell’ultima lezione del 22 maggio e con il pranzo di chiusura del 25 maggio, dandoci l’appuntamento per il Tour della Sardegna. Bene ci siamo, una nutrita schiera di Associati ed alcuni nostri simpatizzanti, si sono ritrovati per questo viaggio che si è subito presentato, e per questo era stato scelto, pieno d’interessi (artistici) ed attrazioni (paesagistiche), La partenza è stata preceduta dal deposito dei bagagli avvenuto il giorno prima della partenza presso il deposito dei Pullman ex Spoletina alle ore 18,00. Questo per permettere il giorno dopo l’imbarco veloce di tutti i partecipanti ai vari posti di salita. Saluti veloci per ritornare rapidamente nelle proprie abitazioni e prepararsi dopo una frugale cena, alle ultime cose che possano servire per il viaggio e, soprattutto, per un breve riposino in modo di trovarci puntuali alla partenza delle ore 03,55 in P.zza Vittoria e partire per le 04,00 raccogliendo a seguire gli altri partecipanti, nei punti stabiliti.

1° giorno Domenica 4 giugno 2017
Tutto tremendamente regolare, non ci sono state incertezze ne brividi per ritardo dei partecipanti. Accolti dal sorriso del bravo autista Luigi che ha partecipato per quanto gli competeva, a rendere il viaggio il più sereno e confortevole. Tralascio le consuete soste necessarie anch’esse a rendere il viaggio confortevole e saltiamo fino a Civitavecchia, luogo d’imbarco. Qui devo fare la prima annotazione, la Direttrice pur appoggiandosi nell’organizzazione del viaggio ad una Agenzia per non far gravare di ulteriori spese la trasferta, si accolla (termine che uso a giusta ragione) tutto l’onere del disbrigo delle varie pratiche, in questo caso d’imbarco ma poi via via, degli alberghi, dei musei, dei ristoranti e delle inevitabili grane che possono nascere anche all’interno del gruppo, sempre coeso si, ma sempre troppo coccolato e pretenzioso. E qui stravolgendo la sequenza degli avvenimenti, prima d’imbarcarci per raggiungere la Sardegna voglio raccontarvi o meglio rammentarvi per quanti l’hanno vissuto, un episodio che visto alla luce del tempo trascorso sembra essere un fatto risibile ma che al momento ha fatto infuriare tutti ed in particolar modo la Direttrice che come già dicevo si fa carico di tutto.
Sono cose che succedono, di rado, certo, forse una volta nella vita, forse due, ma posso assicurarvi che succedono perché è successo a noi. Non ci potevo credere all’inizio, lo sbalordimento è stato così forte che abbiamo per alcuni istanti subito senza reagire. Come un pugile aitante e sicuro di se che viene colpito da un gancio improvviso che lo svuota e lo fa sedere sulle proprie gambe, out. Eravamo giunti al ristorante stanchi per l’alzataccia, il viaggio in mare e la prima parte della visita prevista sul suolo sardo, assetati e perché no affamati, e la gentilissima cameriera, per fortuna scomparsa nei giorni successivi, nel prendere le ordinazioni del vino si produceva in richieste da posto di polizia di frontiera. Non si limitava a chiedere se il vino doveva essere rosso o bianco, ma esigeva nome e cognome, se la coppia era marito e moglie, numero della stanza che non era stata ancora attribuita e non ricordo cos’altro chiedesse. Nel caso mio ho declinato con sadismo tutti i miei nomi di battesimo Carlo Augusto Luigi Andrea, la Michèle ha avuto anche la difficoltà di far scrivere oltre i suoi numerosi nomi anche il cognome che la cameriera non riusciva a trascrivere. Tutto questo in un volgere di tempo che ci vedeva desiderosi di dissetarci e mangiare. E’ così che abbiamo visto la direttrice cambiare colore gonfiarsi, come normalmente avviene nel mondo animale per intimorire l’avversario, di sdegno e partire in quarta a difesa del gruppo violato ed umiliato. Rimostranze nei riguardi della Direzione dell’Albergo e della nostra referente dell’Agenzia Viaggi. Assurdo l’inizio che però ha permesso di mettere le carte in tavola e di sgombrare tutti i futuri intoppi che potessero nascere.

Riprendo la ordinata narrazione dal punto in cui l'avevo lasciata. Ottenuti i biglietti di viaggio venivamo sottoposti al controllo elettronico della persona e dei bagagli a mano. La nave confortevole, era fornita di quanto necessario per passare il tempo in pieno relax. Chi giocava a carte, chi conversava, chi sonnecchiava in attesa dell’ora di pranzo con possibilità di ristorante o self service. Il mare ci ha permesso una navigazione ottima e l’arrivo ad Olbia è avvenuto regolarmente. Il pullman che ci aveva seguito nel ventre della nave, ci accoglieva per il vero e proprio inizio del tour della Sardegna. Ma prima d’iniziare credo sia opportuno un piccolo contatto con la storia della Sardegna.

Tuffo nella storia della Sardegna
Per la sua posizione che occupa nel Mediterraneo, la Sardegna è stata sempre un attracco naturale per quanti navigavano da una sponda all’altra in cerca di materie prime e di sbocchi commerciali. Una occhiata alla preistoria ci parla di presenza dello “ Homo erectus” fin dal Paleolitico inferiore rudimentali selci scheggiate risalenti tra i 500.000 e 100.000 anni fa. Le prime tracce dello “Homo sapiens” risalgono a 20.000 anni fa (scavi nella Grotta Corbeddu presso Oliena. I sardi neolitici vivevano sia in villaggi all’aperto che in grotte, allevavano bestiame, coltivavano cereali, cacciavano, pescavano e tessevano. Scolpivano statuine raffiguranti la Dea Madre con forme accentuate del seno e del bacino. Nel periodo della Civiltà Nuragica, secondo le ipotesi degli studiosi, l’isola era molto popolata: alcune ipotesi indicano che su una media di 5000 nuraghi semplici e di 3000 nuraghi complessi e villaggi, con una media di 10 abitanti per ogni torre isolata e di 100 abitanti per borgo, si poteva contare una popolazione di circa 245.000 unità. Alcuni reperti archeologici ci indicano che erano abili nel navigare mantenendo contatti con le popolazioni micenee, cretesi, cipriote, etrusche e iberiche. I Fenici giunsero in Sardegna tra il X e l’VIII secolo a.C., era il periodo del massimo splendore nuragico, Vennero come mercanti e si integrarono nei villaggi nuragici costieri. I Cartaginesi si interessarono dell’isola verso il VI secolo a.C. con l’intenzione di assoggettarla. Alcuni tentativi furono respinti, ma a partire dal 510 a.C. una seconda spedizione punica permise d’assoggettare la parte centro meridionale, che entrò nell’orbita cartaginese. Ampliarono le preesistenti città costiere, facendo forse di Tharros la capitale della provincia, edificandone delle nuove, come Olbia. I Romani conquistaronio la Sardegna nel 238 a.C. dopo la Prima Guerra Punica. Per molto tempo la dominazione romana fu difficile per la convivenza con i Nuragici. Si raggiunse una certa integrazione con l’arricchimento di opere civili e monumenti. Nel nord fondarono l’odierna Porto Torres (Turris Libisonis) e di Olbia un centro importante con piazze, acquedotti e complessi termali. Dotarono l’isola di una rete stradale e svilupparono la coltivazione dei cereali tanto da far entrare la Sardegna nel novero delle province granaio insieme alla Sicilia e all’Egitto. Il periodo romano ha lasciato una importante eredità culturale, la lingua sarda di ceppo neolatino, composta da numerosi dialetti, raggruppabili nelle varietà del logudorese e del campidanese. Dopo la caduta dell’impero romano d’occidente la Sardegna fu occupata dai Vandali che mantennero un presidio militare per settantasette anni. Fino alla presa di potere dei Bizantini nel 534. Durante tale periodo papa Gregorio I portò avanti l’evangelizzazione della Barbagia dove si adoravano ancora le divinità nuragiche. Rimase comunque un rapporto difficile con i Barbaricini. Secondo gli storici, ci fu da parte imperiale, il riconoscimento di una Sardegna barbaricina indomita e libera. Ciò nonostante il legame con Bisanzio si fece più forte, tanto che la Sardegna rimase bizantina durante l’invasione della penisola italica da parte dei Longobardi. La Chiesa sarda dipendeva dal Patriarcato di Costantinopoli di rito greco. Con il declino dell’impero di Bisanzio, dal IX secolo, i Sardi si dettero un nuovo assetto politico, in base all’organizzazione bizantina. L’isola fu divisa in quattro Giudicati indipendenti sia fra loro che dall’esterno. Torres Logudoro, Cagliari, Gallura e Arborea. Erano retti da un giudice, dotato di potere sovrano. Il territorio (logu), suddiviso in curatorie retti da majores. Lo sfruttamento avveniva per buona parte in modo collettivo, idea assai moderna per l’epoca. Nel 1395 la giudichessa-reggente, Eleonora d’Arborea, emanò la Carta de Logu, simbolo e sintesi di una concezione dello Stato essenzialmente sarda, con apporti romano-bizantini, innovativa per i tempi, a testimonianza di una civiltà giudicale grande per la concezione del diritto e della persona. Ha segnato una tappa fondamentale verso i diritti d’uguaglianza. Leggi in vigore fino al 1827. Il Regno di Sardegna e Corsica iniziò nominalmente nel 1297 , quando papa Bonifacio VIII lo istituì per dirimere le contese tra Angioini e Aragonesi per il Regno di Sicilia (Vespri Siciliani). Poi la storia del Regno sardo occupa l’ultimo periodo del Medioevo dopo la Corona d’Aragona e di Spagna. Dopo la guerra di successione spagnola e i vari trattati di Utrecht, Londra e Aia subentra la dinastia dei Savoia nel 1720 con la conclusione nella proclamazione del 1861 del Regno d’Italia. Nonostante i tentativi di ammodernare l’isola, la situazione economica non migliorò, complice la forte presenza feudale. Un certo sforzo ci fu quando il conte Giambattista Bogino era preposto al Ministero per gli affari di Sardegna. Conservatore dallo spirito illuminato promosse la riforma delle Università di Cagliari e di Sassari, riforme in tema di giurisdizionalismo, tra cui il tentativo di contenere la proliferazione dei frati regolari e degli ecclesiastici in genere che godevano di ampi privilegi (esenzione tributi laici e l’esenzione dal pagamento delle decime) con danni alle casse dello Stato. La grave situazione economica portò a ribellioni e sommosse. La protesta ottenne l’appoggio di intellettuali e uomini di cultura anche per l’effetto delle idee della Rivoluzione Francese. Nel 1793 una flotta francese sbarcò in territorio di Quartu e attaccò il porto di Cagliari. La città reagì e respinse gli invasori. I francesi attaccarono anche a nord al comando dell’allora tenente Napoleone Bonaparte, cercando di impadronirsi della Maddalena e di Palau ma l’attacco fu sventato. Forti di questi risultati si creò l’illusione che il governo sabaudo concedesse alle classi dirigenti sarde una maggiore indipendenza. Ma i delegati mandati a Torino con le loro richieste, vennero tenuti a Torino per mesi senza ottenere risposte. Questo rifiuto alle richieste dei rappresentanti dei Sardi provocò il 28 aprile 1794 la ribellione. Tutti i funzionari piemontesi e il Vicerè furono fatti imbarcare e rispediti in continente. La data viene oggi commemorata come Sa die de sa Sardigna. In questo clima di rivolta emerge la personalità di Giovanni Maria Angioy, giudice della Reale Udienza, che già si era distinto nella difesa dall’attacco francese del 1793. Nominato con poteri analoghi a quelli del vicerè, cercò di riconciliare feudatari e vassalli. Resosi conto del diminuito interesse governativo e cagliaritano, cercò con emissari francesi ad un piano per instaurare una Repubblica Sarda, mentre Napoleone invadeva la penisola italiana. Con l’armistizio di Cherasco e la successiva Pace di Parigi venne meno ogni possibile sostegno esterno. Decise di effettuare una marcia antifeudale su Cagliari. La revoca i poteri di alternòs di vicerè lo bloccò a Oristano, abbandonato dai suoi sostenitori e dopo che il Re ebbe accettato lo stesso giorno le cinque richieste degli Stamenti Sardi, lasciò l’isola e si rifugiò a Parigi. L’ordine veniva ripristinato con le armi. Nel 1799 le truppe francesi occuparono il Piemonte costringendo i Savoia a riparare in Sardegna dove rimasero fino al 1814, quando Napoleone fu sconfitto ed esiliato nell’isola d’Elba. La presenza del Sovrano non attenuò il malcontento generale che sfociò nel 1812 in un anno di terribile carestia, che innescò nel tentativo di insurrezione (Congiura di Palabanda), guidata dall’avvocato Salvatore Cadeddu, che venne stroncata con l’esecuzione di tutti i cospiratori. Seguì una politica di gestione del territorio e di sfruttamento delle risorse (disboscamento per la produzione di carbone, creazione di pascoli e legname per le traversine dei binari dei treni). Nel 1820 Vittorio Emanuele I promulgò l’Editto delle chiudende, con il quale autorizzò la chiusura, con siepi o muri, delle terre comuni, consentendo in tal modo, spesso a vantaggio dei latifondisti, la creazione della proprietà privata cancellando la proprietà collettiva dei terreni, tipica dell’isola. Nel 1847venne sancita la Fusione perfetta della Sardegna con tutti i possedimenti della Casa Savoia con l’estensione anche all’isola dello Statuto Albertino che comportò la rinuncia delle ultime vestigie statuali acquisite nei precedenti periodi. Lo Stato unitario evolverà nel 1861, nel Regno d’Italia. La Sardegna non risulta una regione economicamente strategica dell’Italia unita. Risente delle problematiche del Mezzogiorno, l’unità di popolazioni diverse per lingua e cultura in una Italia da poco riunita e insofferente ad ogni decentramento politico e amministrativo . Nell’isola i grandi proprietari terrieri ,in cambio di esercitare il potere locale, si appropriano delle terre comunali, rinunciando a svolgere una funzione attiva e autonoma all’interno del nuovo stato unitario. Tra le masse popolari delle città e dei grandi centri cresceva il malcontento verso lo Stato la cui presenza oppressiva si manifestava attraverso esattori delle tasse, le Forze dell’ordine e l’obbligo della leva militare, suscitando rivolte nei territori interni alle quali si accompagnò il fenomeno del banditismo. Sotto la spinta delle nuove idee socialiste, le masse lavoratrici si organizzarono in leghe sindacali dando vita ai primi scioperi. Il 4 settembre del 1904 a Buggerru ,un centro minerario dell’Iglesiente, l’esercito sparò contro i minatori che scioperavano chiedendo migliori condizioni di lavoro rimasero uccisi tre operai e undici feriti. In mezzo ai mali che affliggevano la Sardegna la nuova vivacità culturale che si stava affermando riscopriva e raccontava la sardità attraverso artisti e scrittori (Sebastiano Satta, Francesco Ciusa e Grazia Deledda) non dimenticando di evidenziare i profondi legami tra il sottosviluppo dell’isola e il nascente capitalismo continentale. Nel 1913 nacque un Gruppo d’azione nel cui manifesto si sosteneva che l’abolizione del protezionismo è condizione indispensabile per l’elevazione economica della Sardegna, ma l’azione rinnovatrice del movimento si interruppe travolta dalla guerra. La grande guerra vide impegnati 100.00 sardi su una popolazione di 853.000 anime. Arruolati nei Regimento fanteria Sassari, si ritrovarono uniti come non avveniva più da tanto tempo. Un’esperienza collettiva di inestimabile valore, nella solidarietà della trincea e in termini di sangue. Alla fine del conflitto, nacquero così nuovi fermenti politici che con Emilio Lussu portarono alla nascita il 17 aprile 1921 del Partito Sardo d’Azione, con simbolo dei Quattro Mori con l’idea di ottenere l’autonomia dell’isola. Durante il fascismo le autonomie locali furono immediatamente represse, nel 1926 venne sciolto il Partito Sardo d’Azione, Lussu arrestato e mandato al confino nelle isole Eolie. Con la cosiddetta “Legge del Miliardo” furono realizzate una serie di infrastrutture e di opere pubbliche (strade, ospedali, ferrovie, porti etc.) e avviate importanti opere di bonifica di numerose paludi e fu incentivata la politica dell’autarchia con l’incremento delle attività estrattive. Vennero fondate alcune città come quella mineraria di Carbonia o agricola di Arborea (al tempo Mussolinia) e di Fertilia, popolate anche da veneti, friulani, dalmati e istriani. Durante la seconda guerra mondiale, l’isola ebbe la funzione di portaerea del Mediterraneo e subì pesanti bombardamenti. Dopo l’8 settembre 1943 i soldati tedeschi vennero evacuati attraverso la Corsica e la Sardegna con il resto del mezzogiorno diventò parte del Regno del Sud sotto il controllo dell’esercito americano fino alla fine delle ostilità. Insieme alla Costituzione repubblicana venne promulgata lo Statuto Speciale di Autonomia, il secondo dopo la Sicilia. Leggi speciali con Piani di Rinascita per far fronte alle richieste e rivendicazioni economiche con il finanziamento dell’industrializzazione (Porto Torres. Ottana, Portovesme e Sarroch) ed anche diverse servitù militari per un totale di migliaia di ettari occupati in parte per le vicende legate alla guerra fredda e all’alleanza NATO. Pur rappresentando il 2,5% della popolazione italiana , il 60% delle servitù militari NATO e italiane sono localizzate nell’isola. 35.000 ettari adibiti all’uso di armi sperimentali in cui viene fatto esplodere l’80% delle bombe ad uso militare in Italia. Diverse piaghe, quali incendi, siccità (ora molto attenuata) i sequestri di persona (scomparsi solo negli anni novanta) hanno contribuito a creare gravi difficoltà allo sviluppo isolano. Il miracolo economico italiano avviene in coincidenza con il movimento migratorio dall’interno verso le coste e le aree urbane (Cagliari, Sassari, Alghero, Porto Torres, Olbia). Si afferma il settore turistico a livello nazionale e internazionale (Costa Smeralda). Ci sarebbero ancora tante cose da dire e da approfondire ma attualmente possiamo dire che la Sardegna si trova economicamente a metà strada fra centro e sud d’Italia ma non si sono annullate le difficoltà di crescita e sviluppo organico. Recentemente con le nuove tecnologie informatiche e il miglioramento dei trasporti, in particolare quelli aerei, si sono attenuate le condizioni di insularità della Sardegna, e ciò fa sperare a contribuire a innovare e diversificare l’economia locale.

