Relazione del Presidente sulla uscita a Città di Castello

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Visita Culturale Città di Castello del 24/01/2018 Mercoledì

Mi appresto, con mestizia, a riprendere il diario delle visite culturali, a causa non certo del mancato interesse per il dire, ma per l’assenza della mamma di tutte le nostre attività e, nel caso specifico, delle visite culturali. Formulo a nome mio, e di tutti gli Associati, l’augurio che i problemi che tengono lontana la nostra Direttrice Angela, passino il più presto possibile o attenuino il loro manifestarsi, per permetterne un rapido suo ritorno. Con questo augurio e, nella certezza che ciò avvenga, mi accingo alle sudate carte, penserete maliziosamente, ma invece no, alla bianca pagina per darvi le mie impressioni sulla visita fatta e sulla giornata passata insieme. Lo giudico anche un viatico per la nostra Direttrice che, con i costanti contatti con il suo vice Adolfo, si informava dell’andamento del viaggio e dei possibili problemi che potessero accadere. Problemi non ce ne sono stati , e, fatta eccezione per un Socio, che si era dimenticato l’impegno, e che subito rintracciato, si scusava e batteva il petto con un mea culpa riparatrice, non faceva ritardare la partenza dell’agguerrito gruppo. Gruppo che si ingrossava con le successive soste ai punti di raccolta programmati. Unica sosta ad un grill, lungo il percorso, che non è stata all’altezza della situazione per la ricettività dei bagni. Solita divisione, uomini e donne, ma le possibilità di utilizzo erano ridotte in quanto, per gli uomini, l’area da me usufruita, di quattro posti utilizzabili, solo uno era agibile; delle donne non so, ma ho capito dalla lunga fila e dal tempo occorso per lo smaltimento della fila, nonostante l’utilizzo del posto uomo reso disponibile per mancanza di utenti, che la situazione non fosse rosea neanche li. Ripreso il viaggio, Agostino, da par suo, ci dava una panoramica di ciò che avremmo visto, inquadrando tutto con brevi note storiche riguardanti Città di Castello e il suo evolversi nel tempo. Arrivo in perfetto orario, ad attenderci c’era la guida che ci avrebbe accompagnato per la visita di tutto il giorno. Buona l’impressione iniziale che si è dimostrata tale anche nel corso della visita. Devo però fare un’osservazione di carattere tecnico: non è possibile avere un sistema di comunicazione migliore fra la guida e il gruppo di uditori? Mediante un piccolo amplificatore portatile ad esempio? Tale idea mi viene spontanea a seguito di questa visita. Attardato, come non mi era mai capitato nelle visite precedenti, per le condizioni motorie di mia moglie, mi sono trovato sempre lontano dalla fonte informativa ed ho capito, che analoga situazione, poteva riguardare molti altri Soci del gruppo. Sappiamo tutti che in ogni gruppo si creano sempre delle selezioni, per la deambulazione e per l’accaparramento della prima posizione accanto alla guida (spesso la situazione peggiora per le domande poste dai singoli ai quali la risposta viene data in modo confessionale). E’ un’idea che penso possa migliorare la coesione del gruppo e che, con gli attuali mezzi tecnici, dovrebbe trovare una soluzione possibile e non molto costosa. Torniamo alla visita. L’impressione che si ha della Città, è sembrata, nel corso di tutta la visita, estremamente tranquilla e la gente si è dimostrata gentile permettendoci gli spostamenti in gruppo, sia nelle zone pedonali ma anche dove v’era traffico automobilistico, molto limitato in centro, facilitando al massimo i nostri spostamenti senza insofferenze per i 50 visitatori in movimento. Lasciato il Pullman la guida ci conduceva, mediante due scale mobili, al giardino del “Cassero”, così nomato per essere stato posto nel luogo ove un tempo nel luogo era posto la più importante difesa cittadina. Circondato dalle vecchie mura, in parte ancora ben visibili e conservate, che ancora cingono la città. Nella breve sosta, dovuta anche alla temperatura che in quel momento doveva essere sui tre/ quattro gradi C, avveniva la sintetica spiegazione della guida della storia della città, che il nostro Agostino ci aveva già anticipato.
