Relazione del Presidente sulla gita ad Urbino

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Visita culturale a Urbino Palazzo Ducale

Questa volta mi permetto la licenza di non cominciare subito il diario della visita culturale ad Urbino. La memoria mi va a due istanti della mia vita. Il primo, forse condivisibile da molti, e il secondo, un po’ personale, ma che è strettamente legato al primo. Alludo ad una poesia della memoria, “L’aquilone” di Giovanni Pascoli, fa parte delle poesie un poco dimenticate, nella quale c’è l’accenno ad Urbino ventoso, bene l’essere andato in visita ad Urbino, insieme a mia moglie, alcuni anni fa, ed aver avuto insieme alla visione d’Urbino, una forte ventata, che non mi ha spettinato naturalmente, ma ha fatto riaffiorare alla memoria la poesia e lo stato d’animo, di giovane studente, quando a scuola, era in vigore l’obbligo d’imparare a memoria le poesie. Il tutto poi eccezionalmente contornato da un giorno nel quale gli studenti della città erano in festa, dandomi l’illusione di aver fatto un salto indietro di tantissimi anni, ma solo, purtroppo, con il pensiero e lo stato d’animo, non certamente con la carcassa ossea.
Scusate ed iniziamo a parlare della nostra visita. Questa volta però c’è una novità. La Direttrice, che avrebbe dovuto venire con il primo Pullman, ha dovuto cedere la direzione della visita a Michèle Leroux e ad Adolfo Nobili, per sopraggiunte difficoltà motorie, che l’hanno consigliata di partire con il secondo turno il 1° Dicembre, coadiuvata nella conduzione, da Antonio Laureti.
Partenza alle ore 07,00, primo appuntamento a Piazza della Vittoria, e a seguire tutti gli altri luoghi di raduno, logge e giardini. La sveglia, manco a dire, è avvenuta ad ora più che antelucana, una pioggia battente, in pratica, ci ha accompagnato per tutta la giornata. Unico momento, sempre di pioggia, ma attenuata, all’uscita dal Palazzo Ducale per andare al Ristorante. Qui si potrebbe dire che, le accertate proprietà occulte della Direttrice, nel garantire le uscite, con il bel tempo o per lo meno senza pioggia, sono andate giustamente perdute per la sua assenza, la prova l’avremo Venerdì prossimo, quando sarà presente con il secondo gruppo, anche se l’eccezione, come si suol dire, confermerebbe la regola. Partenza, e breve sosta per far salire una coppia di partecipanti a Foligno; breve sosta alla periferia di Gubbio per una breve colazione ed il disbrigo di piccole necessità fisiologiche. Agostino nel successivo tratto, che ci avrebbe portato ad Urbino, ci dava le principali indicazioni storiche su quanto avremmo visto e su i personaggi storici che si sono avvicendati nella Signoria. Arrivo ad Urbino alle 10,15 in perfetto orario, discesa dal Pullman in piazza raggiungibile con tale mezzo e salita, alla parte alta e centrale di Urbino, con una doppia scelta, o di prendere a pagamento l’ascensore, o di percorrere un meraviglioso scalone elicoidale, all’interno di un torrione circolare con scale, un tempo usate, per essere percorse a cavallo, ed accedere nei pressi del Palazzo Ducale. Già da questi primi contatti si percepisce subito la grandiosità di quanto ci apprestavamo a visitare. Breve tratto a piedi e finalmente entriamo nella meravigliosa dimora rinascimentale. Entrando dal grande Portale e da un ampio Androne principale, si ha subito la visione del cortile interno, vero simbolo di struttura rinascimentale, cinque archi sui lati nord e sud, sei archi sugli altri lati, con l’affacciarsi di finestre rettangolari a lesene, impreziosito nell’accostamento cromatico tra il rosso del mattone e l’avorio della pietra. Nell’angolo sud orientale si trova un pozzo seicentesco. Prima di addentrarci nella vera e propria visita del Palazzo conviene una rapide e stringata storia di quanto ci apprestiamo a vedere, con l’ambientazione storica dei suoi protagonisti.