Tutti a bordo del Pullman
Ricompattato il gruppo si faceva conoscenza con la nostra guida, Sig.ra Monica, che ci avrebbe accompagnato per un tratto del nostro Tour che prevedeva la partenza da Olbia per poi puntare per Porto Cervo ammirando lungo il tragitto Cala di Volpe, Porto Rotondo con arrivo e stazionamento a Castel Sardo. La città di Olbia, porto di arrivo, ha accresciuto la sua economia e il suo sviluppo demografico sotto la spinta del turismo (Costa Smeralda, Arcipelago della Maddalena, Santa Teresa) e dal 2006 è stata definitivamente proclamata capoluogo della Provincia ed ha avuto dall’Eurispes il riconoscimento come comune d’eccellenza del sistema amministrativo italiano per capacità amministrativa e gestionale. Ma il percorso che si doveva fare ci faceva lasciare in fretta Olbia per puntare verso la Costa Smeralda.

Costa Smeralda
Mi trovo sinceramente in difficoltà di rendere con le parole l’emozione e la bellezza della costa visitata. Quante volte mi sono sottratto nel dare mie valutazioni o impressioni davanti ad un’opera d’arte pittorica o statuaria, orbene mi trovo nella stessa difficoltà nel descrivere quanto ammirato. Spesso erano scorci che si aprivano all’improvviso nel nostro procedere in Pullman, nell’impossibilità di soffermarci, ma quando finalmente abbiamo trovato la possibilità di fermarci, tutti sono scesi per imprimere con macchine fotografiche o con i cellulari la magnificenza che si poteva godere. Ma anche le foto meglio riuscite, secondo me, non rendono a pieno quello che la retina dei nostri occhi ha fissato con lo sguardo. Si cari amici, perché il profumo del mare, l’odore intenso delle piante aromatiche e la magia del sole, grande orchestratore di tutto, e la fantastica brezza che rendeva l’aria ancora più trasparente di quello che la madre natura le ha già concesso, nessuna foto te la può rendere. Certo serve la foto, per catalogare quanto visto e farti riaffiorare l’attimo, ma poi, è la tua mente che deve ridarti i momenti magici nei quali hai tentato di fermare per sempre tutti i valori psico-fisici che hai vissuto in quel momento. Ma a cosa mi riferisco? Ma a Cala Volpe, porticciolo naturale, nella Gallura, sulla Costa Smeralda posta tra la spiaggia di Junco e Capriccioli. Porto Cervo con il suo territorio colonizzato da ricchi proprietari che hanno snaturato la bellezza del suo territorio non più selvaggio e naturale, ma percorribile come noi abbiamo fatto con il trenino turistico, con vie terribilmente pulite, ville con giardini lussureggianti, alla faccia della siccità e del vento che lunga la costa ha piegato gli stessi tronchi degli alberi inchinandoli davanti alla meraviglia del mare. Mare di un colore intenso, trasparente e devo piegarmi anch’io definendolo come ormai è conosciuto da tutti, di color smeraldo. Il periodo della nostra visita era forse in anticipo rispetto alle abitudini dei possessori delle ville, ma la sensazione del gran benessere e della grande sorveglianza si respirava nel giro fatto in una assenza di gente e di comuni abitanti.

Castel Sardo
Si affaccia al centro del golfo dell’Asinara posta in un susseguirsi di coste rocciose, la localizzazione la pone in una posizione esposta ai venti e gode di un panorama unico spaziando su tutte le coste del golfo, compresa quella della Corsica. La ricerca dell’Albergo Pedraladda è stata un poco difficoltosa, ma l’abilità di Luigi e la gentilezza degli abitanti, ai quali chiedevamo indicazioni per trovare la strada, ci ha permesso di trovarla abbastanza rapidamente. Qui una successione rapida di avvenimenti ci ha creato una fase di tensione che poi dal giorno dopo si sono dileguate ed hanno lasciato posto ad una valutazione molto positiva dell’ospitalità dell’Albergo. Cominciamo con ordine a precisare cosa ci ha inizialmente innervositi. Non c’era un posteggio per Pullman per cui si è dovuto mettere lungo la via, per fortuna non molto lontano dall’ingresso dell’Hotel. Al momento non abbiamo trovato personale che potesse occuparsi dei bagagli che dovevano essere trasportati alle reception posta alla sommità di una scalinata, bella, ma terrificante immaginando di doverla affrontare con valigie provviste di rotelle ma non di cingoli. Il problema veniva in parte risolto con il contributo poi del personale alberghiero. La reception all’inizio chiedeva di assolvere alle consuete pratiche di ricevimento, ma noi eravamo stanchi, assetati e perché no affamati. Qui il primo intervento perentorio della nostra Direttrice, Angela senza ali ma con la spada dell’Arcangelo Michele, che escludeva tale operazione prima che non ci fossimo rifocillati. Seguiva il siparietto raccontato in precedenza relativo alla richiesta assurda di nome, cognome e grado di parentela dell’occupante con il quale si condivideva la stanza, per avere acqua e vino. Ma un’altra chicca ve la voglio raccontare, omettendo per delicatezza il nome dei soggetti. Al momento della assegnazione delle camere, una gentile signora prendeva la chiave per recarsi in camera, poco dopo il suo compagno di stanza e di vita chiedeva la chiave della stanza e si sentiva dire che la chiave era stata data a sua figlia. Considerazione: avevano ringiovanito tanto la signora o avevano invecchiato tanto il compagno?! Se toccava a me forse avrebbero detto che la nipote era già andata in camera!!! Cena e alla fine programmi per il giorno dopo che ci vedeva impegnati seriamente per tutto il giorno.