Breve storia di Città di Castello
Il primo insediamento è dovuto alla popolazione degli Umbri che trovavano dimora sulla riva sinistra del Tevere in prossimità del territorio sotto il controllo degli Etruschi. Con l’espansione romana la città divenne federata di Roma, successivamente municipio romano con la predilezione di Plinio il Giovane (al secolo Gaio Plinio Cecilio Secondo),il quale fece erigere un tempio del quale non si conosce la collocazione precisa. Lo stesso Plinio ricorda nelle sue lettere i vasti latifondi nelle vicinanze della città ed una sua villa. La città fu chiamata Tifernum Tiberinum dai Romani ed ebbe una certa importanza come appare anche dalle citazioni di Plinio il Vechio. Nel Medioevo si ebbe la diffusione del cristianesimo che la tradizione attribuisce a San Crescentino (III e IV sec). La città fu distrutta dal goto Totila nel VI secolo e successivamente ricostruita dal vescovo Florido, poi santificato e proclamato patrono della città. Fu conquistata dai Longobardi ed in seguito cadde sotto il dominio dei Franchi e poi dello Stato della Chiesa. Intorno al 1100 si organizzò in Comune e contesa fra impero, Stato della Chiesa, Firenze e Perugia. Nel 1200 venne chiamata Civitas Castelli, e nonostante le rivalità (Guelfi e Ghibellini) godette di prosperità estendendo la sua influenza nell’alto Tevere aretino, nell’alto pesarese e nel riminese. Nel 1367 fu ricondotta sotto lo Stato della Chiesa dal cardinale Albornoz. Nel 1422 il papa (Martino V) affidò la città al condottiere Braccio Fortebraccio da Montone, la cui famiglia detenne il dominio fino al 1440, anno nel quale iniziano le lotte per la conquista del potere tra le varie famiglie quali i Vitelli, i Fucci, i Tarlantini , gli Abboccatelli e gli Albizzini. Con l’affermazione dei Vitelli si ebbe l’inizio della Signoria. Desiderosi di conferire un nuovo volto alla Città, oltre a testimonianza del loro potere, la ingentilirono con eleganti palazzi, con chiese e monumenti, simboli ancora oggi della raffinata architettura toscana dell’epoca. Fatta eccezione che per un breve periodo di signoria del duca Valentino (Cesare Borgia), che per impadronirsi del potere, aveva fatto assassinare Vitellozzo Vitelli durante il sanguinoso convegno di Senigallia del 1502, la famiglia Vitelli governò la Città per tutto il ‘500. Quindi passò sotto la giurisdizione dello Stato della Chiesa, fino al 1798, quando arrivarono i Francesi che la spogliarono delle migliori opere d’arte. I Vitelli, famiglia di mercanti e condottieri, legati ai Medici, abbellirono con molti palazzi la città chiamando a lavorare i maggiori artisti del Rinascimento (Raffaello Sanzio, Luca Signorelli). L’apparentamento con la famiglia Rossi di Parma con Angela Paola, ( sorella di Pier Maria il Giovane conte di San Secondo e di Giovan Girolamo prima vescovo di Pavia e poi governatore di Roma), in prime nozze con Vitello, e alla sua morte con il fratello Alessandro, assicurarono una notevole situazione di forza con le potenze del momento. Tra l’altro Angela Paola era anche cugina del Granduca di Firenze Cosimo de’ Medici e cognata di Camilla Gonzaga. Tornando ai giorni d’oggi la Città di Castello è ancora cinta, per buoni tratti da mura cinquecentesche. E’ immersa in un paesaggio naturalistico unico ed è anche il centro più importante dell’Alta Valle del Tevere.
La Famigli Vitelli
E’ stata la casata più importante di Città di Castello. Assunsero la signoria della Città nel XV e XVI secolo e la arricchirono di edifici e opere d’arte. Scriveva Alfano Alfani illustre perugino nelle sue memorie <> Si conoscono due versioni dello stemma dei Vitelli: una con la presenza del vitello, l’altra che inquarta una mezzaluna d’oro (in campo azzurro). Più tardi fu aggiunto il leone d’argento in campo azzurro della famiglia Rossi di Parma. Sulle origini si hanno svariate fonti tutte tendenti a dare nobiltà alla sua origine. Secondo le affermazioni di Giuseppe Nicasi la famiglia ha origine plebea, e si era stabilita nella città tifernate da Selci Umbro. E’ del 1356 una fonte certa riguardo alla famiglia all’interno delle mura cittadine. E’ stato ritrovato un attestato dei priori del popolo, in cui vengono menzionati Domenico Vitelli ed altri due individui di questa casa, proclamati mercanti di professione originari di Città di Castello.
