Relazione del Presidente sull'uscita a San Leo

Visita culturale Rocca di San Leo
11 Aprile 2018
Quante cose da raccontare e ricordare! Non posso dire che sia stata la classica uscita mensile. Non perché ci fossero cose sconvolgenti, ma l’insieme degli avvenimenti che si sono succeduti, hanno dato alla giornata un qualche cosa di più. Ma facciamo ordine e torniamo all’inizio giornata. Visto i chilometri che avremmo dovuto percorrere, la partenza era stata fissata per le 06,30, e così è avvenuto senza ritardi, ed alle 06,45, eravamo già fuori Spoleto. Prima fermata nei dintorni di Gubbio dove si è potuto godere di una sosta caffè e per alcuni anche per fare una colazione sostanziosa. Il tempo è stato per tutta la giornata abbastanza galantuomo, praticamente è piovuto forte solo quando eravamo in Pullman mentre ci spostavamo per raggiungere i luoghi previsti e solo una leggera pioggerellina nei brevi spostamenti all’interno della Rocca e al momento della fine del pranzo all’uscita per raggiungere la Cattedrale. Nel tratto di viaggio che ci portava dalla sosta dall’Auto Grill a San Leo, Agostino ci ha illustrato come si sarebbe svolta la giornata e ciò che avremmo visto. Sempre in modo piacevole e allargando le informazioni quanto basta per inquadrare gli eventi che avevano dato luogo alla nascita di San Leo. Come ormai d’abitudine, quando fra i Soci partecipanti alla visita, c’è l’amica Caterina, il Pullman si trasforma in un piacevole luogo ove vengono distribuiti meravigliosi biscottini, irresistibili per la provocazione che creano alle papille gustative. In vero mi ero accorto del pacchetto che era stato affidato ad Agostino, per cui nello scendere all’Autogrill mi ero ben risparmiato dal prendere il caffè o il Cappuccino con la solita brioche industriale. Infatti puntualmente è avvenuta la distribuzione dei biscottini, ed io mi sono servito con generosità ricompensandomi della precedente rinuncia. La marcia riprendeva e ci si avviava in perfetto orario, riprendendo lo svolgimento del programma. .Ma a questo punto ecco che l’influenza, forse del mago e alchimista Cagliostro, che cominciava ad aleggiare nell’etere, ha voluto complicare la nostra visita. Un improvviso rallentamento del traffico che ha creato una fila di auto e articolati spaventosa a causa di un riduzione di carreggiata e, per di più, seguita da una spettacolare incidente che ha visto coinvolti un camion e un articolato, ha mandato all’aria tutti i programmi. Si susseguivano telefonate per avvertire quanti ci aspettavano, la guida che avrebbe dovuto accompagnarci nella visita della Rocca e di conseguenza il ristoratore. Naturalmente il ritardo sul programma si era fatto pesante, più di un’ora, facendo saltare l’appuntamento con la Guida e costringendoci ad una visita più veloce con l’impegno di Agostino che ha dovuto improvvisarsi a dare informazioni anche in questa occasione. Tempo ulteriormente abbreviato per chi, non volendo affrontare a piedi la discesa dalla Rocca al Ristorante, aveva l’appuntamento per le 12,30 con la navetta che avrebbe facilitato il ritorno al paese e quindi al Ristorante. In vero la Direttrice, in collegamento telefonico con Adolfo e Agostino, aveva suggerito di ritornare alla Rocca una volta terminato il pranzo, ma ciò avrebbe compromesso la visita ai due gioielli di chiesa che ci aspettavano per la visita. Detto ciò occorre dare ordine a quanto abbiamo visto e sentito nella spiegazione fattaci da Agostino. Facciamo un passo…indietro.