2° Giorno Lunedì 5 giugno 2017
Sveglia alle 7 per trovarci pronti, dopo la colazione, all’incontro con Monica alle 8,30. Colazione per tutti i gusti abbondante e varia. Alla partenza il sottoscritto si è preso un rimprovero ufficiale per aver tardato l’imbarco sul Pullman di 7 minuti. Avevo torto per cui ho, come si suol dire “incartato e portato a casa”. Giusta però l’osservazione, perché spesso si sono verificate attese un molto più lunghe dei miei 7 minuti e questo non va bene sia per rispetto dovuto agli altri che per il rischio che il programma ne rimanga in parte compromesso. Il programma della mattinata prevedeva la visita alla cittadina di Stintino e Porto Torres.
Porto Torres
Partenza per Porto Torres, situata all’interno del golfo dell’Asinara, unico porto Sardo collegato con la Spagna. Fondata, probabilmente, da parte di Giulio Cesare Ottaviano nel 46 a.C. come colonia romana ( Turris Libisonis ). Nel periodo dei quattro giudicati era sede del Giudicato di Torres. Loguduro (scomparsa di Turris a favore della lingua locale Torres). I territori di pertinenza del comune, per più della metà, sono costituiti dall’isola Piana e dall’Asinara, ora sede dell’omonimo parco nazionale. Dall’isola dell’Asinara dal 1998 fu eliminato il carcere di massima sicurezza con la creazione del Parco Nazionale dell’Asinara. L’economia Turritana dedita alla pesca e all’agricoltura nel 1962 ebbe una svolta di industrializzazione con impianti petrolchimici (SIR) Ciò determinò un aumento degli abitanti. Dopo il fallimento della SIR subentrò l’ENI che continuò l’attività, dando sviluppo economico per il porto e tutta la città. Con la crisi del 2010 l’impianto petrolchimico chiuse lasciando centinai di lavoratori in cassa integrazione. Al momento una divisione aziendale dell’ENI e della Novamont, nella stessa zona del petrolchimico, sta costruendo una fabbrica sulla Chimica Verde che dovrebbe assorbire una gran parte dei lavoratori dell’ex petrolchimico. La visita culturale si è incentrata sulla Basilica di San Gavino, in stile romanico, la più grande della Sardegna, nell’antico borgo dei “Bainzini”. La Basilica è situata tra due cortili su cui si affacciano i due lati lunghi dell’edificio. Portale in stile gotico-catalano. La chiesa ha due absidi contrapposte. Interno a pianta rettangolare, diviso in tre navate mediante due serie di archi a tutto sesto retti da ventidue colonne in granito rosa e marmo grigio e da tre coppie di pilastri cruciformi. Nell’abside a nord est vi è un catafalco ligneo e le statue dei santi martiri Gavino, Proto e Gianuario raffigurati giacenti. Dalle navate laterali si accede all’anticripta e alla cripta dove sono custoditi sarcofagi romani nei quali si conservano le reliquie dei martiri turritani. Durante i vari spostamenti per la visita alle varie località, la guida Monica ci ha lungamente parlato del banditismo sardo ed in particolare di Matteo Boe, l’unico recluso nel carcere dell’Asinara che vi sia riuscito ad evadere. E’ una storia dalle tante sfaccettature. Nato a Lula nel 1957 è uno dei principali esponenti del banditismo sardo insieme a Graziano Mesina. Condannato a 16 anni di carcere a seguito del sequestro di Sara Niccoli, riuscì, insieme al complice Salvatore Duras a fuggire dall’Asinara nel settembre 1986 che le costò altri 4 anni di carcere. Nel 1988 fu coinvolto nel sequestro dell’imprenditore De Angelis, rapito in Costa Smeralda, liberato dopo quattro mesi, a seguito del pagamento di un riscatto di 3 miliardi di lire. Sempre da latitante fu uno degli artefici del sequestro del piccolo Farouk Kassam. Nel 1992 fu arrestato dalla polizia francese in Corsica, dove stava assieme alla compagna Laura Manfredi e ai tre figli Luisa, Luca e Andrea, per possesso d’armi e false generalità. Nel 1995 estradato in Italia per il sequestro Kassam, venne condannato nel 1996 a venti anni di carcere. Nel 2003 venne uccisa in un agguato la figlia primogenita, di soli 14 anni, Luisa, scambiandola forse, secondo gli inquirenti. per la madre data la notevole somiglianza. La reazione anche in questo grave lutto si sintetizza nell’unica sua reazione “Ite curpa nde aiada fizza mea” “Che colpe aveva mia figlia”. Con grande senso d’umanità nel periodo della detenzione nel carcere di massima sicurezza di Spoleto, Matteo Boe non avrebbe mai pensato di poter ascoltare dal vivo la canzone che il gruppo degli Istentales ha dedicato al suo fiore, spezzato, eppure il direttore del penitenziario, con il sostegno del ministero della Giustizia e del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ha concesso di tenere un concerto, dietro le sbarre, della band barbaricina. Dalla morte della figlia Boe si è messo a studiare nell’Istituto d’Arte. Mai pentito perché non si considera un criminale italiano, definisce la sua nazionalità sarda perché la Sardegna è la sua nazione. “Ca est sa terra de sos nurakes sa natzione mea non s’Italia colonialista”. Come dicevamo nella presentazione generale, il banditismo è stato completamente debellato e l’isola si è aperta al turismo. Lasciata Porto Torres ci si dirigeva a Stintino.

Stintino La nascita della deliziosa cittadina di Stentino risale al 1885 quando le famiglie di pescatori, abitanti l’isola dell’Asinara, furono sfrattate per far posto alla colonia penale, fondando la cittadina che prese lo stesso nome della costa. Per merito di due fratelli sassaresi, che perorarono la causa dei pescatori, ottennero un indennizzo di 750 lire per famiglia che gli permise acquisendo un territorio di far sorgere il nuovo borgo. Il piano regolatore divise ordinatamente una stretta penisola fra due bracci di mare che prese nome di isthintunu o sthintinu che in sassarese significa intestino o budello italianizzato in Stintino. Tutta la costa di Stintino è un susseguirsi di candide spiagge che fanno della zona uno dei centri più rinomati di villeggiatura della Sardegna. Il magnifico paesaggio è completato da Capo Falcone, un promontorio granitico, di fronte all’Asinara e all’isola Piana. Il suo nome trae origine da una torre costiera chiamata torre del Falcone (1557) sorta a difesa delle coste dalle incursioni saracene. La parte , verso il golfo dell’Asinara è ricoperta di aptenia e si estende fino alla spiaggia di sabbia finissima della Pelosa. Il programma è fitto e si parte rapidamente per Porto Torres

Porto Torres
Partenza per Porto Torres, situata all’interno del golfo dell’Asinara, unico porto Sardo collegato con la Spagna. Fondata, probabilmente, da parte di Giulio Cesare Ottaviano nel 46 a.C. come colonia romana ( Turris Libisonis ). Nel periodo dei quattro giudicati era sede del Giudicato di Torres. Loguduro (scomparsa di Turris a favore della lingua locale Torres). I territori di pertinenza del comune, per più della metà, sono costituiti dall’isola Piana e dall’Asinara, ora sede dell’omonimo parco nazionale. Dall’isola dell’Asinara dal 1998 fu eliminato il carcere di massima sicurezza con la creazione del Parco Nazionale dell’Asinara. L’economia Turritana dedita alla pesca e all’agricoltura nel 1962 ebbe una svolta di industrializzazione con impianti petrolchimici (SIR) Ciò determinò un aumento degli abitanti. Dopo il fallimento della SIR subentrò l’ENI che continuò l’attività, dando sviluppo economico per il porto e tutta la città. Con la crisi del 2010 l’impianto petrolchimico chiuse lasciando centinai di lavoratori in cassa integrazione. Al momento una divisione aziendale dell’ENI e della Novamont, nella stessa zona del petrolchimico, sta costruendo una fabbrica sulla Chimica Verde che dovrebbe assorbire una gran parte dei lavoratori dell’ex petrolchimico. La visita culturale si è incentrata sulla Basilica di San Gavino, in stile romanico, la più grande della Sardegna, nell’antico borgo dei “Bainzini”. La Basilica è situata tra due cortili su cui si affacciano i due lati lunghi dell’edificio. Portale in stile gotico-catalano. La chiesa ha due absidi contrapposte. Interno a pianta rettangolare, diviso in tre navate mediante due serie di archi a tutto sesto retti da ventidue colonne in granito rosa e marmo grigio e da tre coppie di pilastri cruciformi. Nell’abside a nord est vi è un catafalco ligneo e le statue dei santi martiri Gavino, Proto e Gianuario raffigurati giacenti. Dalle navate laterali si accede all’anticripta e alla cripta dove sono custoditi sarcofagi romani nei quali si conservano le reliquie dei martiri turritani. Durante i vari spostamenti per la visita alle varie località, la guida Monica ci ha lungamente parlato del banditismo sardo ed in particolare di Matteo Boe, l’unico recluso nel carcere dell’Asinara che vi sia riuscito ad evadere. E’ una storia dalle tante sfaccettature. Nato a Lula nel 1957 è uno dei principali esponenti del banditismo sardo insieme a Graziano Mesina. Condannato a 16 anni di carcere a seguito del sequestro di Sara Niccoli, riuscì, insieme al complice Salvatore Duras a fuggire dall’Asinara nel settembre 1986 che le costò altri 4 anni di carcere. Nel 1988 fu coinvolto nel sequestro dell’imprenditore De Angelis, rapito in Costa Smeralda, liberato dopo quattro mesi, a seguito del pagamento di un riscatto di 3 miliardi di lire. Sempre da latitante fu uno degli artefici del sequestro del piccolo Farouk Kassam. Nel 1992 fu arrestato dalla polizia francese in Corsica, dove stava assieme alla compagna Laura Manfredi e ai tre figli Luisa, Luca e Andrea, per possesso d’armi e false generalità. Nel 1995 estradato in Italia per il sequestro Kassam, venne condannato nel 1996 a venti anni di carcere. Nel 2003 venne uccisa in un agguato la figlia primogenita, di soli 14 anni, Luisa, scambiandola forse, secondo gli inquirenti. per la madre data la notevole somiglianza. La reazione anche in questo grave lutto si sintetizza nell’unica sua reazione “Ite curpa nde aiada fizza mea” “Che colpe aveva mia figlia”. Con grande senso d’umanità nel periodo della detenzione nel carcere di massima sicurezza di Spoleto, Matteo Boe non avrebbe mai pensato di poter ascoltare dal vivo la canzone che il gruppo degli Istentales ha dedicato al suo fiore, spezzato, eppure il direttore del penitenziario, con il sostegno del ministero della Giustizia e del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ha concesso di tenere un concerto, dietro le sbarre, della band barbaricina. Dalla morte della figlia Boe si è messo a studiare nell’Istituto d’Arte. Mai pentito perché non si considera un criminale italiano, definisce la sua nazionalità sarda perché la Sardegna è la sua nazione. “Ca est sa terra de sos nurakes sa natzione mea non s’Italia colonialista”. Come dicevamo nella presentazione generale, il banditismo è stato completamente debellato e l’isola si è aperta al turismo. Molte le cose da vedere: La Torre Aragonese, la Basilica di San Gavino e il museo dell’Antiquarium Turritano. La Torre Aragonese alta 14 m, fu costruita nel 1325 ed è uno dei simboli del territorio, la sua pianta ottagonale ricorda lo stile catalano . La Basilica di San Gavino è situata tra due cortili su cui si affacciano i due lati lunghi dell’edificio. L’ingresso principale, con pregevole portale, in stile gotico-catalano, con arco a tutto sesto con cornice che poggia su due capitelli scolpiti con la figura di due angeli che reggono ciascuno uno stemma. La chiesa ha due absidi contrapposti. La copertura del tetto è in lastre di piombo. L’interno è a pianta rettangolare diviso in tre navate. La navata centrale, più larga delle laterali, è coperta a capriate lignee, quelle laterali sono a volte a crociera. L’altare maggiore è ora ridotto a semplice mensa mentre l’altra abside ospita un catafalco ligneo con le statue policrome dei santi martiri Gavino, Proto e Gianuario in posizione giacente. Dalle navate laterali si accede all’anticripta e alla cripta, dove sono custoditi sarcofagi. L’anticripta, in stile classico rinascimentale, presenta numerose nicchie entro le quali sono collocate statue marmoree di martiri. Una leggera pioggia ci accompagnava a riprendere il Pullman che ci avrebbe portato al Museo Antiquarium Turritano. E’ il museo archeologico nazionale di Porto Torres, inaugurato nel 1984, presenta materiali archeologici delle diverse fasi di vita della città romana “Turris Libisonis”. Fra le cose di notevole interesse la maschera del Satiro, l’ara di Bubastis, la statuetta di Cautopates che attestano varie ideologie religiose; ed ancora gioielli, sarcofagi, manufatti ceramici e vitrei. Il museo è realizzato su due piani, il gruppo diviso in due scaglioni è stato accompagnato nella visita da una guida del museo. Il tempo occorrente per la visita e soprattutto il tempo maggiore impiegato dal secondo gruppo ci ha costretto a velocizzare il rientro in albergo per il pranzo e per non compromettere la visita prevista per il pomeriggio a Castel Sardo, perché nonostante lo spettacolo elevasse il nostro spirito a livelli eterei, l’insensibile stomaco, ci richiamava alla necessità corporea del mangiare e bere. Rapido rientro in albergo dove ormai era un ricordo sbiadito l’accoglienza del giorno precedente. Nel pomeriggio visita a Castelsardo. Le tante cose da vedere imponevano ritmi precisi senza soste prolungate per cui finito il pranzo, ben servito e ottimo, assolte rapide incombenze personali, ci si ritrovava per la visita della cittadina che ci ospitava per tre notti.

Castelsardo
La cittadina, alcune volte chiamata Castel Sardo, si affaccia al centro del golfo dell’Asinara, nella regione storica dell’Anglona, in un susseguirsi di coste rocciose con piccole insenature, ad eccezione della spiaggia di Lu Bagno. Località che gode di un panorama unico, spaziando su tutte le coste del golfo, compresa quelle della Corsica. La famiglia genovese dei Doria fecero edificare un castello, dubbio sull’anno di creazione se il 1102 o il 1270 periodo dell’incastellamento feudale. Gli abitanti della zona si trasferirono all’interno della rocca, dotata di un approdo indipendente e di numerose vasche per la raccolta di acque, e attirò anche famiglie còrse e liguri. Questa nascita del paese è possibile ammirarlo ancora oggi. Le lotte per impadronirsi del potere portarono allo sfinimento di tutte le forze in campo. Il potere passò dai Doria ai Giudici di Arborea del casato Cappai de Baux, tanto che la moglie di Brancaleone Doria, Eleonora D’Arborea, vi dimorò per anni, fino agli aragonesi che uscirono vittoriosi dagli ultimi conflitti. La rocca risultò imprendibile fino all’avvento delle armi moderne. La piacevole camminata per le viuzze centrali della cittadina ci permetteva di vedere un aspetto dell’artigianato sardo. Si poteva ammirare l’intreccio dei cestini, attività storicamente riservata alle donne, che è ancora portata avanti con passione in alcuni centri della Sardegna, come appunto in Castelsardo, da pochi artigiani e artisti che ancora posseggono i segreti dell’intreccio. Le caratteristiche variano da zona a zona con diverse forme e colori, realizzati con materiali come fieno, giunco, asfodelo e con diverse tipologie d’intreccio. Visita alla chiesa Santa Maria, al suo interno, la pala d’altare del maestro di Castelsardo, il campanile presenta una cupola maiolicata, nelle cripte sottostanti è ubicato il bellissimo museo del Maestro di Castelsardo. Terminata la visita il gruppo si scioglieva, dedicandosi alle attività tipiche turistiche, acquisto ricordini od oggettistica varia. Non è mancata anche una sosta ristoratrice in accoglienti bar dove potersi riposare, scambiare qualche idea e recuperare con una bevuta il liquido perso. Devo peraltro dire che nonostante un sole vivo ed implacabile, la brezza marina, ma direi più che brezza, il vento marino, assicurava un piacevole stato di equilibrio al proprio stato fisico. Lentamente ci si avviava all’albergo per la cena ed il pernottamento. Inutile dire che ormai era stato completamente dimenticato l’episodio della prima cena (non dell’ultima cena come sembrava indirizzarsi) e tutto filava come giusto fosse e come ci si attendeva di ricevere.