Cattedrale
Chiesa dedicata ai Santi Florido e Amanzio che è stata centro delle vicende più significative della storia cittadina. Nell’arco del millennio della sua vita è stata oggetto di ben tre consacrazioni che ne hanno scandito le tappe fondamentali. La prima Cattedrale fu costruita, secondo tradizione, sulle rovine di un tempio pagano eretto da Plinio il Giovane in onore della Dea Felicitas; il vescovo Florido (circa 520-600), dopo la distruzione da parte dei Goti, si impegnò per la ricostruzione del Tifernum e la riedificazione in onore di San Lorenzo. Poi nel 1032 il vescovo Pietro consacrò una seconda Cattedrale, dedicandola ai Santi Florido e Amanzio, Patroni della città. In questa fase fu costruito il Campanile cilindrico. Nel 1536 avvenne il rinnovamento della chiesa inferiore del sepolcro e delle reliquie dei due protettori, suscitando un grande fervore popolare che sfociò in numerose opere di abbellimento: realizzazione dell’ampio portale laterale della chiesa con la decorazione scultorea di due temi, la Giustizia e la Misericordia, indicati nelle due figure poste in basso delle due fasce verticali che insieme alle colonnine tortili arricchiscono il portale. L’ultima consacrazione si ebbe nel 1540, quando la chiesa assunse l’attuale assetto che richiama decisamente il gusto fiorentino. La facciata rivolta verso il giardino del Cassero, non venne portata a termine per la morte del vescovo che ne aveva voluto la realizzazione. Un forte terremoto del 1738 fece crollare la cupola della cattedrale, le macerie caddero sull’altare dove si trovavano le spoglie dei santi. Restò illesa l’urna che le conteneva, e fu interpretata all’intervento miracoloso del santo. La scalinata principale risale al 1877, mentre quella laterale fu realizzata da Venanzio Righi nel 1780. La cupola fu ricostruita dall’architetto Tommaso Catrani e interamente affrescata da Tommaso Conca. L’interno si presenta a croce latina, ad unica navata con cappelle laterali con dipinti su tela e da affreschi. In fondo a sinistra dell’ingresso principale trova posto un affresco di Niccolò Circignani ( Pomarancio) raffigurante la Conversione di San Paolo. Dietro l’altare maggiore trova posto un coro ligneo intagliato e intarsiato (1533-1540), alcuni stalli e del trono vescovile si ispirano a disegni raffaelleschi. Nel presbiterio sono affrescati episodi della vita di San Florido e di San Crescenziano di Benefial (1747-1749). Il soffitto è a cassettoni. Sotto il Duomo si trova la chiesa inferiore, suddivisa in due navate da grossi pilastri che sostengono volte a crociera e qui sono custodite le reliquie dei SS. Florido e Amazio. Trova collocazione anche la Madonna Nera di Città di Castello. La particolarità di questa Madonna Nera è nel fatto che non tiene in braccio un bambino, ma un’altra piccola donna, simile a lei. La donna che tiene in braccio ha in mano una sfera, esattamente come le raffigurazioni di Gesù. La donna più grossa sembra una papessa. Ma ciò è impossibile perché le papesse sono solo sui tarocchi e il rischio di venerare una donna-papessa era per la chiesa punito severamente. Rimane pertanto un mistero. Terminata la visita all’ombra del campanile rotondo, di chiaro influsso della architettura ravennate, il gruppo, riunito, decideva di variare il programma, anticipando la visita al Palazzo Vitelli alla cannoniera. La sosta del gruppo nei giardini del Cassero in ambiente umido e alla bassa temperatura, nonché la visita alla Cattedrale, ambiente non riscaldato, ha determinato la decisione, rimandando al pomeriggio, dopo la sosta pranzo, la visita alla città, quando il sole sicuramente avrebbe mitigato la temperatura. Tale decisione, gradita da tutti, ci permetteva, transitando davanti “l’Accademia Hosteria” di localizzare il punto che ci avrebbe accolto e ristorato.