Urbino e Palazzo Ducale
Urbino e il Palazzo Ducale, città ideale del Rinascimento, che fu definita da Baldassar Castiglione nel “Cortegiano” (1528), “… il più bello che in tutta l’Italia si trovi; e d’ogni oportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo, ma una città in forma di palazzo esser pareva”. Carlo Bo (1911-2001) scriveva “chi arrivi ad Urbino ignaro e della sua storia e della sua importanza si trova di fronte a una sorpresa straordinaria, anzi a un miracolo. Nel gioco delle colline che sopportano le strade d’accesso ecco che appare un palazzo fatato che il tempo non ha sfregiato né intaccato. E’ un salto indietro nel tempo, un tuffo nella purezza e nella libertà dello spirito”.
Fu costruito in più fasi nella seconda metà del ‘400. Il nonno di Federico da Montefeltro, Antonio, si era insediato nel Palazzo dei Priori, che modificato dal figlio Guidantonio con l’erezione di un edificio a due piani divenne conosciuto come Palazzetto della Jole. Si affaccia con il suo lato lungo su piazza del Rinascimento , collegandosi idealmente alla Chiesa di San Domenico, chiesa il cui portale rinascimentale ha decorazioni a lunetta di Luca della Robbia. Federico (1422-1482) andò al potere nel 1444, a seguito dell’assassinio del suo fratellastro Oddantonio, ucciso in una congiura. Unendo la capacità di uomo d’arme all’abilità diplomatica, riuscì ad allargare i propri domini e ad entrare a far parte delle principali signorie italiane. Sfruttò le tradizionali rivalità fra i potenti della Romagna e delle Marche, contrapponendosi alle mire espansionistiche di Sigismondo Pandolfo Malatesta. Signore di Rimini. Nel 1437 , sposò in prime nozze Gentile Brancaleone, dalla quale non ebbe figli. Nel 1441 strappò ai Malatesta la rocca di San Leo e occupò Fossombrone e Fano. impiegò gli enormi guadagni delle imprese militari, per mantenere una splendida corte, e per dare inizio al nuovo palazzo nel 1454, con una lunga facciata ad oriente ed inglobando costruzioni preesistenti. Il suo mecenatismo lo spinse a circondarsi di alcuni dei più grandi artisti dell’epoca, curando, inoltre, l’allestimento di una delle più celebri biblioteche del suo tempo, paragonabile solo a quella Vaticana e a quella di Oxford. Riunì una vasta raccolta di testi, opere di classici greci, latini e medievali. La fama di condottiero, lo rese molto ambito presso vari stati italiani: infatti, fu al servizio degli Sforza, del Papa, degli Aragonesi di Napoli, dei fiorentini. Nel 1450 entrò al servizio di Papa Pio II. Nel 1459, a Mantova, stipulò il fidanzamento con Battista Sforza, figlia di Alessandro, signore di Pesaro, e nipote di Francesco, Duca di Milano, Il patto matrimoniale era fortemente caldeggiato da papa Pio II, dal re di Napoli e dallo stesso Francesco Sforza. Il 10 febbraio 1460, furono celebrate le nozze a Pesaro, fra grandi festeggiamenti. Battista Sforza diede alla luce sette femmine e un maschio, che morì a ventisei anni. Dal suocero, Federico ebbe il territorio di Pesaro in cambio di Fossombrone. Il Montefeltro divenne così il signore di tutte le Marche. Si dice che, durante una battaglia o un torneo cavalleresco, Federico fosse stato colpito al volto privandolo della vista di un occhio. Per sopperire a ciò si sottopose ad una modifica del suo naso per permettere all’unico occhio una visione maggiore senza l’ostacolo che gli avrebbe impedito parzialmente la vista. Sotto la sua Signoria, fu ristrutturato l’appartamento della Jole (personaggio mitologico) con la supervisione di Bartolomeo di Giovanni Corradini detto Fra’ Carnevale, con l’opera di Maso Bartolomeo, che curò l’apparato decorativo delle sale. Nel 1464 l’architetto dalmata Luciano Laurana, formato alla scuola di Leon Battista Alberti, realizzò gli ambienti in cui viene espresso il massimo nitore spaziale di tutto l’edificio. Si deve a Laurana la celebre facciata dei Torricini, il Cortile d’onore, lo scalone monumentale