3° Giorno Martedì 6 giugno 2017
Sveglia alle 07, colazione 07,30 ed appuntamento con la guida, la puntualissima Sig.ra Monica, alle ore 08,30. Dopo il ritardo del giorno precedente, il sottoscritto aveva preso tutte le accortezze per essere all’appuntamento fra i primi, e come ha fatto? Ha anticipato la sveglia di ¾ d’ora, ha fatto una colazione frugale, si è precipitato a lavarsi i denti, e trionfalmente si è trovato a bordo del Pullman in anticipo sull’ora prevista. Poi nei giorni seguenti, pur mantenendo la puntualità è riuscito a dare al ritmo mattutino tutto lo spazio necessario per una colazione più tranquilla e ricca. Il programma del giorno prevedeva la visita di Alghero, definita giustamente nel nostro foglio di notizie fornitoci dall’Agenzia Viaggi M’AMA TRAVEL, il più importante e conosciuto centro turistico del nord-ovest della Sardegna. Un pezzo di Catalogna nell’Isola al centro del Mediterraneo. Alghero sarebbe stato anche il punto per effettuare una escursione in barca alle grotte di Nettuno, raggiungibile solo in barca o percorrendo in alternativa una discesa con scale ricavate nella roccia di più di 656 gradini, particolarmente faticosa nella risalita. Tale possibilità d’accesso, è stata possibile dal 1959, quando fu completata la Escala del Cabirol. Nel libro di Tyndale, grande viaggiatore ( The Island of Sardinis) dell’800, aveva prospettato fantasiose soluzioni, poiché nonostante un soggiorno molto prolungato presso Alghero non potette visitarla con suo gran disdoro, e dovette rifarsi alla descrizione dell’altro scrittore-viaggiatore Alberto Ferrero Conte De La Marmora. che scrisse Voyage en Sardaigne. Quindi per fare la visita in barca la condizione era che il mare fosse sufficientemente calmo per permettere l’attracco al porticciolo, mi rendo conto che chiamarlo porticciolo è come chiamare fiume, l’attuale Tessino di Spoleto, ma l’utilizzo era quello di permettere l’attracco. Il tutto ci sarebbe divenuto ben chiaro quando abbiamo visto come era necessario attendere la risacca per poter permettere la discesa in sicurezza all’imbocco della grotta. Qui dobbiamo dire che siamo stati molto fortunati nel prendere la giornata giusta in quanto il giorno dopo il mare mosso avrebbe reso impossibile l’escursione che in vero meritava d’essere fatta. Quindi tutta la solidarietà a Sir Tyndale per il cruccio che aveva dovuto patire il grande viaggiatore. La grotta ( in catalano Coves de Neptù ) è una formazione carsica, nel versante nord-ovest del promontorio di Capo Caccia. Scoperta da un pescatore locale nel XVIII secolo, è divenuta una forte attrazione turistica. Breve fila per accedere all’ingresso del percorso, permettendo al nostro gruppo d’iniziare la visita in fila indiana. Della grotta, lunghezza stimata di circa 4 Km, è visitabile solo alcune centinaia di metri. All’interno si trovano conformazioni calcaree come stalattiti e stalagmiti. Lungo il percorso una voce indicava i nomi e le particolarità di quanto si poteva ammirare. Fra le cose viste si ammira il Lago Lamarmora, lago salato sotterraneo, profondo 9 metri, massima larghezza 25 m, lunghezza 100 m, con al centro una colonna stalagmitica. La Sala delle Rovine così nomata per gli scempi dei visitatori dell’ottocento, come si vede l’inciviltà non è solo dei nostri tempi. La Sala della Reggia che presenta colonne calcitiche di circa 9 m e la parte più alta della grotta raggiunge i 18 m. La Sala dell’Organo dove al cui centro si trova un’alta colonna chiamata Grande Organo le cui colate assomigliano a canne di organo e la cui cupola è una formazione di stalagmiti lisce unita al soffitto. La Sala delle Trine e dei Merletti e la Tribuna della Musica che è quasi una balconata sopra la Reggia e sul Lago. Nel punto di svolta per invertire il percorso e tornare sui propri passi verso l’uscita, un passaggio obbligato nel quale bisognava essere particolarmente attenti perché l’altezza limitata poteva rischiare di causare spiacevoli incontri con la sommità del capo. Nuovo imbarco e rientro al porto di Alghero.

Alghero Alghero viene chiamata la capitale della Riviera del Corallo ed è considerata una delle città più belle e conosciute della Sardegna. La storia di questa città inizia nel 1102, quando i Doria, da Genova decisero di costruire una città fortezza, con mura, in parte ancora visibili. Lo stile architettonico è quello aragonese e catalano. Un mix architettonico, linguistico e anche culinario unico in Sardegna. Sotto il dominio spagnolo ebbe un grande sviluppo architettonico e culturale con influssi del catalano. Le antiche mura, sono ancora visibili in diversi punti della città. La Cattedrale di Santa Maria presenta il suo bel campanile dalla forma ottagonale. In pieno centro storico. Lo stile è quello gotico-catalano (1530) , con qualche influsso rinascimentale per i lavori che terminarono nella prima metà del 1600. L’interno è suddiviso in tre navate separate da tre colonne doriche. Nella navata sinistra tre cappelle (San Carlo Borromeo, Anime del Purgatorio,, San Filippo Neri). Nella navata destra tre cappelle (Santissimo Sacramento, Sant’Erasmo, San Narcisio e Sant’Isidoro). L’altare maggiore, stile rococò, da raggiungere salendo sei gradini con una statua di Maria Vergine tra gli angeli, una mensola sul lato destro dell’altare è destinata alla statua di San Pietro. Dietro l’altare troviamo l’abside con cinque cappelle. Altra notevole chiesa, vanto per lo stile gotico catalano, è quella di San Francesco. Facciata in tipico stile francescano (sul portale lo stemma dei francescani), realizzata in due fasi: la prima il chiostro e il campanile e poi ampliata con l’aggiunta del convento. Originariamente la chiesa era formata da una sola navata, poi venne modificata in tre navate; la centrale con volta a botte e le laterali a crociera, campanile a guglia. Il chiostro è formato con archi a tutto sesto, sui quali poggiano delle colonne con capitelli decorati. Attraversando la città è possibile vedere, in pieno centro storico, il Palazzo D’Albis, un tempo chiamato Palazzo de Ferrero, da loro voluto e poi ne vennero in possesso i D’Albis in un secondo momento. Il suo stile architettonico è catalano ed è realizzato su tre piani. Edificio che ospitò i Vicerè di Sardegna e che ospitò anche l’imperatore Carlo V.
l’ora raggiunta invitava alla sosta e al ristoro della mente e del corpo in vista del pomeriggio che prevedeva la visita al sito archeologico di Palmavera.

Palmavera Terminato il pranzo, ci trasferivamo a Palmavera. Questo sito venne alla luce nel 1903, in seguito agli scavi archeologici di Antonio Taramelli, che decise di scavare in quel luogo che all’epoca appariva come un sito pieno di tante pietre. Non emerse subito il complesso come oggi si ammira, perché gli scavi si interruppero e ripresero solo nel 1960. I nuraghi presenti erano delle vere e proprie abitazioni. Il complesso venne realizzato in tre periodi storici. La parte più arcaica comprende alcune capanne e la torre capitale, chiamata Mastio realizzata tra il 1600 e 1300 a.C. Tra il 1300 e il 1150 a.C. la seconda torre, il cortile e il bastione. Tutto il resto intorno 1000 a.C. Dopo la costruzione del Mastio e delle prime capanne del villaggio, la vita sembrò continuare come provano i materiali rinvenuti fino all’Età del Ferro. La seconda fase è riconoscibile per l’impiego predominante dell’arenaria come materiale di costruzione con impiego per la rifascia parziale del Mastio e l’edificazione della seconda torre, il corridoio a nicchie e la costruzione di alcune capanne che si distinguono per le maggiori dimensioni di pianta e maggiore spessore delle murature e fra queste la Capanna delle Riunioni. Si nota in questa fase un accresciuto senso della collettività. Nell’ultima fase corrisponde il rifacimento parziale del corpo aggiuntivo, la costruzione di gran parte delle capanne oggi visibili- fra queste anche quelle quadrangolari- e la realizzazione dell’antemurale. Gli scavi più recenti hanno rilevato che l’abitato venne distrutto da un violento incendio, tutte le capanne esplorate presentano, infatti, segni vistosi del fuoco- che pose fine alla vita nel villaggio probabilmente verso la fine dell’VIII sec. a. C. Terminata la visita, dopo l’acquisto di alcuni oggetti ricordo, saluti alla nostra prima guida del Tour di Sardegna, imbarco sul Pullman e via verso Castelsardo per la cena e il pernottamento. Nella riunione serale, prima di sciogliere le fila, breve riunione per fare il punto sulla giornata successiva, rammentando di preparare i bagagli per il trasferimento in altro albergo a Oristano al termine del 4° giorno di visita, assicurando che i bagagli da imbarcare, sarebbero stati portati al Pullman a cura del personale dell’Albergo, come in effetti è avvenuto

4° Giorno Mercoledì 7 giugno 2017
Prima colazione, come sempre all’altezza della categoria dell’Albergo 4 stelle, e con il senno di poi, dimenticando l’inconveniente del primo impatto ampiamente medicato per merito dello stesso personale dell’albergo, personalmente lo ritengo per ampiezza dei locali, arredamento e posizione, il migliore dei tre alberghi dei quali abbiamo usufruito nel nostro soggiorno Sardo. Naturalmente è una valutazione personale che può non essere condivisa. Il giorno si presentava quanto mai denso di attività conoscitive. Ci attendeva Nuoro con la visita del Museo del Costume, e la visita della Casa di Grazia Deledda, quindi visita ai murales di Orgosolo, il pranzo con i pastori (menù a sorpresa ma con tutti prodotti tipici di prodizione prevalentemente della pastorizia), al termine della giornata in albergo per assegnazione camere e cena.