Come nasce San Leo
L’antico nome Mons Feretrius (da cui Montefeltro) è legato ad un insediamento romano, sorto intorno ad un tempio consacrato a Giove Feretrio, e pur non essendoci fonti precise si può affermare che ivi fu costruita una fortificazione, proprio sul punto più elevato del monte. Verso la fine del III secolo giunsero dalla Dalmazia, Leone e il compagno Marino, originari della Dalmazia e abili lavoratori del marmo e della pietra, fuggiti per la persecuzione contro i cristiani iniziata dall’imperatore Diocleziano.
San Leone e San Marino, giunti nella zona del Monte Titano in cerca di pietre da lavorare, restarono affascinati dal maestoso Monte e vi si recarono spesso, Oltre al loro lavoro, essi svolsero la missione di convertire la popolazione riminese al cristianesimo. Per sfuggire alla persecuzione, si rifugiarono in cima al Monte Titano. Passati tre anni, San Leo, con un piccolo gruppo di compagni, si diresse verso la rupe del Montefeltro che nella lingua del posto è chiamato Feretrio. Qui giunto costruì una piccola cella e a Dio dedicò una cappelletta, e in tutta segretezza, cominciò a radunare i Cristiani e a predicare il Vangelo. La sua missione diede subito frutti copiosi ed il Cristianesimo si propagò rapidamente in tutta la regione circostante. Dopo la morte di Leone, il suo corpo venne deposto in un sarcofago di pietra di cui, nel Duomo, si conserva il coperchio. Gli aspetti storici, riguardanti la Rocca di San Leo, sono molti, ricordiamone alcuni. Posta sul punto più alto della cuspide, fra frastagliati speroni, si erge il Forte che con la sua imponenza domina la Valmarecchia. Le vicende storiche che la riguardano sono moltissime. Contesa fra Bizantini, Goti, Franchi e Longobardi per poi essere contesa da nobili come Cesare Borgia e i Montefeltro. Dal 1527 al 1631 il Forte San Leo appartenne ai Della Rovere che la utilizzarono come carcere. Ma la sua fama è in parte dovuta per aver avuto ospiti speciali, di lignaggio più basso dei nomi ricordati, Giuseppe Balsamo conosciuto come il Conte Gagliostro e Felice Orsini. La Rocca ha due parti distinte: il mastio, con i torrioncini quadrati e l’ingresso gotico e l’ala residenziale, la parte più antica; i torrioni rotondi e il muraglione a carena con beccatelli che li collega, parte più recente, che insieme al mastio determinano la cosiddetta piazza d’armi. Nel 1441 Federico da Montefeltro conquistò la Rocca e si rese conto che con l’avvento delle armi da fuoco non fosse più in grado di sostenere gli assalti. Affidò al grande architetto ed ingegnere senese Francesco di Giorgio Martini, di ridisegnare la rocca per affrontare le nuove esigenze di guerra. La nuova sistemazione fu prevista per una risposta al fuoco con una controffensiva dinamica che potesse garantire direzioni di tiri incrociati. Il forte venne definito dal Bembo “fortissimo propugnacolo e mirabile arnese di guerra”. Si apre sulla cosiddetta piazza d’armi il locale che una volta era destinata al corpo di guardia, e che ora, ospita oltre ad alcune armature ed armi d’epoca una ricostruzione in miniatura del castello così come fu immaginata e realizzata dall’ingegnare Martini. Salendo alcuni scaloni si giunge in altro piazzale dal quale si accede a quelle che furono le stanze destinate ai nobili residenti e ai Capi della Fortezza. Qui sono visibili alcune stanze nelle quali è possibile vedere una notevole esposizione di armi recenti oltre che di vecchi archibugi. Sono visibili anche alcune stanze con “raffinati” strumenti di tortura, Scuri. Seghe, gogne, strutture per impalamento, tiro delle membra con la corda, ruota della tortura e tanto altro ancora. Si raggiunge una raffinatezza di tortura difficilmente immaginabili con la mentalità odierna. La coincidenza della nostra visita con le riprese da parte di una truppe della Televisione RAI , Linea Verde, ci ha ostacolato nella libera circolazione all’interno dei locali ed i più non sono riusciti a vedere la cella dove fu internato Cagliostro e dove morì. Nella visita da me fatta in precedenza alcuni anni fa in condizioni migliori che ci hanno permesso una visita più accurata, sul giaciglio di legno di Cagliostro era depositata una rosa fresca. Non so dire a quale scopo e da chi fosse stata messa. Ma è ora di parlare del Conte Cagliostro.