e la Biblioteca al piano terreno. Sempre su suo disegno furono realizzati il Salone del trono, il Salone degli Angeli e la Sala delle Udienze. Nel 1474, il senese Francesco di Giorgio Martini, prese la direzione dei lavori e portò a termine le zone da ultimare del palazzo, e rifinì la decorazione interna (porte, finestre, camini, capitelli), nonché fornì i disegni per le tarsie lignee delle porte e una buona parte delle formelle con il fregio dell’arte della guerra. Progettò le logge sul cortile del Pasquino, il giardino pensile, nonché l’impianto idrico dei sotterranei, che per l’epoca risultò un’opera famosa. Con il Martini il palazzo era diventato ciò che ancora oggi ci affascina: una costruzione di straordinaria raffinatezza decorativa, di eccezionale bellezza, di grandissima comodità; un “palazzo a forma di città” in grado di accogliere centinaia di persone. Sotto i Della Rovere, che subentrarono alla guida del Ducato, ci furono solo lavori di ristrutturazione dell’ultimo piano e della sopraelevazione delle terrazze sul lato meridionale dell’edificio, con l’eliminazione delle merlature quattrocentesche. Nel 1631, con la morte di Francesco Maria II della Rovere, ultimo duca di Urbino, il ducato passò alla Chiesa e da quel momento il palazzo subì una lenta spoliazione e degrado. Nel 1912 venne istituita all’interno del Palazzo Ducale la Galleria Nazionale delle Marche, con la conseguente riqualificazione del complesso architettonico.
Dal 1998 è stato definito Patrimonio dell’Umanità

Inizio della visita
Il cortile d’onore, progettato da Luciano Lanara, è un esempio di sobria decorazione ispirata all’arte classica, all’armonia, all’eleganza, alla ricerca delle proporzioni. Il tutto ci dà la tangibile testimonianza degli ideali di armonia e bellezza degli artisti rinascimentali. La cornice che sormonta il porticato di colonne, ha una iscrizione in latino che esalta il valore e la magnificenza del Duca. L’iscrizione recita: “ Federico, Duca di Urbino, Conte di Montefeltro e di Casteldurante, Gonfaloniere di Santa Romana Chiesa e Capo della Confederazione italica, innalzò dalle fondamenta questa dimora a gloria sua e dei suoi posteri. Egli, che combattè più volte in guerra, sei volte guidò gli eserciti, otto volte sbaragliò il nemico, vincitore di tutte le guerre, aumentò il suo dominio. La sua giustizia, la sua clemenza, la sua liberalità, la sua moralità uguagliarono e onorarono, durante la pace, le sue vittorie”. Breve sosta per il disbrigo degli aspetti burocratici, distribuzione dei biglietti d’accesso, e successiva riconsegna a Michèle delle matrici, per avere le pezze giustificative delle spese sostenute. Si accede alle stanze del primo piano nobile, dove sono esposte le opere d’arte della Galleria Nazionale delle Marche salendo il magnifico monumentale scalone. Si entra passando dalla Porta della Guerra. Il portale , in pietra, ha scene belliche e il simbolo dell’Ordine della Giarrettiera (il più antico ed elevato ordine cavalleresco d’Inghilterra, riservato a nobili di alto rango). Appartamento della Jole è il primo ambiente che si incontra varcata la Porta della Guerra, è costituito da sei grandi stanze, ognuna con camino e da enormi finestre. Il nome dell’appartamento trae origine per un grande e bellissimo camino, nella prima sala, sul quale sono raffigurati i personaggi di Eracle (Ercole), che, secondo gli accordi, chiese in sposa Jole. Il padre della fanciulla, disattese la promessa negando il consenso. Eracle, per vendicarsi, distrusse la città dove Jole dimorava e la fece prigioniera. Lunetta di Luca della Robbia in terracotta invetriata su fondo azzurro, che raffigura la Madonna col il Bambino e Santi (Domenico, Tommaso d’Aquino ed altri). La Madonna regge un cartiglio con la scritta “Ego sum lux mundi” (Io sono la luce del mondo). E’ uno dei capolavori del Della Robbia che costituì modello per Piero della Francesca e per Raffaello.