Nuoro La buona pronuncia di Nùoro è quella di porre l’accento sulla ù, sulla origine del suo nome esistono troppe ed erudite tesi per poterne accettarne una a scapito di un’altra, per cui ho preferito soffermarmi solo sulla pronuncia del suo nome. Abitata diversi millenni prima di Cristo per la sua felice posizione geografica, è infatti situata su una altura al centro di uno snodo orografico che consente di controllare la comunicazione tra la valle del Tirzo ed il bacino del Cedrino. Stretto è il rapporto con il vicino monte Ortobene che ha offerto, nelle varie fasi storiche, rifugio alle popolazioni residenti a valle. Nuoro ha tracce della presenza dell’uomo dal Neolitico alla Civiltà Nuragica. Numerose abitazioni preistoriche e ripari sotto roccia sono presenti nel monte Ortobene e resti di un villaggio prenuragico (1700-1500 a.C.) posto su un affioramento roccioso vicino al quartiere cittadino Su nurache. Questo villaggio prenuragico, è costituito, secondo una stima della Sopraintendenza Provinciale, da circa 200 capanne. La Civiltà nuragica fino alla colonizzazione romana ha lasciato una forte impronta sulla storia di Nuoro. La penetrazione romana è stata di grande efficacia in questa area, come è testimoniato dalla parlata del Nuorese, variante del sardo, ritenuta più vicina al latino. Roma creò un sistema viario capillare (4 arterie stradali principali, le strade con direzione nord-sud, la litoranea occidentale, la interna occidentale ed orientale, la litoranea orientale). Le prime fasi della dominazione romana furono difficili e avversate in questa zona che comprendendo tutta l’area del Gennargentu, definivano in età repubblicana delle “Civitates Barbariae” e dei Barbaricini” in età tardo imperiale. Il profondo processo di romanizzazione dei barbaricini è testimoniato dall’insediamento di cittadini romani, latifondisti, centurioni, pur rimanendo il problema del brigantaggio di alcuni gruppi che non accettavano la sottomissione all’autorità imperiale. Subentrò il dominio dei Vandali fino a quando fu annessa la Sardegna all’impero Bizantino. Con l’affievolirsi del controllo imperiale e l’affermarsi della potenza islamica nel Mediterraneo occidentale la Sardegna si ritrovò a gestire il territorio in autonomia. Nacquero, a partire dal IX sec, i Giudicati. Quattro regni autonomi collegati dalla comune origine amministrativa Bizantina, dividendo la Barbagia nei quattro Giudicati, forse per dividere la difficile gestione di un territorio bellicoso. Con la caduta del Giudicato di Torres nella seconda metà del XIII sec., i territori del nuorese andarono al Giudicato di Arborea. Nuoro divenne sede del Tribunale di Prefettura nel 1807, città nel 1836, sede di Divisione Amministrativa e di Intendenza nel 1848 (in pratica una terza provincia sarda, dopo Cagliari e Sassari). Si sviluppò a partire perciò come centro amministrativo dalla seconda metà dell’ottocento, periodo in cui si aprì ad un rilevante inserimento di funzionari piemontesi del Regno di Sardegna e commercianti continentali. Nel 1820 ci fu l’adozione della riforma agraria denominata Editto delle Chiudende, che provocò nell’intera Barbagia dei forti dissensi e disordini a causa dell’appropriazione selvaggia di terreni sino ad allora adibiti ad uso comunitario. Ci furono rivolte sanguinose, il culmine del malcontento si raggiunse nel 1858 quando furono alienati i terreni demaniali, sfociando nei moti de su Connottu che culminò nel 1868 con l’assalto del municipio dando alle fiamme gli atti di compravendita dei terreni del demanio. Il banditismo , che dopo Su Connottu si attribuì ai sentimenti di ribellione al nuovo regime dei suoli con una forte recrudescenze provocò una risposta dello Stato con l’invio di truppe di polizia numerose quanto inefficaci. Anche Grazia Deledda ebbe a citare in una delle sue opere la grave usura, i cui maggiori implicati erano dei “miserabili napoletani”. Un romanzo scritto da un carabiniere continentale, proveniente dalla Firenze-bene e immesso nelle scabrose montagne del circondario di Nuoro del quale riporto un brano che ne dà una singolare aneddotica del periodo: “ Nuoro: un brulichio nerastro di villaggio steso fra le stoppie giallicce, in uno scenario fantastico di monti, dei pastori vestiti di pelli, delle vie di granito battute dal vento, delle campane martellanti un eterno tintinnio di tarantella, la capitale del brigantaggio ci appare come un grosso e squallido borgo , dove il vescovo mitrato, il sottoprefetto e il comandante del presidio fanno l’effetto di una commenda sulla casacca di un villano”. Il secolo finì con una forte emigrazione dei nuoresi verso il continente americano e le miniere del Nord-Europa non solo causata dalla povertà ma anche per sottrarre le famiglie dalla vendetta.

Casa natale di Grazia Deledda Incontro con la guida verso le ore 11,00 per iniziare la visita alla casa natale di Grazia Deledda (1871-1936). La casa natale della scrittrice nuorese è stata allestita a museo grazie alla generosità della famiglia Madesani-Deledda ed in particolare della nuora della scrittrice che in possesso di molti manoscritti, fotografie, documenti vari e di oggetti personali permisero la prima dotazione repertale del Museo. Successivamente attraverso l’acquisizione nel corso degli anni dall’Istituto di altro materiale viene messo in luce il legame tormentato della scrittrice con Nuoro e nel contempo le vicende personali e letterarie con il suo trasferimento a Roma. La visita si sviluppa i tre livelli dell’abitazione e nel cortile e giardino. La parte documentale, biografia, ambiente sociale e culturale nuorese, la vita familiare e culturale del periodo romano nonché il conferimento del premio Nobel sono descritti attraverso fotografie, documenti e scritti autobiografici. Terminata la visita ci si dirigeva velocemente al vicino Museo Etnografico Sardo.

Museo Etnografico Sardo
E’ il maggiore museo etnografico della Sardegna; unico istituto museale di diretta emanazione della Regione Sarda e riguarda la documentazione e ricerca dell’intero territorio regionale. Il complesso di edifici presenta un villaggio sardo immaginario. Tutto presentato in modo godibile che mette in mostra quanto di più caratteristico per abbigliamento, colori, fogge e ambientazione rendono questa terra in modo particolarmente efficacie. L’abbondanza di ricostruzione con materiali e manichini all’uopo inseriti danno l’immagine della vita contadina, di pastori di organizzazione della famiglia e del loro modo di vestire in varie occasioni di festività civili e religiose. Una imponente raccolta di tessuti, tappeti ed altro rappresentano di per sé stessi già materiale per una visita di parecchio tempo. Purtroppo l’orario non permetteva una visita particolarmente accurata e occorreva affrettarsi per vedere le sale degli strumenti musicali, gioielli, manufatti lignei, armi, maschere, la ricca produzione di pani (particolarmente ricca di forme e nonostante la loro passata freschezza particolarmente sapide) e gli utensili. L’uscita dal museo ci vedeva ancora incuriositi e desiderosi di vedere con maggiore tempo ma l’orario sia del museo che l’ora che ci separava dal pasto non permetteva una permanenza maggiore. Era il momento di raggiungere il posto dove i nostri amici sardi ci avrebbero accolti per un pranzo tipico dei pastori.
Pranzo all’aperto
Il percorso per raggiungere il luogo ove avremmo trovato il pranzo è stato particolarmente lungo e complicato. Avevamo l’appuntamento presso un locale dove avremmo trovato chi, con la propria auto, ci avrebbe condotto a destinazione. Tutto bene ma con un leggero ritardo siamo arrivati a destinazione. In mezzo alla natura, in uno spiazzo abbiamo trovato le tavole apparecchiate, in modo spartano, ma con tutto quanto necessario per la bisogna. Seduti alla tavolata su panche (alla Monteluco per intenderci), siamo stati serviti dei prodotti tipici della pastorizia sarda. Prima di sederci avevamo avuto modo di lavarci le mani con acqua versata da contenitori non essendoci possibilità d’usufruire di servizi igienici (tutto comunque secondo quanto era a nostra conoscenza). Un vento piacevolissimo ma a volte birichino si accaniva a far volare i piatti di plastica ed i bicchieri. Ma l’esercito Unitre ha trovato subito le contromisure appesantendo piatti e bicchieri con cibo e vino, Unica accortezza era quello di non scendere sotto il livello di guardia per evitare che zeffiro prendesse la sua rivincita. Salumi e formaggi erano le prime prelibatezze che avevamo modo di assaporare. Piacevolissima la ricotta salata e dei salamini stagionati che invitavano ad essere accompagnati con abbondanti libagioni. Importante che il nostro autista Luigi mantenesse l’assoluta astinenza a Bacco, compito assolto ma negli occhi ad un attento osservatore si leggeva tutto lo sforzo che imponeva la bisogna. Seguiva il piatto forte il porcellino arrostito su spiedo che girava incessantemente sotto un fuoco che completava la coreografia e dal quale con abilità i pastori staccavano le carni che mano a mano arrivavano a cottura. Una forte grappa locale ristabiliva l’equilibrio gastrico, messo in pericolo dall’abbondanza di cibo. Terminato il pasto ci si attardava un poco ad osservare la natura e la scrofa con numerosi maialini che pascolavano nelle vicinanze e che non disdegnavano di mangiare i resti di chi si era donato, precedendoli, nel banchetto che certo non poteva definirsi vegano e neanche vegetariano. Accompagnati per il ritorno ci siamo fermati nel Bar da loro gestito dove oltre che prendere un buon caffè è stata l’occasione per affollare la toilette della quale non ne avevamo utilizzata nel corso del pranzo all’aperto. Salutati i nostri ospiti riprendevamo il nostro Pullman per raggiungere Orgosolo.

Orgosolo
Orgosolo si trova in zona collinare in vista della catena del Gennargentu. Nel 1969 sui muri del paese veniva affisso dalle autorità un avviso in cui si invitavano i pastori che operavano nella zona di Pratobello di trasferire il bestiame altrove perché, per due mesi, quell’area sarebbe stata adibita a poligono di tiro e di addestramento dell’Esercito Italiano. In giugno 3.500 cittadini di Orgosolo occuparono i campi. Dopo alcuni giorni di occupazione, durante i quali non si verificarono episodi di violenza, l’esercito fu ritirato. La visita era mirata per vedere i “Murales di Orgosolo” . La forma d’arte figurativa realizzata su superfici murarie esposte al pubblico, era nata in Messico dopo la rivoluzione del1910. Negli anni trenta divenne un movimento internazionale e si diffuse in tutto il Sud America e negli Stati Uniti. Con il colpo di stato cileno (1973) molti artisti si rifugiarono in Francia e in Italia. Si diffuse così anche in Sardegna in quattro cittadine fra le quali appunto Orgosolo. Centinaia di pitture murali parlano dell’isola, della vita del paese, della storia e della cultura e della quotidianità dei sardi. Sono pitture estremamente semplici ed estremamente deteriorabili. E’ una scelta esplicita dei pittori. I dipinti più belli vengono rinfrescati, aggiornati, integrati e quelli meno interessanti vengono lasciati a sbiadire o coperti da nuovi murales. I muri di queste cittadine sarde sono divenute una enorme scuola di sperimentazione pittorica popolare all’aperto. Oggi le strade di Orgosolo presentano una collezione di centinaia mi murales, che rappresentano un patrimonio storico e artistico. La protesta è il tratto distintivo dei murales di Orgosolo. Rappresentano una testimonianza storica di denuncia delle ingiustizie sociali in tutto il mondo, del colonialismo e dell’assurdità delle guerre. Tra i murales realizzati alcuni ricordano gli attacchi suicidi a New York testimoniando la vitalità del fenomeno che continua ai giorni nostri. La piacevole passeggiata terminava con l’acquisto di ricordini e guide dalle quali ho tratto più di uno spunto per parlare dei murales di Orgosolo. Ormai si andava verso il termine della giornata e la partenza per Oristano avrebbe favorito l’insediamento nel nuovo albergo per la nuova sistemazione per la cena ed il pernottamento.

5° giorno Giovedì 8 giugno 2017
Colazione e partenza in Pullman con la guida per una giornata piena di interessanti visite alla penisola di Sinis e di Tharros, chiudendo la giornata con la visita di Oristano. La penisola di Sinis si estende in direzione nord-sud dal Mare di Sardegna fino allo stagno di Cabras con una larghezza da 5 a 8 Km lunga circa 19 Km. E’ per la maggior parte un’area alluvionale ricolmata dai sedimenti provenienti del vicino Montiferru. La raccolta di detriti ha portato ad unire alla terraferma le zone della penisola che erano quasi sicuramente degli isolotti separati dalla Sardegna. A testimonianza di questo antico arcipelago a poche miglia di Sinis, la minuscola isola di Mal di Ventre o “malubentu “ in sardo. La costa si presenta rocciosa nella parte meridionale, poi procedendo verso nord diventa sabbiosa e più oltre caratterizzata da alte falesie (rocce con pareti a picco).

Penisola di Sinis - Tharros
Incantevole striscia di terra che racchiude tutte le bellezze che possono venire dalla natura e dalla memoria storica, fondando insieme in una magia i maggiori valori che l’essere umano può desiderare: arte archeologica, bellezze della natura e incantevoli panorami. Lasciati dal Pullman a San Giovanni si prendeva posto su di un trenino che ci portava all’ingresso degli scavi di Tharros. Possibilità d’usufruire dei servizi igienici ma delusione per la mancanza di un posto di ristoro e di acquisto di guide per via del nuovo insediamento dei gestori non ancora ultimato e quindi nella impossibilità di dare servizi. Ingresso facilitato dalla nostra guida che ha validamente collaborato con la nostra Direttrice e l’infaticabile Agostino, e inizio della visita, E’ necessario un brevissima premessa: la visita ai resti di età romana non può nascondere la sua fase punica e nuragica. La sua posizione nel cuore del Mediterraneo occidentale, ne fa un caposaldo sulle rotte che collegano il Levante e le coste mediterranee del Vicino Oriente con le regioni minerarie dell’estremo occidente. Tutto ciò per comprendere come i Fenici posero i primi impianti fissi sulle coste meridionali ed occidentali della Sardegna, che con il tempo si svilupparono in insediamenti urbani ( Cagliari, Nora, Suleis e Tharros). Poi con la successiva potenza di Cartagine, volenti o nolenti, le città fenicie furono costrette ad entrare nell’orbita cartaginese, divenendo di massima importanza dell’impero cartaginese. Solo dopo la prima guerra punica Cartagine fu costretta a cedere l’isola ai Romani. Le rovine di Tharros si dispongono sul Capo San Marco , estrema propaggine della penisola del Sinis che si protende nel mare per circa 3 Km chiudendo ad occidente il Golfo di Oristano. Gli scavi recenti mostrano un insediamento protosardo e su questo si svilupparono l’ insediamento punico e romano. Le strutture nuragiche sotto i monumenti punici e romani non mostrano situazioni di violenza, ma documentano una fase di abbandono seguita dall’ impianto fenicio ( tofet). Cartagine con le sue relazioni con l’Africa e la Spagna contribuirono ad un’ampia apertura verso i mercati attici ed etruschi. La conquista romana, con l’esaltante parentesi di Amsicora, che traendo proprio dal Sinis e dal porto di Tharros la forza economica e umana per la rivolta antiromana, eredita una città in crisi, ma intatta nelle sue potenzialità economiche. In età imperiale vi è un intenso sviluppo urbanistico e le ricchezze delle campagne confluiscono nella città. La città venne lastricata in basalto, razionalizzata la rete viaria, e creazione di terme e dell’acquedotto, il lungo periodo di abbandono e l’insabbiamento eolico hanno consegnato agli scavi archeologici il sito come sta ritornando alla luce.. Poi si susseguirono i Vandali, i Goti, i Longobardi, gli Arabi e il malgoverno Bizantino. L’esperienza cristiana è l’unica a restituire per qualche secolo Tharros alla memoria storica nella basilica di San Marco e nella chiesa di San Giovanni. Spettacolare per il panorama che si gode la salita alla torre, non fatta da tutti i Soci, che dà una visione a 360 gradi. Quindi la discesa e la visita alla chiesetta di San Giovanni. Chiesa costruita su un’area adibita a necropoli punica e poi cristiana, edificata nel periodo bizantino e successivamente ampliata nella sua lunghezza. A pianta rettangolare costruita in blocchi di spoglio in arenaria. La chiesa a pianta centrale bizantina a quattro bracci uguali fu ingrandita con l’aggiunta delle due navate laterali con volte a botte. Vano è stato il tentativo di visitare la basilica di San Marco, inesorabilmente chiusa. Soluzione un po’ di riposo all’ombra con una bevanda fresca in attesa di ripartire destinazione Cabras.