Palazzo Vitelli alla Cannoniera
Il Palazzo Vitelli alla Cannoniera ospita la Pinacoteca comunale, seconda per importanza in Umbria al la Galleria Nazionale di Perugia. La mostra occupa ventisei sale e comprende opere realizzate dal XIV al XX secolo. Opere realizzate dai titolari o nelle loro botteghe di Raffaello, Luca Signorelli, Domenico Ghirlandaio, Andrea Della Robbia, Lorenzo Ghiberti, Antonio Vivarini, Raffaellino del Colle, Pomarancio, Santi di Tito. In attesa del disbrigo delle formalità d’ingresso, si approfittava di visitare il giardino, al quale si accedeva dall’originario ingresso principale, godendo della vista di quello che era considerato un magnifico giardino e con la visione della facciata pregevolissima del palazzo. Il Palazzo Vitelli alla Cannoniera è così chiamata perché probabilmente costruito sopra un’antica fonderia, non è di ampie dimensioni, ma è stata dimora del condottiero tifernate Alessandro Vitelli, che ne ordinò la costruzione tra il 1521 e il 1531, in occasione delle sue nozze con Angela de’ Rossi di San Sepolcro Parmense. La facciata, realizzata da Cristofano Gherardi (su disegno dell’amico Giorgio Vasari), presenta essa stessa un messaggio politico. Le mezzelune presenti (simbolo dei Vitelli come appare anche nello stemma) sono disposte allo stesso modo delle palle dello Stemma de’ Medici, rappresentando l’alleanza stretta con il futuro Granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici. Nel palazzo, sono rappresentate alcune scene mitologiche e richiami alla natura con rappresentazioni di vari animali La Pinacoteca Comunale, trovò questa sede quando nel 1912 Elia Volpi, pittore, restauratore ed antiquario di fama internazionale, donò al Municipio il cinquecentesco Palazzo. Costruito in tempi diversi, l’edificio assunse il definitivo aspetto nella prima metà del cinquecento. L’ingresso avviene mediante uno scalone che dà accesso al piano nobile ed è splendidamente affrescato a carattere celebrative e simbolico: Sibille e profeti, Apollo e le Muse, Sapienti e Imperatori dell’antichità che sono attribuiti a Cola dell’Amatrice e al Gherardi. In particolare si possono ammirare la lunetta raffigurante Diogene nell’atto di presentare a Platone un gallo implume. Sulla sommità della volta è visibile la scena che raffigura un drago, due vitelli sbuffanti sotto una quercia che nasconde tra i rami un ariete. E’ una evidente allusione alla lotta tra Nicolò Vitelli, nonno di Alessandro, e Papa Sisto IV della rovere, conclusasi con il rientro vittorioso dei Vitelli a Città di Castello. Ancora lunette tra le quali Filide e Aristotele, è un’evidente metafora del dominio della danna sull’uomo innamorato. Aristotele è rappresentato cavalcato da Filide che regge le briglie. Maliziosamente si è voluto dare un’altra interpretazione nel tempo. La rappresentazione vedrebbe “la sora Laura” cavalcare Alessandro Vitelli e raffigurerebbe l’amore di Alessandro per questa Laura , che abbia indotto il condottiero a tradire la moglie con lei, con il risultato che, la moglie, gelosa per l’adulterio, si sia trasferita nel Palazzo Vitelli a San Giacomo. Nelle sale del primo piano, piano nobile, l’affresco si limita al fascione decorativo posto in cima alle pareti. Vi sono rappresentati nella prima sala, sfingi alate a fronte di testa di donna alternata a quella leonina, Nella seconda sala (opera del Gherardi) riquadri bianchi affrescati alternativamente con vitelli, ippocampi, putti alati e riquadri a fondo scuro con amorini, sfingi alate. Nella terza sala alternati vitelli e leoni. Nella quarta leoni, lupi, leopardi e volpi. Nella quinta sala fregio ribassato rispetto al soffitto a cassettoni oggi , del Gherard, sono affrescate con coppie di sfingi alate e putti dal corpo leonino. Da questa sala si accede al loggiato con quattro arcate rivolte verso il giardino con i canoni tipici del giardino all’italiana rinascimentale. Nella sesta sala Gherardi ha usato colori più tenui raffiguranti geni femminili alati con strumenti musicali, vasi, spighe di grano, ed ancora divinità maschili e femminili, Giove e Marte, e, Giunone e Minerva. Nella settima sala il Gherardi esalta lo scintillio delle armi di cavalleria e fanteria. Doveva essere il salone di rappresentanza del palazzo; per questo il decoro doveva richiamare l’attività principale di Alessandro Vitelli, evidenziato dal motto sull’architrave del camino “VIVO.SOTT.OMBRADE QUESTARME A(N)TICA”. Nella sala ottava, l’affresco riempie tutta la parete. Inizia dal basso decorato a finto marmo, poi nella fascia centrale grottesche e paesaggi marini e nella parte alta decorata a finto legno. Dall’ottava sala si accede al piccolo studiolo di Alessandro, edificato grazie all’ampliamento del Palazzo. Negli affreschi di Cola dell’Amatrice, in ogni scena di Bucefalo, il mitico cavallo di Alessandro Magno, è impresso sul collo una testa di vitello, per sottolineare la grandezza dei due condottieri. Il salone fu ingrandito a seguito dei lavori di ampliamento per avere una degna sala di rappresentanza. Qui è possibile cogliere le due fasi decorative. La prima di Gherardi, prima dell’ampliamento, con uno zoccolo a riquadri che ospitano cani alternati a draghi, la seconda di Cola dell’Amatrice con scene di guerra dei più grandi condottieri dell’antichità. Una trovata scenica notevole è stata realizzata immaginando, durante i banchetti del Rinascimento, porre sullo sfondo il camino acceso che continua le sue fiamme nell’affresco sulla cappa.