Segue la Stanza degli Eroi, è l’unico ambiente che conserva degli affreschi, conservati perché erano rimasti coperti da uno strato d’intonaco. I soggetti sono diciassette, tutti armati, pronti alla guerra. L’Alcova di Federico fu realizzata per il matrimonio, nel 1459, tra Federico e Battista Sforza. La struttura dell’ambiente è stata progettata da Leon Battista Alberti mentre le decorazioni furono eseguite da Fra Carnevale. L’appartamento dei Melaranci o degli ospiti, così chiamata perché nel giardino attiguo venivano coltivate queste piante, composta da quattro stanze che espongono opere del Trecento,: dipinti su tavola fondo oro, polittici di artisti marchigiani.
La Sala del Re d’Inghilterra dedicata a Giacomo II Tudor, l’allora re d’Inghilterra. Soffitto a stucco rivestito di oro, presenti diversi simboli del Duca. Proseguendo si accede all’appartamento del Duca Federico con la Sala delle Udienze nella quale sono esposti due capolavori di Piero della Francesca: la “Flagellazione” e la Madonna di Senigallia”. La Flagellazione, una delle opere più enigmatiche di tutto il Quattrocento. Capolavoro prospettico del primo Rinascimento e simbolo della concezione matematico-prospettica di Piero della Francesca. Il quadro è diviso in due parti: tre figure in primo piano a destra e sullo sfondo, a sinistra, la flagellazione sotto un edificio classicheggiante. Le due aree rettangolare stanno tra loro in rapporto aureo, riprendendo il canone classico. Molte sono le cose da osservare fra queste è la questione della luminosità del dipinto. Le parti esterne ricevono luce da sinistra verso destra, lo spazio coperto, invece, riceve la luce dalle aperture. Ma si aggiunge una terza fonte di luce, che fa brillare il soffitto della campata centrale. Inoltre nel disegno elaborato del pavimento in marmo si nota come il pittore abbia messo in pratica tutte le sue conoscenze geometriche e matematiche della prospettiva centrale, inventata da Filippo Brunelleschi pochi decenni prima. Sul significato di interpretazione classica del dipinto vede la commemorazione di Oddantonio, il fratellastro e predecessore di Federico, ucciso appena diciassettenne in una congiura. Oddantonio è identificato nel giovane biondo posto al centro fra altri due personaggi e la sua triste sorte è messa in parallelo con quella di Cristo flagellato: entrambi traditi e uccisi.
La seconda ipotesi d’interpretazione rappresenterebbe l’invito a Federico da Montefeltro da parte del Cardinale Bessarione e dell’umanista Giovanni Bacci a partecipare alla crociata anti turca, mentre il giovane biondo e assorto al centro, sarebbe Bonconte II da Montefeltro, amatissimo figlio naturale di Federico, morto di peste a Sarno, nel regno di Napoli. Le pene di Cristo sarebbero quelle dei bizantini oppressi dai turchi ottomani,e sia alla morte di Bonconte. L’opera sarebbe stata donata a Federico da Montefeltro per convincerlo a finanziare la crociata contro i turchi.