Cabras
Cabras (Crabas in sardo) è un territorio abitato fin dal neolitico, intensamente popolato nel periodo nuragico con ritrovamenti di altissimo interesse. Le necropoli di Mont’e Prama avvenuta casualmente nel 1974 da contadini che eseguivano lavori agricoli, ha portato ad importantissimi reperti che sin dai primi scavi misero in luce una decina di sepolture a cista litica quadrangolare e altre a pozzetto. Poi nei successivi interventi furono individuate più di trenta tombe. Gli individui sepolti, in posizione seduta o inginocchiata, appartenevano ad entrambi i sessi e di età adulta. Le tombe, prive di corredo, ricoperte da un accumulo di materiali scultorei che a seguito dei restauri ha portato ad identificare 16 pugilatori, 5 arcieri e 5 guerrieri. Una visita d’obbligo ci ha condotti al Museo Civico “Giovanni Marongiu “ inaugurato nel 1997. Ivi si trova l’allestimento permanente dei reperti di Cuccuro is Arrius e di Tharros poi ulteriormente arricchito ai reperti del sito nuragico di Sa Osa, al relitto romano di Mal Ventre ed ad altre collezioni e comprende una selezione di statue maschili di “Mont’e Prama. Come ormai d’abitudine il nostro gruppo veniva diviso in due per permettere una più agevole visita e spiegazione da parte delle guide museali. Il percorso iniziava con la sezione dedicata ai ritrovamenti di Cuccuro is Arrius con una selezione di reperti riferiti alle fasi preistoriche e al periodo punico e romano. L’età nuragica è riferita al sito Sa Osa. Si accedeva quindi nella sala dedicata alla città di Tharros con materiali provenienti dal tofet punico (santuario dei fanciulli) e dall’adiacente quartiere metallurgico. Proseguendo la visita abbiamo l’esposizione dei reperti del relitto romano scoperto al largo dell’isola Mal di Ventre con il suo straordinario carico di lingotti di piombo. Ogni sala visitata mostra reperti di grande interesse passando da materiali preistorici a quelli nuragici. Particolare interesse la sezione dedicata alla produzione e lavorazione dei metalli a Tharros in età punica. La produzione del ferro avveniva nelle fornaci costituite da un involucro con pareti piuttosto spesse realizzato con materiale ceramico refrattario, con il fondo generalmente interrato per migliorare l’isolamento termico. Il processo di produzione del ferro avveniva per fasi successive che eliminava le scorie e con successivi processi a caldo trasformavano il ferro in acciaio. Anche interessante il ritrovamento dei lingotti della nave affondata presso l’isola di Mal di Ventre, tutti dotati del bollo del produttore impresso al momento della fusione. Altre cose di interesse quattro ancore in piombo alla prua della nave e una in ferro in poppa. Ancora scandagli in piombo: uno a calotta semicircolare e uno a profilo conico. indispensabili per esaminare i fondali. L’attenzione finale veniva catturata dai reperti di Mont’e Prama. Sono presentate le grandi sculture in pietra in un contesto non di semplice museo ma di luogo in cui archeologia, architettura e arte si incontrano in una visione che diventa paesaggio. Il paziente lavoro di restauro hanno permesso la ricomposizione di ventiquattro statue, dodici modelli di nuraghe e un betilo (casa del dio, pietra a cui si attribuisce una funzione sacra). Con la paziente opera dei restauratori si è giunti, con l’aggiunta di uno scudo, ad un guerriero in posizione verticale con l’ausilio di robusti tralicci, tutte le statue sono maschili di dimensioni pari o superiori al vero, con un’altezza massima di 2 m , abbondano (16) i pugilatori che indossano un gonnellino , braccio destro in avanti e protetto da un guantone mentre il braccio sinistro è portato sopra la testa a sostenere uno scudo oblungo ricurvo. Ormai era necessario una sosta ristoratrice alla mente e al corpo e cosa di meglio che sedere a tavola in piacevoli conversari, con un buon bicchiere di vino o di acqua fresca in attesa di far tacere l’appetito che in vero non è mai mancato a tutti i partecipanti. Il ristorante scelto è stato Il Caminetto. Terminato il pranzo tutti in Pullman destinazione Oristano Hotel Mistral per la cena e il pernottamento.

Oristano
Il suo nome sembra trovare origine da una carta arborense dei primi del XII sec. dove è menzionata con il nome Aristanis, in spagnolo Oristàn e in catalano Oristany. Con il trasferimento della sede vescovile abbandonando l’ormai decaduta Tharros. La nuova città era protetta dalle eventuali incursioni nemiche da barriere naturali come gli stagni e la biforcazione del fiume Tirso con i due rami, che passano uno a Nord e uno a Sud della città.

6° Giorno Venerdì 9 giugno 2017
Consumata la colazione, che l’albergatore aveva privato delle comode macchinette per il caffè, il cappuccino ed altro, avendo notato, forse, l’eccessivo consumo delle varie combinazioni (deprecabile scelta da parte di chi dovrebbe fare dell’accoglienza la sua arma vincente) ci si preparava per la partenza per Barumini per la visita guidata alla reggia Su Nuraxi.
Su Nuraxi La scoperta si deve all’archeologo Giovanni Lilliu negli anni 1940-1950 che per la sua unicità è entrata a far parte del patrimonio mondiale dell’Unesco nel 1997. Come già per altri siti archeologici la struttura appariva completamente ricoperta da detriti terrosi e aveva l’aspetto di una collina. Il ritrovamento superficiale di ceramiche e grandi massi fecero intuire la presenza di resti importanti. Si trattava del “Su Nuraxi”(in lingua sarda significa “il nuraghe”) del quale altri studiosi avevano dato notizie. La civiltà nuragica è quella che presenta , qualitativamente e quantitativamente, la maggiore evidenza monumentale. La radice “nur” ha il doppio significato di “mucchio di pietre” e “cavità”. Indica un tipo di architettura fortificata con mura turrite, dove le torri, di forma troncoconica, presentano camere circolari costruite coperte a falsa cupola. La loro collocazione privilegia i rilievi fra i 200 e i 600 m. di altitudine con la presenza di sorgenti, corsi d’acqua e risorse minerarie. Il Su Nuraxi è il più rappresentativo dei nuraghi. La sua struttura, costituita da più torri, nascono per la difesa del territorio, con affinità con i castelli medievali, tenendo conto dell’enorme divario temporale e culturale esistente. Il complesso è costituito da una torre centrale o mastio attorno al quale si sviluppa un bastione con quattro torri disposte a quadrilatero e unite da mura, protetto a sua volta da mura dotate di sette torri anch’esse raccordate da mura. Tutte le torri hanno il profilo troncoconico e sono provviste di feritoie, ad eccezione del mastio. Tutto intorno si sviluppa il villaggio di capanne. Il complesso presenta una lunga stratificazione dalla fine del XIV sec. a.C. al VII sec. a.C.. La torre centrale, ottagonale, presenta un’altezza di 14 m.. Al suo interno, nella camera inferiore, fu rinvenuta una trave di olivastro che consentì, attraverso le analisi di datare l’edificio. Il mastio era costituito da tre camere sovrapposte, delle quali la prima e la seconda sono intatte mentre la terza conserva solo la parte inferiore. Al centro del terrazzo superiore una piccola guardiola cupolata porta l’edificio ad un’altezza totale di oltre 20 m.. L’ingresso monumentale del mastio, orientato a sud per consentire maggiore illuminazione della camera interna, è dotato di un architrave sormontato da una finestrella che si ritiene servisse ad alleggerire il carico delle murature soprastanti sullo stesso architrave. Il Lilliu ipotizza che i due nicchioni ogivali all’interno della stanza fossero giacigli foderati con lastre di sughero per impermeabilizzazione ( in base al materiale trovato durante lo scavo). A quattro metri dal pavimento, si apre l’ingresso alle scale di camere, cui si accedeva tramite una scaletta lignea o di corda; le scale di camera, ricavate nella muratura, permettevano di raggiungere il secondo e il terzo piano della torre. Le camere piano terra sono dotate di feritoie, a mezza altezza era presente un ballatoio ligneo. L’ingresso al bastione dava l’accesso ad un cortile a forma semilunata, provvisto di pozzo d’acqua sorgiva profondo 20 m. Ma ognuna delle torri presenta particolarità che andrebbero ricordate e che nel corso della visita la guida ci ha indicato mostrando le varie fasi del rafforzamento ed ampliamento del sito. Verso il 1000 a.C. il vecchio antemurale fu modificato con l’abbattimento dei muri di congiunzione e la costruzione di cinque torri. Nell’ultima fase del Bronzo Finale si ebbe una svolta nella vita del villaggio di capanne, affrancato dall’autorità assoluta del capo tribale decaduto l’assemblea degli anziani del villaggio governavano nella grande sala rotonda del consiglio, provvista di nicchie e di un anello di sedili in pietra, chiusa entro un recinto costruito con poderosi massi. Nella curia senatoriale, forse veniva conservato il tesoro della comunità, ed era il luogo delle decisioni rese sacre dai riti praticati su un altare dedicato ad una divinità. Le coperture andate perdute erano costituite da un’impalcatura conica di travi e frasche. All’interno vi erano focolari e nicchie in pareti. E’ stato ipotizzato un calcolo di 5 abitanti per capanna che porterebbe ad una valutazione di 350 persone nella comunità. L’ultima fase dell’insediamento portò, forse a seguito di eventi bellici, alla distruzione della sala del consiglio e il villaggio si ampliò con un nuovo agglomerato di capanne. L’abitato lascia presumere la presenza di 14 articolate abitazioni con un numero d’ambienti da otto a dodici. L’assetto di questo abitato è molto diverso dal precedente, realizzato con un piano che rispecchia una società che si rinnova e che progredisce sia per via interna che per contatti e stimoli esterni. Le case sono separate da piccole e strette vie, una via principale in cui convergono strade secondarie. Veramente il tempo scorre veloce quando una visita si fa interessante e ricca di spunti e domande da parte dei visitatori, ma è ora di correre, è il modo più appropriato per definire la cosa, al Polo Museale Casa Zapata in Barumini.

Polo Museale Casa Zapata in Barumini Il nome trae origine da Don Azor Zapata, un nobile sardo di origine iberiche che acquista la proprietà del terreno e fa edificare un palazzo nei primi anni del XVII sec. nel punto più alto del paese, che diviene la propria sede baronale di Barumini. Negli anni novanta del secolo scorso, durante i lavori di restauro del palazzo, si è scoperto che il palazzo è stato edificato sopra i resti ben conservati di un insediamento nuragico, che l’archeologo Lilliu, in quanto in prossimità della chiesa parrocchiale, ha denominata Nuraxi ‘e Cresia. Con la ristrutturazione museale degli interni del palazzo, è stato possibile mettere in luce tali reperti, offrendo un’affascinante visione dall’alto del monumento nuragico, grazie ad un sistema di passerelle e di pavimenti trasparenti. Negli ambienti superiori viene ulteriormente presentate le vicende degli scavi “Su Nuraxi” con la presentazione di alcuni contesti specifici come la “capanna” da cui proviene un betilo in pietra in forma di nuraghe monotorre. Nelle sale inferiori reperti occorrenti per le pratiche di vita in età nuragica. Vi è poi la sezione etnografica con gli oggetti della cultura contadina utilizzati fino a non molto tempo fa (e in qualche caso ancora oggi) come aratri, zappe, gioghi, asce, pialle, cestini, setacci, tini, botti ecc. con lo scopo di salvaguardare un patrimonio identitario minacciato dai ritmi della modernità. Inoltre è presente una preziosa collezione di “launeddas”, antichi strumenti musicali a tre canne, tipici della Sardegna meridionale.
Terminata la visita partenza per Cagliari con arrivo all’Hotel Setar località Quartu S. Elena per il pranzo e la sistemazione nelle camere. Albergo in buona posizione con ampio parcheggio per il Pullman e con un bel giardino, un’ottima impressione generale. Compatibilmente con il tempo necessario per assolvere alle varie funzioni, mangiare, lavarsi i denti e sistemare i bagagli, eccoci pronti per partire per la città di Cagliari per terminare le visite previste per la giornata: visita guidata del centro storico, il quartiere Castello, il santuario di Santa Restituta e la Villa del Tigellio. Alla partenza per raggiungere Cagliari, presentazione della guida Sig.ra Virginia ed imbarco su un pullman privato locale.