La legenda di Laura
La leggenda popolare di Laura o meglio di sora Laura narra di una bellissima donna di cui si era innamorato Alessandro Vitelli. Condotta a Palazzo si era creata una situazione che aveva portato la moglie Paola ad abbandonare il marito. Ma Alessandro, capitano di ventura, era costretto a lunghe assenze. La donna cominciò a ricamare fazzoletti, uno più bello dell’altro e un giorno affacciandosi alla finestra, scorgendo un bel giovane, presa dall’emozione, lasciò cadere uno di quei fazzoletti. L’uomo per galanteria raccolse il fazzoletto per restituirlo alla proprietaria. Dopo aver giaciuto con lui la bella Laura , al momento del congedo, gli proponeva di uscire da una porta secondaria per evitare pettegolezzi. Indicava la porta ben celata dagli affreschi dello studiolo e che nascondeva un pozzo. Il malcapitato ammaliato dagli occhi dolci della donna vi entrò trovando la morte. Quel profumato fazzoletto sfuggì più volte dalle mani di Laura e molti furono gli uomini galanti che trovarono la morte dopo averlo riconsegnato.
La Pinacoteca
L’esposizione della Madonna in trono con Bambino di Maestro di Città di Castello, viene chiamata la Maestà di Città di Castello per l’impostazione delle figure, si avvicina molto alle opere di analogo soggetto di Duccio da Boninsegna. I colori sono quelli della tradizione bizantina. La Madonna in Trono di Spinello Aretino, ripropone gli ideali giotteschi del trecento toscano reinventati con eleganza di gusto tardogotico. Il Bambino strige in mano un cardellino, simbolo della passione e dell’anima che non muore e vola in cielo. Madonna col Bambino di Giorgio di Andrea di Bartolo è lo scomparto centrale di un trittico, la Vergine è seduta per terra, su un cuscino, simboleggiante la modestia piuttosto che la regalità. E’ rappresentata nell’atto di allattare, dandoci un’immagine materna e meno Maestà in trono. Il Bambino prende il latte dal seno della Vergine, seno che risulta staccato dal corpo della Madonna, sottolineando la differenza con le donne comuni. Proseguendo vi è l’esposizione del Trittico di San Bartolomeo di Antonio Alberti (1431), al centro la Madonna col Bambino e negli sportelli laterali San Bartolomeo e San Benedetto vescovo. Qui si nota la Vergine nell’atto di accarezzare il volto del Bambino. Proseguendo è possibile ammirare il Reliquario di Sant’Andrea di Lorenzo Ghiberti (bottega 1420) in argento massiccio, contiene la reliquia del braccio di Sant’Andrea, dopo varie vicissitudini arrivò ai padri conventuali di San Francesco che, a spese del Comune, commissionarono il reliquario al Ghiberti. Nella successiva sala si incontra la Madonna in Trono col Bambino di Antonio Vivarini e documenta la penetrazione dell’arte veneta in alta Umbria, ciò facilitato dall’ubicazione di Città di Castello posta nel crocevia fra Toscana, Emilia Romagna e Marche. Il Vivarini fu tra quelli che segnarono il passaggio dall’arte medievale a quella rinascimentale. La posizione di Gesù, rappresentato in piedi solo e quasi distaccato, invece che avvolto nell’abbraccio materno. Nella successiva tempera di Neri Bicci la Madonna col Bambino e due angeli è possibile cogliere l’accentuato decorativismo e l’attenzione per il tessuto. Il volto della Vergine molto delicato racchiude tutti i canoni della bellezza femminile quattro-cinquecentesca, prevedeva che, per essere considerate belle, le donne dovevano avere un incarnato molto chiaro, capelli biondi, sopracciglia appena accennate e la fronte alta e spaziosa. Gesù stringe con la mano un cardellino con la posizione delle dita in posizione benedicente, il pollice rappresenta il Padre, l’indice il Figlio e il mignolo lo Spirito Santo. Segue Cristo con i segni della Passione (Ignoto del XV secolo) di gusto pierfrancescano, con l’impostazione rigida della figura, il disegno marcato della figura, il collo largo e la resa prospettica dell’aureola. Il Cristo sulla fronte e sul dorso della mano reca i segni lasciati dalla corona di spine e dai chiodi simboli della passione. Ci troviamo ora davanti il Martirio di San Sebastiano di Luca Signorelli. Il dipinto commissionato dalla famiglia Brozzi. E’ eseguita nel 1498, la tavola si presenta imbarcata e danneggiata dalle ripuliture, troppo energiche, con soda caustica che hanno procurato il degrado dei colori, che risultano spenti rispetto alla vivacità tipica dell’artista e che doveva avere in origine. Signorelli, maestro di prospettiva, gioca con il primo e secondo piano in ogni punto della tavola. Le figure in primo piano assumono posizioni diverse fra di loro al punto di dare la sensazione di tridimensionalità, e anche i dardi sono disposti in modo tale da creare continuità di prospettiva. Il corpo martoriato del santo domina la parte alta della scena, e dà la sensazione di un eroe vittorioso che accetta