La Madonna di Senigallia è un dipinto , olio su carta riportata su tavola in noce. Il nome deriva dalla prima collocazione dell’opera Santa Maria delle Grazie di Senigallia. Si pensa che sia un’opera fatta in occasione del matrimonio di Giovanna, figlia di Federico, con Giovanni della Rovere, signore di Senigallia. E’ rappresentata una Madonna con il Bambino tra due angeli, all’interno di una abitazione. L’inquadratura è insolita: mostra i protagonisti come mezze figure, tagliate al margine inferiore del dipinto. Il Bambino, benedicente, ha in mano una rosa bianca, simbolo della purezza della Vergine, mentre al collo ha una collana di perle rosse con un corallo. Si vede un armadio a muro con mensole, a sinistra si apre un altro ambiente da dove proviene un doppio raggio di sole, che entra da una finestra aperta. La luce disegna riflessi sui rilievi della decorazione della nicchia e su vari oggetti. Vengono sapientemente illuminati anche i capelli, le vesti e i gioielli dei protagonisti. Lo Studiolo di Federico, realizzato con tarsie lignee (un vero puzle con minuti pezzi di legno), rappresentanti tutti gli aspetti interessanti della vita del Duca: le armi, gli strumenti musicali, il mappamondo, i codici miniati etc. Soggetti dei disegni ad opera di Sandro Botticelli e realizzati dai maggiori artisti fiorentini, mettendo in pratica le novità degli studi prospettici proprio di quegli anni. Lo schema della decorazione lignea prevede un alternarsi di sportelli semi aperti , con oggetti. La parte superiore era originariamente decorata con 28 ritratti di uomini illustri, oggi esposti tra la Galleria Nazionale e il Museo del Louvre di Parigi. Erano i personaggi con cui Federico si contornava per confrontarsi idealmente con loro. Il soffitto anche è in legno intagliato. Un vero luogo di meditazione, di riflessione e di riposo. Un vero gioiello Rinascimentale.
La Camera da Letto del Duca presenta alcune magnificenze deliziose. Il bel camino di Domenico Rosselli e Francesco di Simone Ferrucci, le porte intarsiate, al posto d’onore, il Ritratto di Federico e Guidobaldo, tempera su tavola, è forse la più importante eseguita alla corte di Urbino dallo spagnolo Pedro Berruguette, pittore di scuola fiamminga. E’ denso di significati: il suo potere, i suoi interessi culturali e il suo prestigio. Il Duca è raffigurato con l’armatura, simbolo del valore militare come capitano di ventura. Al collo il collare del Toson d’Oro, (ordine cavalleresco), alla vita è legata la spada, mentre a terra si trovano l’elmo e il bastone del comando. Nella gamba distesa è visibile la giarrettiera, riconoscimento nobiliare di prestigio conferitogli dal re d’Inghilterra. Su una mensola si trova anche la mitra (copricapo vescovile), dono personale del sultano di Costantinopoli, che sottolinea la fama internazionale del protagonista. Accanto a Federico si trova il figlioletto Guidobaldo, futuro duca d’Urbino, che adornato di gioielli, tiene in mano lo scettro del potere, indicando la sua futura eredità dinastica. Il duca, assiso su un seggiolone, studia un codice, simbolo anch’esso di ricchezza e valore intellettuale. La Sala degli Angeli, può essere considerato uno scrigno di opere d’arte. Il bellissimo camino opera di Domenico Rosselli, con una serie di angioletti su sfondo azzurro che si rincorrono , giocando e suonando. La Città Ideale, autore ignoto, anche se il dipinto, è stato attribuito a Luciano Laurana. La città è appunto ideale, fantasiosa e surreale. La grande piazza è occupata al centro da un palazzo a planimetria circolare, con due fontane ai lati a pianta ottagonale. Non ci sono figure. I colori dominanti il bianco e l’azzurro. Viene utilizzata la tecnica della prospettiva centrale, inventata da Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti. Il punto di fuga è al centro della porta semiaperta del tempio. Si