In Viaggio verso Cagliari Il tragitto che percorriamo per arrivare al centro di Cagliari si snoda lungo la litoranea con il mare a sinistra e alcuni stagni/laghetto pieni di fauna marina. Gli stagni sono pieni di fenicotteri rosa che rappresentano già di per sé stesso un bello ed inusuale spettacolo. Alcuni stagni erano destinati alla produzione di sale, ma un incauto inquinamento ha precluso questa attività che con il passare del tempo è stata dismessa. Cagliari si presenta come una bella città, animata ma senza dare impressione di un traffico tumultuoso. Il centro è pieno di negozi di grandi firme e con accoglienti caffè ove sostare e consumare. La piazza ha al suo centro la statua di Carlo Felice che funge anche da spartitraffico dal mare e verso il mare. Il monumento ha lo scopo di onorare il sovrano, che aveva voluto i lavori per realizzare la strada reale che avrebbe collegato Cagliari a Porto Torres (l’attuale SS131, chiamata anche Carlo Felice). Sul basamento l’iscrizione “ Qui comincia la via da Cagliari a Porto Torres Decretata e sovvenuta Da Re Carlo Felice E qui di Lui sorge La immagine di bronzo”. Il gruppo si dirigeva come previsto per la visita della Chiesa di Sant’Efisio che si affaccia sulla omonima piazzetta.
Chiesa di Sannt’Efisio
La facciata si presenta con terminale a doppio inflesso, detto anche per la caratteristica forma “ a cappello di carabiniere”, il portale è sormontato da un timpano curvo spezzato. L’interno non è stato possibile visitarlo per i lavori in corso. A lato si è potuto vedere tutto l’apparato religioso e scenico che accompagna la processione in onore di Sant’Efisio, uno dei protettori di Cagliari più onorato e che dà luogo ad una processione imponente e seguitissima dalla cittadinanza cagliaritana.
Cripta di Santa Restituta
Poco distante vi è la Cripta di Santa Restitut. Nata in età tardo punica come cava di blocchi di calcare divenne poi luogo di culto. L’ipogeo utilizzato come deposito di anfore (Isec, d.C.) e poi abbandonato per più dodici secoli. Agli inizi del seicento, riscoperto, fu svuotato del materiale accumulato. L’ipogeo è costituito da un grande ambiente centrale collegato con l’esterno da due scalinate scavate nella roccia. Le pareti erano decorate con dipinti, di cui si conserva soltanto quella di San Giovanni Battista (XIII sec.). La presenza di statue guidarono la ricerca delle reliquie della Santa coronata da successo alla distruzione dell’altare minore che celava i resti sacri della santa. Nel corso della seconda guerra mondiale l’ipogeo fu utilizzato come rifugio antiaereo. Il gruppo ricompattato si dirigeva per la visita alla Villa d i Tigellio.

Villa del Tigellio
Alla conta mancavano due Soci che si erano attardati. In conversari e fumatine, ed avevano perduto contatto con il gruppo senza essere in grado di trovarci. Privi di cellulare non hanno potuto chiamare la Direttrice che in vero aveva le antenne che ruotavano come le pale dell’elicottero. E’ un discorso ormai vecchio ma che va ripetuto purtroppo spesso: esiste un responsabile (nel nostro caso la Direttrice Angela) alla quale fare riferimento per ogni variazione che si voglia fare nel corso delle visite. Non è possibile distaccarsi dal gruppo perché ci si attarda a una visita più accurata o per problemi di altra natura. In questo caso a nulla è valsa la giustificazione che tanto sapevano che la partenza del Pullman sarebbe avvenuta in un tal punto e alla tale ora. Il gruppo deve essere compatto ed ogni deroga, anche per problemi seri deve essere sempre e si ripete e sottolinea sempre segnalati al direttore responsabile. Capito ciò si sono avute le scuse dei colpevoli che hanno evitato di essere lasciati al ludibrio dei Soci (peraltro preoccupati fino al loro ritrovamento). Villa di Tigellio è un complesso di rovine di epoca romana. Erroneamente è stata nomata in tal modo ma si è verificato che non si tratta di una sola abitazione ma di ben tre edifici, due dei quali hanno ancora basi strutturali ben visibili. La prima è denominata Casa del Tablino dipinto per i suoi numerosi affreschi nella zona dei ricevimenti, la seconda Casa degli Stucchi per i suoi abbellimenti rimasti in traccia. L’area è ubicata ai piedi del colle Buon Cammino, vicino all’anfiteatro romano. I resti del complesso oggi visibili risalgono dal I sec. a.C. al I sec. d.C.. Le strutture indicano un edificio termale e a tre edifici, come dicevamo, abitativi. Resti di pavimentazione a mosaico e presenza di parecchi frammenti di decorazione a stucco. Visita che definirei interessante ma non esaltante (sempre a mio modesto parere, come direbbe Antonio).
Santuario di Nostra Signora di Bonaria e attigua Basilica Abbiamo stretti i tempi di permanenza nei vari luoghi perché ormai era necessario imprimere maggiore velocità per completare le ulteriori visite. Così la visita del Santuario di Nostra Signora di Bonaria e della adiacente Basilica è avvenuta in modo molto veloce. Il Santuario mariano è il più importante della Sardegna, ed è costituito da una piccola chiesa a cui si affianca un tempio più grosso elevato alla dignità di basilica minore da Pio XI nel 1926. Il Santuario è in stile gotico/ catalano. La torre costruita dai catalani come base per conquistare il Castello di Cagliari in mano ai Pisani, è stato utilizzato come torre campanaria. La basilica affiancata al Santuario che fu edificata dai frati per avere una chiesa più grande in onore della Vergine. Quest’ultima progettata in stile barocco che per la lentezza dei lavori e per interruzione degli stessi finì nel XVIII secolo in stile neoclassico. Il Santuario è stato meta di pellegrinaggi di diversi papi, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Papa Benedetto XVI e da Papa Francesco per sottolineare il legame tra la città di Cagliari e Buenos Aires che proprio da questo santuario la capitale dell’Argentina prende il nome (il nome del colle in cui sorge viene detto Bonaire, cioè “buona aria”). Il Santuario è a navata unica con volta ogivale, a sinistra tre cappelle mentre sul lato destro (demolite le quattro cappelle che si aprivano sul quel lato) si trova l’arco che unisce il Santuario alla Basilica. La facciata della Basilica è il calcare con ampio porticato. L’interno ha pianta a croce latina, diviso in tre navate, con ampio transetto sovrastato da un’alta cupola (50 m.) ottagonale. L’altare maggiore è sormontato da un baldacchino sorretto da quattro colonne di marmo verde decorato da figure di angeli in rame dorato. Secondo la leggenda, nel marzo del 1370, una nave partita dalla Catalogna fu sorpresa da un tempesta. I marinai decisero di gettare in mare tutto il carico, tra cui una pesante cassa. Appena la cassa venne gettata in mare la tempesta si placò. La cassa fu sospinta dal mare fino a Cagliari, proprio sotto il colle di Bonaria; i frati del convento apertala trovarono una statua in legno di carrubo della Vergine Maria che tiene con una mano in braccio il Bambino Gesù e nell’altra ha una candela accesa Santa Maria della Candelora. I conquistadores spagnoli diedero per devozione il suo nome alla capitale Argentina appunto Buenos Aires. Rinfrancati da tali prodigi, la stanchezza si è fatta da parte e tutti ci siamo sentiti pronti per affrontare la salita che ci avrebbe condotto al quartiere Castello.
Quartiere Castello Il Castello (Casèddu ‘e suso, in sardo) è il principale dei quattro quartieri storici della città di Cagliari, su posizione preminente a circa 100 m. s.l.m.. Fondato dai Pisani, venne fortificato e dotato di mura torri e bastioni. Si susseguirono le dominazioni Aragonese-Spagnola e Piemontese, ospitando sempre i palazzi del potere e le residenze nobiliari. Vi si accede ancora attraverso le antiche porte medievali, aperte nelle mura che cingono gran parte del Castello, isolandolo dal resto della città. Qui sono ospitate la Prefettura, l’aula consiliare della Provincia nei locali del palazzo Reale, l’Università in un palazzo settecentesco nonché la Chiesa Cattedrale nella Piazza Palazzo. L’accesso al Quartiere è possibile da quattro porte. Inserite nelle mura con le relative torri: Torre di San Pancrazio (1305), Torre dell’Elefante (1307), Torre dell’Aquila ( inizi XIV secolo), Bastione di Saint Remy che collega direttamente Castello con Villanova, ed incorpora gli antichi bastioni della zecca e di Santa Caterina. Altre cose notevoli, oltre gli scorci affascinanti che si potevano godere dai numerosi affacci su Cagliari e la sua laguna, il Palazzo Regio, quello Arcivescovile, quello dell’Università e il Palazzo Boyl, in stile neoclassico che è fra i più bei palazzi nobiliari del Castello e incorpora nella sua struttura il portico delle Grazie e i resti della trecentesca torre dell’Aquila. La Chiesa Cattedrale, edificata dai pisani nel XIII secolo, è il principale luogo di culto di Cagliari. Si presenta come il connubio di diversi stili ed custodisce sette secoli di memorie storiche della città. Nel corso del seicento e del settecento fu rinnovato secondo i canoni dello stile barocco. Negli anni trenta del novecento venne innalzata l’attuale facciata in stile neoromanico. L’interno si presenta con pianta a croce latina a tre navate con transetto e cappelle laterali. Sotto i pavimenti marmorei del duomo esistono diversi ambienti sotterranei, la parte visitabile riguarda il santuario dei Martiri, scavati sotto il presbiterio. L’ora volgeva alla ristorazione serale al riposo notturno per rinfrancare le forze per il giorno successivo. Puntuali al ritrovo ci si imbarcava per ritornare all’Albergo che ci attendeva a braccia aperte e succulenti manicaretti. A chiusura della serata una breve comunicazione per l’appuntamento del giorno successivo e su ciò che avremmo visto.