Conte Cagliostro
Giuseppe Giovanni Battista Vincenzo Pietro Antonio Matteo Balsamo noto come Alessandro, conte di Cagliostro, questi i nomi del nostro personaggio del quale vorremmo mettere in luce alcune cose. Nato a Palermo il 2 giugno 1743, rimase orfano di padre poco dopo la sua nascita. Accolto in un istituto per orfani compì i primi studi a cura degli Scolopi. D’indole ribelle, nel 1756, fu affidato al convento dei Fatebenefratelli di Caltagirone per temperarne l’indole e per imparare un mestiere. Nel convento, che era annesso all’Ospedale dello Spirito Santo, si interessò alle erbe medicinali e ne acquisì una conoscenza che gli tornerà utile negli anni a seguire. Incontrò a Messina un certo Altotas, un greco-levante, con il quale viaggiò in Egitto, Rodi e Malta e che considerò suo primo maestro, infatti l’avrebbe introdotto nel 1766 nell’Ordine dei Cavalieri di Malta. Tutte notizie provenienti dal suo memoriale del 1786 Si sposò nel 1768 con Lorenza Serafina Feliciani, bella ragazza analfabeta. La vita di Cagliostro alias Balsamo, a Roma si realizza falsificando documenti, diplomi e sigilli, millantandosi come Colonnello del Re di Prussia. Smascherato come falsario, intraprende un lungo viaggio, ma continuando la sua attività di falsario viene arrestato. Rilasciato si trasferisce con la moglie in Francia e conobbe Giacomo Casanova che lo definisce “un genio fannullone che preferisce una vita di vagabondo a un’esistenza laboriosa”. Con i proventi della prostituzione della moglie raggiungono Barcellona. Anche qui nonostante l’utilizzo della moglie per guadagnare l’amicizia di influenti personalità non riescono a trovare una stabile sistemazione. L’anno successivo sono a Londra, Balsamo non ha successo e ricorre a un ricatto ai danni di un ingenuo quacchero che viene sorpreso con sua moglie e fingendosi scandalizzato pretende di risarcire il suo onore con un’abbondante somma di denaro. Di nuovo, per insolvenza, conosce le galere di Londra, ma un ricco sir Edward Hales illudendosi che Balsamo sia un bravo pittore, lo incarica di decorargli alcune sale del suo castello. Veduti i disastrosi risultati, lo caccia via, non immaginando che il maldestro pittore gli aveva sedotta la figlia. Imbarcatisi per la Francia conoscono l’avvocato francese Duplessis e mettendo in atto il solito copione, la moglie diviene l’amante prezzolata del Duplessis. Anche questo intreccio finisce in malo modo con la necessità dopo alcuni giorni di prigione di cambiare rapidamente aria. Si susseguono viaggi in Belgio, Germania, Italia, Malta e Spagna e nel 1776 è di nuovo a Londra. Cambiò il suo nome in Alessandro di Cagliostro ma la vita non cambiò; ancora carcere, truffe, predizione su numeri estratti nel gioco del lotto e miracolose invenzioni di una polvere di sua invenzione. Finché approdò alla Massoneria nella loggia “L’Espérance” Rito della Stretta Osservanza. Anche la moglie è riconosciuta massone col nome Serafina, contessa di Cagliostro. Nuovi viaggi in Europa spacciandosi come colonnello spagnolo, tiene riunioni e afferma di vedere e far vedere visioni e di essere un sapiente la cui conoscenza si trova nelle parole, nelle erbe e nelle pietre. Lo vediamo a San Pietroburgo, diffidato dall’ambasciatore di Spagna perché voleva spacciarsi come spagnolo. Si attribuisce capacità taumaturgiche, con l’accortezza di non farsi pagare dai poveri ma solo dai ricchi, e se anche non guarisce nessuno, si guadagna simpatia e popolarità. L’inimicizia di un potente costringe la coppia d’italiani a partire. A Varsavia, il massone, principe Adam Pininsky, lo ospita