il sacrificio con lo sguardo rivolto verso l’alto, dove ad accoglierlo c’è Dio Padre. Ma gli spunti da trarre dal quadro sono notevoli. La crudeltà degli uomini, intenti a colpire il corpo del martire, e la dolcezza della donna, in secondo piano, intenta ad allattare il figlio, come a sottolineare l’opposizione fra la morte e la nascita. Il borgo medievale fa pensare a Cortona, città natale del pittore, e gli edifici romani, posti sulle due alture richiamano la classicità, che risulta abbandonata, perché infestata dalle erbacce, mostrando la relatività del tempo e la ciclicità della storia. Allo studio della classicità si era avvicinato durante il soggiorno romano nel 1482, quando collaborò col Perugino alla realizzazione della Cappella Sistina. L’opera fu sicuramente vista da Raffaello, nel suo soggiorno a Castello, tanto che la figura del balestriere di spalle la riprodusse in un disegno, oggi conservato ad Oxford. Della bottega di Domenico Ghirlandaio si deve la tempera della Incoronazione della Vergine. Il volto della Vergine, delicato e particolarmente curato nell’acconciatura, viene attribuito al Ghirlandaio, mentre il resto è attribuibile alla bottega. Uscendo sulla loggia si vede l’Assunzione della Vergine di Andrea della Robbia di terracotta invetriata, L’opera, come tutte le opere robbiane, venne realizzata, in più pezzi e successivamente assemblata in loco. L’opera presenta tutte le tipicità della produzione robbiana; predominanza dell’azzurro e del bianco con accenni di verde e giallo e la ghirlanda che funge da cornice composta da limoni, mele cotogne, uva e melagrane. In questa composizione è rappresentata la Vergine con i serafini assunta in Paradiso. La Vergine è sorretta dagli angeli poiché, essendo umana, non può levitare ma deve essere aiutata nella salita al Paradiso. Proseguendo si giunge al Gonfalone della SS. Trinità di Raffaello Sanzio. La datazione dell’opera è controversa fra il1499 e il 1504. Se fosse del 1499 risulterebbe la prima opera eseguita a Città di Castello e soprattutto la prima opera conosciuta di Raffaello. Le due tele attualmente affiancate erano originariamente attaccate per essere portate più agevolmente in processione, con il recto e il verso istoriati come voleva la tradizione. Su una facciata è raffigurata la Trinità con i santi Sebastiano e Rocco, protettori contro la peste. Sull’altra faccia vi è dipinta la creazione di Eva con Dio Padre, raffigurato nell’atto di prendere la costola da Adamo addormentato. Lo stendardo venne portato in processone fino al 1627, per almeno tre volte l’anno, quando ormai le tele risultarono troppo rovinate, ne venne vietato l’utilizzo e si operò alla traumatica separazione che causò alcune lacerazioni nella parte centrale. Realizzato tra il 1505 e il 1506 il dipinto di Francesco Tifernate della Annunciazione. Tratta il tema più eseguito nel Cinquecento. L’influsso di notevoli artisti sono riconoscibili nella composizione. Risente senza meno dei modelli raffaelleschi nella figura di Dio Padre ed anche nel paesaggio sullo sfondo, e dei modelli del Signorelli nella composizione. Nella Pala d’Ognissanti il pittore, Francesco Tifernate, nella lunetta superiore della tavola presenta una Annunciazione dove, al posto del giglio bianco, l’Arcangelo Gabriele offre in dono alla Vergine un ramoscello d’ulivo. Questa pianta a posto del giglio caratterizza le opere di artisti senesi, che non amavano usare quel fiore candido , simbolo della rivale Firenze. Ancora una tempera di scuola di Luca Signorelli nella Pala di Santa Cecilia come anche tutte le tavolette laterali che lo completano. Fa parte di quei dipinti a carattere devozionale e didattico più vicini alla sensibilità popolare. La tavola particolarmente affollata di personaggi, nell’insieme ha colori caldi ed intensi. In primo piano vi sono le grandi immagini di Santa Elisabetta d’Ungheria e Santa Caterina d’Alessandria, in secondi piano, oltre la Madonna con il Bambino, centro di tutta l’impostazione della tavola, Santa Cecilia, San Francesco, Sant’Antonio da Padova e Santa Chiara. La pala è dedicata a Santa Cecilia che si manifesta dal gesto del Bambino nell’atto di incoronarla. L’Annunciazione di Raffaellino del Colle (il vero nome pare fosse Giustino dal Collo) realizzata nel 1530, risente dell’influsso di Giulio Romano, che incontrò per mezzo di Raffaello per la collaborazione nella realizzazione di dipinti in Vaticano. Il dipinto ha un’impostazione classica, l’ambientazione è nel loggiato che fa intravedere un paesaggio collinare e ci permette alcuni elementi propri di Raffaellino: la raffigurazione lamellare delle nubi, l’alba preziosa e il Padre Eterno che si protende dall’alto e che sembra quasi uscire dalla tavola, in attesa del consenso della Madonna. Sempre di Raffaellino del Colle è esposta