raggiunge in questo quadro l’ideale degli architetti rinascimentali di ordine, regolarità e simmetria. E’ un dipinto che sprigiona pace e tranquillità ed è un omaggio alla civiltà classica e un incentivo a imitarne le realizzazioni. La Pala del Corpus Domini, lavoro di Giusto di Gand, già Pala dell’Altare Maggiore della Chiesa del Corpus Domini di Urbino. Commissionata a Paolo Uccello, poi l’incarico passò a Piero della Francesca, infine a Giusto di Gand che trovava in lui. Federico, una preferenza artistica. Da documenti venuti alla luce in epoche successive, sembra che il dipinto recasse la firma, oggi non più visibile, di “Petrus Hispanus pinxi”, identificato dalla critica in Pedro Berruguete. La tavola raffigura, al centro, Gesù che distribuisce la comunione agli Apostoli . A destra, è presente anche il duca Federico, che conversa con il medico ebreo Isaac, ambasciatore di Persia presso il Ducato d’Urbino, convertitosi e battezzato. Questa presenza, fa da contraltare a quella dell’ebreo profanatore dell’ostia, raffigurato nella bretella sottostante, dando al tutto una funzione religiosa e politica. Nella predella è dipinta una storia, tramite immagini, di un mercante ebreo che si impossessa di un’ostia consacrata. Scoperto viene ucciso, insieme alla donna che gliel’ha venduta. Termina con la contesa dell’anima della donna tra gli angeli e i demoni. Il grandissimo Salone d’Onore, detto anche Salone del Trono, era il luogo nel quale il Duca riceveva in udienza i personaggi importanti. Sullo sfondo il simbolo della Serenissima (Leone alato di Venezia), sulle pareti grandissimi arazzi raffiguranti scene degli Apostoli.
La Sala successiva, La Sala delle Veglie, molto più piccola, contiene due piccoli, ma significativi quadri, la Pentecoste e la Crocefissione di Luca Signorelli e l’Incoronazione della Vergine di Giovanni Santi, padre di Raffaello. Dopo le stanze del Duca si entra nell’appartamento della Duchessa, ambienti più raffinati e con un tocco femminile. La sala presenta due opere di Raffaello: un’opera giovanile Santa Caterina d’Alessandria e il ritratto splendido di gentildonna, La Muta. Il ritratto fu eseguito intorno al 1500, sfondo nero, mette in risalto il colore bianco-rosato della pelle, con le braccia conserte in atteggiamento pensoso. Una delle ipotesi più attendibili, vorrebbe che vi fosse ritratta Maria della Rovere, nipote di Federico. Maria della Rovere era vedova. Il marito, sposato a soli tredici anni, era stato fatto trucidare da Cesare Borgia, nella Rocca di Pergola. In seguito a questo terribile evento, la donna fu accolta, insieme al suo bambino, nel Palazzo Ducale dallo zio Guidobaldo da Montefeltro. Si notano degli influssi della pittura di Leonardo, tanto nell’espressione che nella posa ricordano la Gioconda. La Camera della Duchessa, situata difronte all’Appartamento del Duca e dalla quale si può vedere un piccolo giardino pensile. La stanza è collegata alla camera da letto del Duca da un camminamento esterno che attraversa tutto il giardino. In questa stanza si possono ammirare l’Ultima Cena e la Resurrezione di Tiziano. Seguono la Stanza del Guardaroba e la Stanza della Preghiera che costituiscono due piccoli gioielli a completamento degli appartamenti della Duchessa. Proseguendo si passa in uno spazio denominato Soprallogge , oltre a costituire le vie di fuga per la sicurezza, contengono affreschi di Giovanni Santi e ospitano un gruppo di opere donate dallo Stato ad Urbino: donazione Volponi ed altri. Si possono ammirare di Giovanni Lanfranco, Ruggero che libera Angelica; di Giovan Francesco Guerrieri, San Pietro in Carcere; di Pietro Ricci, Lucrezia; di Guido Reni, David contempla la testa di Golia; di Orazio Gentileschi, David in contemplazione della esta di Golia; di Giovan Battista Caracciolo, detto Battistello, Lot e le figlie; e moltissimi altri quadri.