illudendosi che Cagliostro sia in grado di trasformare il piombo in oro. Ma il miracolo era ottenuto sostituendo il recipiente contenente il piombo con un altro eguale contenente oro. Unitamente ad altri problemi sorti. L’esperienza polacca si conclude con la partenza improvvisa. Nel 1780 è a Strasburgo e fingendosi medico, con le sue tisane a base di erbe, afferma che guariscono cancrene, sono fantasie da lui stesso propalate che ebbero l’unico effetto di presentarsi in pubblico di tutta Europa come l’unico uomo capace di risolvere, a pagamento, qualsiasi problema. E’ il momento della sua massima fama che toccò il culmine in quel decennio del secolo. Fece conoscenza con il cardinale Louis René Edouard de Rohan a Strasburgo, che sapendo Cagliostro in città, lo invitò a palazzo e ne fu conquistato. Lo condusse con se a Parigi perché prendesse cura del cugino, maresciallo Charles de Rohan, che guarì senza ricorrere alle sue medicine. Fu però l’occasione per Cagliostro di servirsi dell’influenza del cardinale per far legittimare dal papa, come fosse un qualsiasi Ordine religioso , il proprio “Rito Egizio”. Il tutto nacque a seguito di un delirio febbrile in cui si vide, nell’ultima parte della visione, in Paradiso circondato dai suoi Figli Massonici già morti che gli presentarono un Abito talare bianco, ed una Spada della stessa foggia di quella dell’Angelo Sterminatore. A seguito di questo Cagliostro fondò la Massoneria di Rito Egizio. Naturalmente dette corso alla creazione di tutta la struttura, si elesse Gran Cofto, dette un contenuto e uno scopo. Previde nuovi aderenti ma solo lui, il Gran Cofto, rimaneva depositario di un mysterium magnum il cui contenuto è rimasto effettivamente avvolto nel mistero. Con questo ambizioso programma giungono a Parigi il 30 gennaio 1785, prendono alloggio nel Palaie Royal del duca Luigi Filippo II di Borbone-Orléans, Gran Maestro della Massoneria francese. Ma l’avventurosa vita di Cagliostro gli riservava ancora colpi tremendi. Entrano in scena altri truffatori e si verifica quello che passa come lo Scandalo della Collana. Una elaboratissima collana di diamanti del valore pari a 500 kg d’oro che solo una regina avrebbe potuto acquistare, venne rifiutata dalla Maria Antonietta. Due avventurieri, il conte e la contessa De la Motte, organizzarono una truffa ai danni del cardinale de Rohan, facendogli credere che in realtà Maria Antonietta desiderava acquistare la collana. Il cardinale si sentiva in debito verso la regina a causa della gaffe da lui commessa nei confronti di sua madre Maria Teresa d’Austria e immaginò che attraverso la collana avrebbe riconquistato l’amicizia della regina. La coppia convinse il cardinale a farsi garante presso il gioielliere per conto della regina. La collana fu, dall’inconsapevole cardinale, affidata a un complice dei due aristocratici imbroglioni, che finita nelle mani del conte De la Motte, cercò di venderla in Inghilterra smembrata. La truffa fu scoperta , i colpevoli arrestati che per attenuare le loro responsabilità accusarono Cagliostro di essere l’ideatore del raggiro. Cagliostro fu incarcerato nella Bastiglia. Difeso dai migliori avvocati di Parigi il Parlamento di Parigi riconobbe l’innocenza dei due italiani e del cardinale, ma ciò nonostante fu ordinato loro di lasciare Parigi entro otto giorni e la Francia entro venti, e così si imbarcarono per Dover. Ma l’Inghilterra l’accolse nel peggiore dei modi, fu scatenata una campagna di stampa contro di lui rinvangando il burrascoso passato, le origini oscure della coppia, l’uso di molti nomi e di molti