la Deposizione, l’opera presenta in primo piano la Vergine completamente disfatta per il dolore e vicino le altre figure che nelle contorte ed instabili posizioni dei corpi danno il senso della dolorosa tragicità del momento. Il corpo di Gesù inerte e senza vita, viene evidenziata dalla sua mano che pende verso il basso. Il colore molto delicato giocato sulle tinte pastello rendono luminoso l’insieme. Di Nicolò Circignani detto Pomarancio è possibile ammirare l’Immacolata Concezione (1573). L’opera può essere immaginata divisa in due settori, quello alto con la Vergine in piena luce e quella in basso che vede Adamo ed Eva legati all’albero della conoscenza a sottolineare il peccato di cui Maria non venne macchiata, mettendo in risalto la contrapposizione fra il peccato posto in basso e il bene che trionfa nella parte superiore. Al centro Lucifero, nelle sembianze di serpente che stringe le catene, sotto i piedi della Madonna con uno sguardo minaccioso che punta verso chi guarda il quadro, creando un effetto di grande vivacità. L’opera di Santi Tito Imposizione nelle mani da parte di Pietro e Giovanni per la presenza di un infermo seduto sulla destra, altro titolo dell’opera San Pietro e San Giovanni che diffondono il Vangelo. Il pittore si dedicò all’esecuzione di pale d’altare secondo i dettami della controriforma, con il ritorno ai modelli classici del primo cinquecento e chiarezza narrativa. Sulle orme di Annibale Carracci, Francesco Mancini, venne ritenuto uno dei migliori pittori della sua epoca per i suoi toni chiari e luminosi della sua pittura, La sua opera Domine quo vadis richiama per l’impianto e l’imponenza dei personaggi il Carracci, ma a sua differenza introduce alcuni angeli nella parte superiore dell’opera. Nella Madonna col Bambino, Tommaso Conca presenta la Vergine in un ovale delicato, gli occhi abbassati e un’espressione serena, con la guancia appoggiata sulla fronte del Figlio, mentre il Bambino in un gesto naturale accarezza i capelli della Madre. Ermenegildo Costantini rappresenta nel quadro San Nicola da Tolentino, con il santo che calpesta il diavolo, è copia, in parte, del soggetto dipinto da Raffaello nel 1501 L’opera di Raffaello esposta nella cappella Baronci, subì gravi danni per il terremoto del 1789 e per pagare i lavori di ristrutturazione dell’edificio, e i proprietari della tavola acconsentirono alla vendita. Fu smembrata e le sue parti trovarono molteplici collocazioni (museo Capodimonte Napoli, Pinacoteca Tosio Martinengo a Brescia, Museo del Louvre a Parigi). Al suo posto venne eseguita nel 1791, questa copia della pala a dimensioni ridotte. Il Costantini non potendo prendere a modello l’originale, si ispirò ai vari disegni preparatori di Raffaello.
Il Pranzo ci attende Terminata la visita, si era fatta l’ora di pranzo e il drappello di Soci con negli occhi le bellezze delle cose viste, non più infreddolito, perché la permanenza nella pinacoteca ed il sole avevano ormai ridato la giusta temperatura ai corpi, si avviava con l’abituale solerzia alla conquista dei posti ove riposare le stanche membra e rifocillarsi. C’è sempre un attimo di smarrimento, in chi attardatosi nell’arrivare, non trova il posto ma è uno smarrimento immediatamente superato perché il posto è assicurato a tutti e tutti trovano i compagni di viaggio che l’accolgono. Qui devo confessare la mia perfidia. Sapevo i motivi per i quali la nostra Direttrice non ci avesse accompagnati e per di più sapendo che avesse intrapreso una dieta, e bene, mi sono macchiato della meschinità di fotografare i piatti che ci venivano ammanniti, per trasmetterli via mail, ad Angela per….pura cattiveria e farla rosicare. Mi sono in questo modo vendicato del dispiacere che non riuscivo a cancellare per la sua assenza, giustificata si, ma tanto sentita da parte mia e del gruppo. Il pranzo è stato ottimo, servito con cura e non ha lasciato insoddisfazioni fra i Soci, un solo giudizio dissentiva dalla percezione generale, giudicando il pasto nella media delle offerte e che c’era stato un poco di lentezza nel servizio. Non sono d’accordo, con questo giudizio, perché non capita spesso avere piatti caldi per le vivande, il cambio totale della posateria ad ogni portata e del vino, di buon livello, da bottiglia aperta davanti al commensale, con tappo di sughero e sommelier (il padrone del locale non esageriamo) che annusava il tappo per vedere se c’erano della anomalie nel vino. Primi fatti per noi, non precotti, e uno dei primi con pasta fatta a mano. Personalmente, se avrò occasione, tornerò nel locale per avere tale trattamento, forse non riuscirò ad ottenerlo allo stesso prezzo. Terminato il pranzo, preso il caffè proseguivamo il programma della visita della Città di Castello che avremmo dovuto fare nella mattinata, secondo il programma originario.