7° giorno Sabato 10 giugno 2017
Sveglia, colazione e alle 08,30’ incontro con la nostra guida, Sig.ra Virginia per partire con un bus privato locale per l’importante visita del sito archeologico di Nora.
Nora La città di Nora si trova su di un promontorio (Capo di Pula). Una lingua di terra che si distacca dall’entroterra mediante uno stretto istmo che nel punto di massima strozzatura , non supera gli ottanta metri di larghezza, Dopo lo stretto il promontorio si allarga notevolmente. Appena si entra nella zona archeologica troviamo un edificio termale molto deteriorato per l’erosione del mare. Proseguendo per una via lastricata in ardesia si accede ad un grande vano quadrato con pavimento decorato a mosaico con al centro un pilastro, da li si accede ad altri ambienti. La parte erosa dal mare doveva comprendere gli ambienti riscaldati. Nella parte sud si riesce a riconoscere una grande vasca, forse una natatio connessa con le terme. La decorazione musiva è composta da motivi circolari con fiore interno intorno ai quali si dispongono elementi circolari con fiore interno a croce. I colori che si ritrovano usati a Nora sono il bianco, il rosso, l’ocra ed il nero. Proseguendo e lasciando sulla destra muri che riguardano edifici non scavati ma anche in questa zona l’azione demolente del mare lascia solo tracce di pavimenti, pezzi di muro, di pozzi e cisterne a bagnarola che indicano che ci si trova a ciò che resta di un quartiere di case d’abitazione. Si giunge così all’ingresso vero e proprio della zona scavata salendo sul colle cosi detto di Tanit. Da questo punto è possibile avere una panoramica della città e la sua posizione nell’istmo. Sul colle ci sono i resti del Tempio di Tanit. Il nome venne dato perché negli scavi fu trovata una piccola piramide in pietra che fu identificata come l’idolo betilico della dea madre. Proseguendo si nota che tutta la situazione del pendio è fortemente confusa. Si arriva a sinistra della strada a ciò che rimane di un edificio con sei piccoli ambienti. La via poco più avanti con una curva brusca sulla destra, immette alla grande piazza del Foro. Al suo fianco è stato scoperto un quartiere di abitazioni inizialmente fenicio che è rimasto fino in età repubblicana. In tutta l’area si constatano tracce delle sovrapposizioni nel tempo. La regolarità dell’impianto del Foro è interrotto dalle fondazioni di un edificio che si ipotizza possa essere il tempio, che è sempre presente nei Fori romani. Proseguendo troviamo il tempio al quale si accede con una scalinata di tre gradini. Ancora tre gradini per accedere all’altare. Riprendendo la strada e girando verso sinistra procedendo dritti si giunge alla base del colle di Tanit, dove si osservano i resti di una fonderia. Le tracce di fuoco rinvenute all’interno, mescolate con pezzi di vetro fuso la fanno pensare come luogo di lavorazione di questo materiale. Tornando leggermente indietro si possono ammirare dall’esterno la possente mole del teatro, uno dei ruderi meglio conservati. Semicircolare, con otto nicchioni quadrangolari e tre vomitoria, con una cornice all’esterno elegantemente modanata. Il porticato appoggiato alla parete “porticus post scaena” orniva lo sfondo della scena. La cavea è composta da dieci gradini per la seduta degli spettatori che entrati dai vomitoria mediante un largo passaggio si distribuivano sulle gradinate. Due piccole tribune per i personaggi illustri sono accessibili dal porticus post scaenam con due scalette in pietra. Proseguendo il percorso si incontra un corridoio che porta alle Terme centrali. Poco resta sia della parte elevata e sia per le sovrapposizioni e rimaneggiamenti. Le parti più facilmente attribuibili sono il grande frigidarium con forma ad L, che si raggiunge percorrendo il corridoio mosaicato. E’ ben preservato, anche se mancano le pareti, il pavimento mosaicato con il pozzetto centrale per lo scolo delle acque. Facente parte del frigidarium è la vasca con gradini. Sulla destra del frigidarium trovano posto gli ambienti riscaldati. Notiamo ancora che esistono quattro praefurnia ed uno di essi finisce in un’abside, In base alle altre tipologie planimetriche delle terme, si può ricostruire la seguente sequenza: adiacente al frigidarim dovevano trovarsi due ambienti, riscaldati ognuno da un praefurnium, da questi tepidaria si passava al grande calidarium, di forma rettangolare con il lato corto absidato, riscaldato da due forni. Dietro ai praefurnia erano situati i servizi, rimangono tracce delle calanette di scarico delle acque che raccoglievano anche quelle di una latrina adiacente il frigidarium. In questo sito si trovano moltissime tracce di mosaico che attestano con i vari interventi succedutesi periodi di intervento da fine III sec. al IV secolo avanzato a,C. . L’esame del vano adiacente le terme presenta un pavimento in opus spicatum che copre il pavimento originario in tesserine. Quello che deve essere un grande edificio si presta, secondo gli esperti, ad un hospitium, un albergo, di cui le Piccole Terme erano una appendice. Solo gli ultimi studi hanno rivoluzionato la destinazione attribuendo parte delle stanze a deposito o bottega, ipotizzando un piano superiore destinato ad abitazioni. Seguono le Piccole Terme in cui sono visibili molti pavimenti con mosaico (motivi di ottagoni con al centro quadrati neri ed ai lati triangoli ocra), datato IV sec. d.C. anche questo sito presenta la classica planimetria delle terme. L’ingrandimento del primitivo edificio termale, con la costruzione del corridoio e del vano dell’apodyterium, coprendo il vicolo che correva a Sud del frigidarium, ha orientato gli studiosi di pensare ad un cambiamento da balneum privato ad un edificio pubblico, anche se di dimensioni ridotte. La guida ci informava che in corso degli scavi eseguiti dagli anni ’90, ancora in corso, è emerso un vasto isolato della città romana, con edifici di abitazione e botteghe di non grande rilevanza con testimonianze di soppalchi lignei ed ancora vitale nel I sec. d.C., che subì trasformazioni nel II e III sec. d.C.. Le fasi successive dal V Sec d.C. in poi si assiste ad una fase di degrado di mura e di spazi occlusi ma con la grande strada libera da costruzioni e ripulita, utilizzata per accedere alle Terme a mare. L’edificio è contornato da un porticato (il lato occidentale è stato eroso dal mare) il cui accesso avveniva da una piccola gradinata. Dall’atrio si entrava nell’apodyterium, lo spogliatoio ha il pavimento decorato a mosaico, da qui si passa nel grande frigidarium con due vasche per immersione in acque fredde. Il rovinoso crollo delle volte avvenne successivamente allo spoglio di tutti gli arredi con asportazione di lastre di marmo. Il crollo finale fra il VII e l’VIII sec. d.C. è avvenuto per un incendio (le tracce evidenti sotto le grandi volte crollate) che ne attesta la storia. Di grande interesse sono i resti di due grandi case; la prima chiamata Casa dell’Atrio tetrastilo che presenta lèatriol’atrio, con le basi di quattro colonne e l’impluvium, che si è conservata in buono stato. Dinanzi alla casa si trova un colonnato del quale rimangono le sei basi, ed una semicolonna addossato ad un muro. L’impluvium risulta decentrato rispetto al corridoio e al suo fianco si trova un pozzetto per attingere acqua. Attorno all’atrio si aprono una serie di vani. Dall’ingresso si accede in un cubuculum, con pavimento a mosaico, diviso in due settori di cui il più piccolo, si identifica come alcova,al centro si trova con profilato nero, un fondo bianco con una figura femminile seminuda a cavallo di un animale marino. In peggiore stato di conservazione si trova un’altra grande abitazione signorile. E’ allineato con quello dell’atrio tetrastilo ma non vi è traccia di porticato. Anche qui sono visibili quattro colonne e anche le altre stanze non sono particolarmente rilevanti. Percorrendo la strada che si lascia partendo dalle due abitazioni si arriva ad un grande complesso di carattere sacro. La via giunge ai piedi del complesso, posto alla sommità del promontorio. Ivi si trovano le statuette con la raffigurazione di devoto offerenti vi è inoltre raffigurato un uomo dormiente reclinato al suolo, intorno al cui corpo è avvolto un serpente, L’altra statua raffigura un altro dormiente, ma senza il serpente. Sappiamo che la divinità salutifera Esculapio, è legata al serpente sacro al dio. Molti altri ruderi meriterebbero un più prolungato discorso ma come sempre ci si attarda ai primi ritrovamenti per cui alla fine per mantenere il programma si è obbligati a sorvolare alcuni aspetti.
Al termine della visita un caloroso saluto alla guida che ci aveva accompagnato ed informato su quanto visto, con un caloroso invito a ritornare in Sardegna e di approfondire ulteriormente la storia e la conoscenza della terra sarda. Appello che anche le altre guide ci avevano rivolto a dimostrazione del forte attaccamento che dimostravano per la loro terra. Bisogna anche ricordare che la Sig.ra Virginia è di origine Argentina, parlava in un perfetto italiano e ha dimostrato tanta passione per il lavoro che svolgeva.

Cagliari Si ritorna in Albergo per il pranzo ed una breve sosta per dedicarci poi nel pomeriggio alla visita libera di Cagliari e agli acquisti di ricordini o di dolcezze sarde. Trasportati da un Bus privato locale, lo stesso del giorno prima, lasciati in pieno centro di Cagliari, ci siamo immediatamente immersi nella vita cittadina ognuno con precise idee, ma con l’assoluto obbligo di rispettare l’orario del rientro con il bus che ci avrebbe ricondotti in Albergo. Personalmente la prima parte del tempo libero insieme a mia moglie l’ho dedicato ad un ritorno alle mie origini lavorative. Sono andato a visitare il grande magazzino La Rinascente dove ho trovato quanto mi occorreva ma soprattutto ho trovato personale gentilissimo ed un’ottima esposizione delle merci. Non ci siamo sottratti dal richiamo dei negozi con prodotti dolciari di Sardegna e uno sguardo in libreria con acquisto per approfondire ulteriormente le conoscenze su alcuni siti visitati. Libri ed opuscoli saccheggiati per arrivare al presente diario del Tour. Naturalmente non si poteva rinunciare ad una sosta in caffetteria in pieno centro, dove ormai come noi, erano affluiti quasi tutti i nostri compagni del Tour. Qualche foto scattata ai piedi della statua di Carlo Felice e poi rientro in Albergo un poco mesti perché consapevoli che era l’ultimo giorno di visite in questa bella terra che con tutti i suoi problemi dimostra un orgoglio indomito che non è mai riuscito a concretizzarsi in modo fattivo. Devo dire che ci considerino da sempre quelli del continente, e che questa frase sintetizzi tutto il discorso della mentalità orgogliosa di questa terra che si sente infondo infondo distante dal resto d’Italia pur sapendo che inevitabilmente ne debbano far parte. Cena secondo programma con qualche problema per chi aveva chiesto delle deroghe al menù di pesce che non ha trovato completa soddisfazione. Dimenticavo di raccontarvi uno strano episodio occorsomi durante il pranzo. La cameriera nel togliere i piatti e le posate ha perso un coltello che in un primo momento non si è riusciti a trovare. Poi al termine del pranzo mi sono accorto che il coltello era finito nel borsello che avevo accanto a me (cleptomane involontario). Quindi alla sera per la cameriera ero diventato il Sig.re del Coltello Al termine della cena decisioni per la partenza dell’indomani che prevedeva una sveglia ed una partenza anticipata, rispetto al programma, per evitare un ritardo deprecabile che avrebbe causato seri problemi all’imbarco ad Olbia per Civitavecchia.

8° giorno domenica 11 giugno 2017
Sveglia all’alba, chiusura delle valigie e posizionamento delle stesse fuori della stanza per essere imbarcate sul Pullman, colazione. Lo stivaggio delle valigie è avvenuta con un sapiente criterio degli autisti per facilitare lo scarico alle varie fermate senza problemi di ricerca. Uscendo sul piazzale per avviarmi al Pullman, notavo uno spazzino che con una scopa classica da giardiniere si dava un da fare per pulire. Però da lontano vedeva che rimaneva sempre nei pressi del Pullman, e mi chiedevo ma cosa ci sta a fare proprio li. Mistero svelato: era quel burlone di Sandro, che camuffato da spazzino rallegrava la partenza, che come tutte le partenze, lasciano un po’ di amaro perché tutto non era stato visto, e questo è nella logica delle cose, e si lasciava una bella isola che merita di più di quello che ha avuto.
Viaggio di rientro a Spoleto Il percorso che ci portava all’imbarco ad Olbia completava il Tour di tutta la Sardegna. Ormai si chiudeva il magnifico periodo che ci aveva visto insieme per otto giorni. Un po’ di rimpianti, qualche promessa di tornare, qualche confronto con il magnifico Tour della Sicilia. L’imbarco avveniva senza problemi e senza i controlli accurati come avuti all’andata a Civitavecchia. Il tempo è trascorso rapidamente fra il pranzo a self service, un pisolino, una giocata a carte e una piacevole chiacchierata. La Motonave ha impiegato 20 minuti più del previso nel fare il tragitto. All’arrivo un nuovo autista di BusItalia era pronto per sostituire Luigi che aveva terminato, ai sensi del regolamento e della salvaguardia dei passeggeri, il suo tempo di guida. Durante il viaggio in Pullman si è avuto modo di trattare alcuni argomenti d’interesse per il prossimo Anno Accademico, il 35° dalla fondazione. Una richiesta generica di cosa i Soci, facenti parte dell’attuale tour, avrebbero pensato di fare per il prossimo anno. Si sono avute diverse proposte ma la più votata è stata per Mantova, lago di Garda e Milano,. La cosa poi vedrà il completamento da parte della Direttrice con l’ausilio dei suoi collaborator, con Brescia. Molti applausi all’indirizzo della Direttrice dell’infaticabile Agostino e degli autisti che ci avevano fatto godere dei panorami e della strada in modo disteso senza apprensione per una guida nervosa. E, stata la volta del ringraziamento che le Socie Unitre di Acqusparta hanno voluto rivolgere all’Unitre di Spoleto per essere state accolte fraternamente e per come si era svolto e organizzato il Tour della Sardegna. Era poi la volta del Presidente a ringraziare tutti i partecipanti per il loro comportamento e il rispetto delle regole. Un grazie veniva rivolto alle nostre ospiti che avevano apprezzato e magnificato la nostra organizzazione. Era ovvio che il ringraziamento conclusivo e particolarmente sentito fosse per la Direttrice Angela Fedeli che, nonostante lo stress avuto per le vicende del terremoto era riuscita a chiudere Anno Accademico, Pranzo di Chiusura e Tour di Sardegna in un modo così brillante. Dobbiamo infatti ricordare che per questo tipo di trasferta anche se il lavoro viene affidato ad una Agenzia di Viaggi alla base c’era sempre il suo controllo e soprattutto il carico di gestire i contatti con le guide locali, i vari pagamenti (musei, scavi, alberghi). Una gestione ponderosa che gravava su una persona che si sentiva responsabile, come suo stile, anche di ciò che non poteva essere ricondotto alla sua parte organizzativa. Prima dell’arrivo alla nostra amata città, che non finisce di affascinarti ogni volta che si giunga dalla via Flaminia per la sua immagine notturna, imponente ed austera, si concordava un giorno della settimana successiva in cui ritrovarsi per scorrere insieme le immagini fotografiche scattate dai partecipanti al Tour dei siti e dei momenti che ognuno ha pensato di “immortalare” con uno scatto. Naturalmente ciò, come in analoghe occasioni, avverrà in Sede e seguirà il definitivo finis dell’Anno Accademico 2016/2017 con un giro pizza e un brindisi ben augurale.
Se vi ho annoiato con un lungo, forse troppo, diario del Tour, come uno scrittore molto più dotto e importante di me, non vogliatemene e ve ne chiedo umilmente scusa.
Al prossimo anno sempre con il vento in poppa, trentacinquesimo anno dalla fondazione, deve essere percepito con orgoglio dai Soci di questa Associazione, senza scopo di lucro, che ci mantiene uniti, informati e con la possibilità di approfondire molte tematiche.

Viva l’Unitre di Spoleto!

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