titoli. Cagliostro rispose “non sono conte, né marchese, né capitano. La mia vera qualifica è inferiore o superiore a quelle che mi sono state date? E’ ciò che forse un giorno il pubblico saprà!” Intorno a Balsamo si va facendo il vuoto. Subisce nuovi infortuni nel dare lezioni di chimica e per i suoi collaboratori di massoni che gli addebitano di spendere per sé il denaro della loggia. E’ di nuovo il momento di cambiare aria e raggiunge la Svizzera, lasciando la moglie per liquidare i beni li posseduti, la quale rilasciando ad un giornalista i maltrattamenti subiti dal marito e il divieto di professare la religione cattolica procurò al marito fortissimi problemi. Poi ritrattò tutto salvo riconfermarlo in una lettera spedita ai genitori, a Roma, lettera che verrà mostrata come prova a carico di Cagliostro durante il processo. Nel periodo nel quale Balsamo era in Svizzera, Goethe, nel suo viaggio in Italia, il 2 aprile sbarcava a Palermo, curioso di raccogliere notizie di prima mano sulle origini del famosissimo avventuriero, contattò il barone Antonio Vivona, legale rappresentante della Francia in Sicilia, dal quale prese visione dell’albero genealogico della famiglia Balsamo e della identità di Cagliostro e Balsamo. Goethe trae convinzione che Cagliostro è “un briccone” e le sue avventure le definì “ciurmerie”. L’incontro con la famiglia mise in chiaro che anche la famiglia aveva riscattato degli oggetti per lui ed attendeva che fosse pagato quanto per lui anticipato. Le affidarono una lettera perché immaginandolo suo amico potesse far onore al suoi debito e si facesse rivedere dai suoi parenti. Partendo da loro Goethe fu salutato dal balcone che dava sulla strada facendogli grandi cenni di saluto. Goethe non ritornò più, ma mandò di sua iniziativa la somma richiesta. Intanto Cagliostro lasciata la Svizzera passando in diverse città d’Italia giunse a Trento accolto dal vescovo-principe, Pietro Vigilio Thun, che a seguito delle spiegazioni di Cagliostro si dichiarò pronto di munirlo di un salvacondotto per andare a Roma, per spiegare la sua osservanza alla chiesa. Il vescovo di Trento scriverà alla curia romana, indirizzata al cardinale Ignazio Boncompagni Ludovisi, perorando la situazione di Cagliostro. Arrivando a Roma, Cagliostro, alloggiò presso i parenti della moglie. Tardando l’udienza dal papa, immaginando di essere spiato, pensò di indirizzare un Memoriale all’Assemblea francese. Ma il Memoriale fu sequestrato appena consegnato alla posta, dalla gendarmeria romana. Avvicinato da due spie dello Stato Pontificio che gli chiesero di essere accolti nella Massoneria. Cagliostro, non sospettando nulla, fece loro compiere le cerimonie iniziatiche, violando così la norma che la vietava pena la morte. La denuncia della moglie, poi ritrattata, ma ugualmente accolta nel giudizio, portò alla carcerazione di Cagliostro a Castel Sant’Angelo. Le imputazioni risultarono gravissime. Consapevole della situazione disperata in cui si trova il 14 dicembre 1790, Cagliostro scrive al papa, cercando di giustificare quanto fatto per ignoranza e pentito di vero cuore ne domanda umilmente perdono al Signore, benché se ne riconosca indegno. La sentenza del Sant’uffizio porterebbe alla pena di morte ma gli si commuta la pena nel carcere a vita strettamente custodito. Dopo aver abiurato il 13 aprile 1791, Cagliostro venne trasferito a San Leo. Vi giunge il 20 aprile e l’11 settembre viene trasferito dalla già angusta cella, nella peggiore che si potesse ricavare, chiamata il Pozzetto, perché priva di porta, il detenuto venne calato da una botola del