Terminata la visita al primo piano nobile ci si recava al secondo piano all’ Appartamento Roveresco, sovrastante l’Appartamento della Jole. All’ingresso troviamo due straordinari torceri con decorazioni a grottesche (sec XVII) scuola Bottega dei Patanazzi. Nel vestibolo troviamo il Ritratto di Torquato Tasso. La prima Sala è dedicata a Federico Barocci: Madonna di San Giovanni, Crocefissione e dolenti, Maddalena di San Simone, capolavoro d’affetti familiari, il perdono di Assisi, Sepoltura di Cristo, la stupenda Stimmate di San Francesco ( straordinario notturno, pre-romantico). La seconda Sala è dominata da un ricchissimo Camino con simboli rovereschi, le ghiande della rovere, puttini inghirlandati e la scritta “Filaretòtato” (“all’amatissimo della virtù”). Sala dedicata agli allievi di Federico Barocci e manieristi fine Cinquecento e inizio Seicento. Una bella Annunciazione (anonimo), Sant’Agata, di Alessandro Vitali; opere di Andrea Lilli, San Rocco e San Francesco d’Assisi e San Giacomo della Marca. La terza sala dominata da una Aquila entro ghirlanda di rovere, nel soffitto in stucco dorato e colorato. Sono esposti quadri di Orazio Gentileschi, Madonna col Bambino e Santa Francesca Romana; ancora presenti opere del Pomarancio, di Simone Cantarini, una dolcissima Madonna col Bambino dormiente del Sassoferrato. La Quarta sala e la Quinta contengono dipinti della collezione Volponi donata e a rotazione alcune opere conservate nei depositi. Notevoli due bronzi, custoditi in vetrina, San Crescentino (protettore di Urbino) di Camillo Mariani; e la Madonna col Bambino di Alessandro Algardi. Recentemente si è aggiunto lo Stipo di Francesco Maria II Della Rovere opera in ebano intarsiato d’avorio (1599) di Maestro Giorgio Tedesco e di Giulio Lupi.
Soprelevazioni Roveresche Nella saletta di passaggio sono esposti dipinti di Claudio Ridolfi. Nella Prima Sala poco illuminata, vengono esposti a rotazione ampie raccolte di disegni e stampe, di notevole interesse il disegno topografico, formato da trentaquattro fogli, dello Stato di Urbino subito prima del passaggio alla Chiesa. Nella seconda Sala vengono esposte le ceramiche più importanti delle collezioni di Palazzo Ducale. L’esposizione di piatti, vasi, saliere, mattonelle provenienti da varie regioni italiane. Ma soprattutto marchigiani, per gli amanti delle ceramiche un vero tuffo in un mondo di cose belle e raffinate; la nostra Socia Giuliana è rimasta attonita nella impossibilità d’avere una serie di mattonelle che l’avevano stregata. Dirò solo che era esposto un lava mano (o rinfrescatoio) con grottesche e Giudizio di Paride della seconda metà del ‘500 della manifattura d’Urbino di pregevolissima fattura. Terminata la visita ai piani alti del Palazzo Ducale si scendeva nei Sotterranei. Solo da poco, dopo lungo restauro, è stato possibile accedere alle venti sale rese visibili. Si deve a Francesco di Giorgio Martini, esperto di ingegneria e idraulica l’impianto perfetto di approvvigionamento idrico e fognario. Da tre cisterne le acque passavano per tre sottosistemi di filtraggio: la più filtrata, purissima, era destinata alle cucine. Scendendo una rampa, percorribile a cavallo si avevano: la Lavanderia Tintoria, la Neviera (serbatoio dove si conservava la neve per gli alimenti più deperibili), La Selleria detta anche Galoppatoio (per sellare e ferrare i cavalli nonché per il deposito dei foraggi), la Scuderia con trenta posti cavallo (con smaltimento