Chiesa di San Francesco
La chiesa costruita agli inizi del XIV secolo in stile gotico, in pietra arenaria, a croce latina è ad una sola navata e termina con abside a tre cappelle. L’esterno mostra le modificazioni subite ai primi del 1700, pur conservando gli elementi essenziali del suo aspetto originario. L’interno venne completamente trasformato in forma barocca. Della primitiva costruzione rimangono le tre absidi poligonali e il fianco destro dove compaiono delle bifore tamponate e un portale ogivale. L’attuale ingresso risale al 1731 quando l’antico portale gotico venne chiuso per costruire all’interno un altare. Sull’altare dedicato a San Giuseppe, appartenuto alla famiglia Albizzini, nella cornice dove è oggi una copia de “Lo Sposalizio della Vergine”, era posto l’originale di Raffaello dipinto nel 1504, fu l’ultima opera di Raffaello che dipinse a Città di Castello. Nel 1798 durante il passaggio delle truppe della Repubblica Cisalpina al seguito dei francesi, il generale Lechi , che ne era al comando, pretese come dono la tavola dell’urbinate per aver liberato la città dallo Stato della Chiesa. Tra il 1801-1803 la famiglia Lechi vendette l’opera al collezionista Sannazari, che nel 1804 la lasciò in eredità all’ospedale Maggiore di Milano. Nel 1806 fu acquistata dall’Accademia di Brera dove ancora oggi è esposta. Nella chiesa era anche conservata “L’Adorazione dei Pastori”, dipinta da Luca Signorelli nel 1496, oggi alla National Gallery di Londra. In fondo alla chiesa, un grande arco di pietra chiuso da un cancello in ferro battuto del 1567, del maestro Pietro Ercolani, introduce alla severa e spaziosa Cappella Vitelli, su disegno di Giorgio Vasari. Dello stesso artista è anche la grande tavola raffigurante l’Incoronazione della Vergine.Qqui sono tumulati i Vitelli insieme a Nicolò Vitelli il “Padre della Patria”, morto nel 1486. Gli stalli del coro che rappresentano la Vita di Maria e di San Francesco, istoriati a tarsia graffita e ritoccata a china, sono attribuiti alle medesime maestranze del coro ligneo della Cattedrale. L’altare maggiore risale ai primi del XIV secolo ed è attribuito al Beato Giacomo
Palazzo Vitelli a Sant’Egidio
Venne edificato a partire dal 1540 per volere di Paolo II Vitelli questo magnifico e straordinario palazzo. Si è fatta l’ipotesi che lo stesso Paolo II abbia realizzato il progetto. La visita si è limitata all’ingresso e la vista dello scalone e di una porzione del giardino. Tutto quello pertanto che indico sono frutto delle informazioni reperite via Google. I ricevimenti , all’interno del palazzo avvenivano in un enorme e magnifico salone, le cui pareti affrescate da Prospero Fontana, mostrano le numerose imprese militari dei Vitelli. Nel Palazzo , è anche presente una cappella, interamente affrescata con scene del Vecchio e Nuovo Testamento. Straordinario è anche il giardino della villa un orto botanico e una collinetta artificiale, come base per un boschetto di lecci, all’interno del quale fu ricavata una caverna, che conduceva direttamente all’esterno delle mura. Una loggia all’interno del giardino presenta affreschi del Gherardi, che narrano il mito di come abbia avuto origine la famiglia Vitelli.
La sensazione che personalmente ho avuto, e anche dei Soci con i quali ho scambiato le idee, che Città di Castello sia una cittadina piacevole, ordinata, con abitanti gentili e ben accoglienti per i turisti. Il suo impianto è decisamente rinascimentale nei palazzi e nelle piazze ed è completamente diversa dall’impianto medievale della nostra Spoleto. L’Umbria non finisce mai di essere uno scrigno di bellezze coprendo un vasto arco di tempo e di storia.
Rientro perfetto, senza soste, ma è mancata la voce della Direttrice che dava il saluto finale e ci aggiornava sui prossimi impegni dell’Unitre. Spoleto ci accoglieva alle 18,45’. Cari Soci vi aspetto alla prossima visita!

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