soffitto, la stanzetta di dieci metri quadrati, con una finestrella poco più larga di una feritoia, con una triplice serie di sbarre da cui si potevano vedere le due chiese di San Leo e a stento un fazzoletto di cielo. Passa da un primo momento di preghiera e contrizione con disegni sui muri di soggetti religiosi ad una instabilità psichica, con violente ribellioni. Nella tremenda solitudine in un “buco” umido sta sdraiato sul tavolaccio, urla aggrappato alla finestrella e alla sua disperazione è negata ogni pietà. Nei momenti di crisi più ostinati, i guardiani, scendendo dalla botola, lo riportano alla calma pestandolo. Ottiene il permesso di scrivere al papa nel dicembre 1793, ma il suo pentimento non viene creduto. Il 23 agosto 1795 fu trovato semiparalizzato e, tre giorni dopo la sera del 26 agosto alle 22,30 viene costatata la morte, fu trasportato e sepolto senza cassa, nella nuda terra, senza indicazioni della sepoltura, con un fazzoletto sul volto e un sasso sotto la testa, sepolto come infedele, indegno dei suffragi di Santa Chiesa.
Disse Cagliostro di se stesso al Procuratore generale di Parigi nel 1786: “ La verità su di me non sarà mai scritta, perché nessuno la conosce .Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo; al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza e se mi immergo nel mio pensiero rifacendo il corso degli anni, se proietto il mio spirito verso un modo di vivere lontano da colui che voi percepite, io divento colui che desidero.
Felice Orsini
Un altro prigioniero di risonanza ositò la Rocca di San Leo, Felice Orsini. Ebbe una vita piuttosto turbolenta. Sin da bambino mostrò la sua indole liberale e rivoluzionaria. Nel 1844, un suo caro amico, venne arrestato e perquisito gli venne ritrovato un piano rivoluzionario scritto dalla mano di Felice Orsini. Iniziò la sua movimentata vita da recluso che lo portò nelle carceri di Bologna, Pesaro, Urbino e quindi ammanettato e scortato da 24 soldati, trasferito nella fortezza di San Leo. Il detenuto così ricorda “ il forte di San Leo sorge maestosamente sul picco di altissimo monte di macigno, ed ha forma triangolare destinato a racchiudere i condannati incorreggibili e i rei di delitti politici. L’aria vi è purissima, ma il freddo si fa sentire assai per tempo e l’acqua potabile essendo di cisterna è cattiva. Le segrete orribili, anguste, con mura spesse più di un metro.” In un tentativo d’insurrezione fu condannato al carcere a vita. Graziato dal papa Pio IX, Dopo un periodo calmo la sua vita continuò come rivoluzionario con vicende rocambolesche. Il 14 gennaio 1858, con alcuni complici gettò tre bombe contro la carrozza dell’imperatore Napoleone III, mentre l’imperatore rimase incolume, ci furono otto morti. Imprigionato, venne ghigliottinato il 13 marzo 1858 indirizzando all’imperatore francese alate parole “Sino che l’Italia non sarà indipendente, la tranquillità dell’Europa e quella Vostra non saranno che una chimera. Vostra Maestà non respinga il voto supremo d’un patriota sulla via del patibolo: liberi la mia patria e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno dovunque e per sempre”

Duomo e Pieve