liquami), il Bagno del Duca le cui cinque stanzette svolgevano le funzioni classiche di Calidarium, Tepidarium e Frigidarium; la Cucina grande, con scritte graffite sulle pareti (l’arrivo della nuova Duchessa Vittoria Farnese sposa di Giudubaldo II nel 1548); il Grande Tinello. Il nostro instancabile Agostino ci diceva che in questi sotterranei furono nascosti opere d’arte e valori vari per sottrarli ai rischi della guerra e al trafugamento delle opere e dei valori dagli invasori in fuga nella seconda Guerra Mondiale. Alcuni passaggi furono completamente ostruiti per rendere inaccessibile ed impedire ogni possibilità di sequestro o sparizione. Destinazione Ristorante
Terminate le operazioni di acquisto di ricordini e documentazione varia ci si ritrovava all’uscita dal Palazzo Ducale, per raggiungere in gruppo il vicino Ristorante “Il Castello”. La fastidiosa pioggerellina ci ha accompagnato imperterrita, ma non è riuscita a smorzare l’entusiasmo di trovare un locale ove riposare le stanche membra e dare corso al pranzo, che illustratoci strada facendo sul Pullman da Michèle, si preannunciava pieno di sfiziosità. L’attesa non veniva delusa e personalmente e quanti da me interpellati riconoscevano che la scelta del Ristorante non poteva essere fatta in miglior modo. Unico appunto, l’inizio, che vedeva nella distribuzione degli antipasti un solo cameriere. Poi la cosa è stata superata con i rinforzi che hanno colmato l’iniziale lentezza. Nel corso del pranzo contatto telefonico con la grande (per il ruolo naturalmente) assente Direttrice Angela per tranquillizzarla sul procedere del programma di visita e su quanto si era fatto e su una variante che si era costretti a fare, a causa del tempo inclemente. Praticamente il pomeriggio che prevedeva una visita della cittadina è stata abolita, calcisticamente si direbbe per impraticabilità di campo, noi diremo per non bagnarci e per la difficoltà di tenere riuniti 54 Soci in quelle condizioni di tempo. Partenza per Spoleto Uscendo dal Ristorante per raggiungere il Pullman, Urbino ci riservava con una regia cinematografica effetti speciali. Una leggera nebbiolina avvolgeva tutto ed il Palazzo Ducale appariva qualcosa d’irreale come se fosse frutto della fantasia. Veramente una visione fantastica del Palazzo incantato delle fiabe. Sul piano pratico per fortuna il fenomeno e durato poco e non ha impedito il regolare procedere. Alle 17,00 tutti a bordo e partenza per destinazione Spoleto. Lungo il viaggio ringraziamenti ad Agostino e a quanti si erano prodigati per la riuscita della Visita, Michèle ed Adolfo, e l’augurio agli altri Soci, che avrebbero fatto il nostro stesso tour, di trovare il tempo più clemente. Ma sono sicuro, basterà solo la notizia che, vi prenderà parte la Direttrice, per assicurare una accogliente situazione climatica. (Nel momento nel quale scrivo il presente diario, so che il tempo è stato buono, anche se, la Direttrice ha dovuto rinunciare ad essere del gruppo, per non compromettere la guarigione avviata ( come dicevo basta la notizia della sua presenza per lasciare Giove Pluvio senza fulmini e saette). Arrivo a Spoleto alle 19,15 nonostante un piccolissimo intoppo, nato nel lasciare a Foligno una coppia di Soci. Naturalmente Spoleto ci ha accolto con la pioggia e sembra che tutta la giornata il tempo sia stato fortemente piovoso.
Alla prossima visita culturale amici Associati!

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