Terminato il pranzo, ottimo e abbondante, ci si avviava, sotto una parvenza di pioggia che si è potuta affrontare dai più senza ombrello, alle due magnifiche chiese di San Leo. Penso che la migliora cosa sia quella di aggiungere alle spiegazioni di Agostino, le informazioni che sinteticamente ma molto circostanziate sono reperibili dai pieghevoli disponibili all’ingresso delle due splendide chiese. Il Duomo è posto su un’altura di roccia, come su di un piedistallo, mostrando tutta la sua imponenza. La sua architettura romanica-longobarda sorge sui resti di una più antica fondazione religiosa. Successivamente viene addossata nel VII secolo un ampliamento, quando la città di San Leo diviene sede di una nuova diocesi. Della primitiva chiesa vi sono numerosi frammenti scultorei, resti del ciborio, alcuni capitelli con motivi vegetali e leoni alati. Nel XII secolo viene eretta una nuova cattedrale, riconsacrata nel 1173, e la realizzazione è opera di maestranze romaniche. Le murature esterne è realizzata a lesene semicircolari. Il portale è aperto su di un fianco ed è sormontato dai busti scolpiti di San Leone e San Valentino. La pianta a croce latina, affiancata da due navate minori, divise in quattro campate, il presbiterio posto in alto su un’ampia cripta. Nell’abside della cripta era collocato il sarcofago con le spoglie di San Leone, meta di fedeli nel passaggio di pellegrinaggio verso a Roma. Si conservano capitelli corinzi III secolo, capitelli romani con i simboli del cristianesimo primitivo. Nel presbiterio vi è il grande crocefisso pendente. La cripta nella sua essenzialità la fa risultare la parte più antica del complesso. La luce proviene da piccole finestre con doppia strombatura.
Con un brevissimo tratto di strada si passa a La Pieve. E’ il più antico monumento religioso di San Leo. E’ la prima testimonianza materiale della cristianizzazione della zona. Risale al IX secolo è espressione dell’architettura protoromanica. E’ anch’essa fondata, come il Duomo, sulla roccia viva. E’ munita di due accessi quasi frontali, quello a nord si apre davanti la Cattedrale e quello a sud si apre sulla piazza principale. La pieve, dedicata a Santa Maria Assunta sorge sul primitivo sacello di San Leone, in esso si conserva il fronte di un sarcofago raffigurante due pavoni. L’interno della chiesa è a pianta basilicale senza transetto, a tre navate a capriate, con absidi orientate per permettere ai fedeli in preghiera di guardare sempre verso il sole e con il presbiterio molto rialzato, sotto il quale si trova la cripta. Negli anni ’30 sono stati eseguiti dei restauri per riportare alla luce le strutture originali romaniche. E’ quanto mai giusta l’indicazione che il pieghevole esprime che entrando nella chiesa si avverte un invito al raccoglimento e alla preghiera. Gli ornamenti sono ridotti al minimo permettendo che siano le pietre a parlare e ad indurre il visitatore alla contemplazione. Devo dire che quanto indicato corrisponde perfettamente al sentimento di raccoglimento che prende anche il visitatore meno preparato.
Breve adunata dei partecipanti e partenza per il ritorno a Spoleto. Viaggio di ritorno senza problemi, a differenza di quanto si era verificato all’andata. Ringraziamenti ad Agostino e al coordinatore della visita, Adolfo. Breve comunicazione dei programmi che ci avrebbero impegnati nei giorni futuri ed un ringraziamento all’autista per la ottima guida.
Con San Leo non finisce l’attività delle visite culturali per quest’anno, infatti al 3 di maggio ci sarà il tour di 6 giorni in Lombardia che porrà veramente la fine viaggi per questo trentacinquesimo anno di attività. Ricordiamoci che le lezioni continueranno fino al 17 Maggio, con l’importante appuntamento delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Direttivo e degli organi Statutari del 21 Maggio e con il pranzo di chiusura e il festeggiamento del 35° anno di attività Giovedì 24 maggio al Baio.
A presto dunque e sempre avanti.

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